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Milano Cortina 2026, tra cadute e rinascite: l’Olimpiade che ha riscoperto il senso della lotta

Nel corso dei Giochi invernali del 2026, tra Milano e Cortina, rischio e promessa hanno marciato fianco a fianco. Il nostro Paese ha accolto atleti straordinari, capaci di imprese vertiginose, ma anche esposti alla possibilità concreta della caduta e del pericolo. Per questo i momenti che restano impressi, oltre alle vittorie, sono i gesti di resistenza interiore e le prove di maturità.

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La discesa libera lancia gli atleti lungo pareti ghiacciate a velocità impressionanti. Il salto con gli sci li sospinge per oltre cento metri nel vuoto prima dell’atterraggio su lamine sottili. Lo skeleton costringe a scivolare a testa in avanti con il mento a pochi centimetri dal ghiaccio. Il bob ricorda la Formula 1, ma senza carrozzeria. Il biathlon unisce fatica e tiro a segno. Perfino lo sci di fondo, che appare innocuo, rivela il suo lato feroce quando i concorrenti crollano al traguardo in cerca d’ossigeno. E poi c’è il curling, che stempera tutto con la sua lentezza meditativa e con i suoi misteri fisici.

All’inizio dei Giochi di Milano Cortina, la dimensione del pericolo ha assunto un volto preciso. Lindsey Vonn, quarantun anni, appena tornata dopo cinque stagioni di ritiro e una protesi parziale al ginocchio, inseguiva un’ultima discesa memorabile. Nove giorni prima aveva riportato una rottura completa del legamento crociato anteriore. Ha scelto una linea aggressiva, ha agganciato un braccio a una porta, e la tibia sinistra si è spezzata quasi subito. L’elicottero l’ha portata via in barella.

Nella stessa gara un’altra atleta è stata evacuata in elicottero. La canadese Cassie Sharpe è uscita in barella dall’halfpipe. E il neozelandese Finley Melville Ives ha conosciuto la stessa sorte. Il rischio fisico fa parte del patto olimpico, ma anche la pressione psicologica ha inciso quanto il ghiaccio. Come interpretare, altrimenti, la prova di Mikaela Shiffrin nella combinata? È la sciatrice alpina più vincente della storia recente. Aveva dominato la stagione in slalom. A Pechino 2022 era rimasta senza medaglie, e Milano rappresentava una forma di riscatto. La compagna Breezy Johnson le aveva consegnato un vantaggio prezioso dopo la discesa. Nello slalom decisivo, però, Shiffrin ha sciato contratta, senza ritmo. Ha chiuso con il quindicesimo tempo su diciotto. Un risultato impensabile fuori dall’atmosfera olimpica.

Neppure chi sembrava costruito per il palcoscenico è rimasto immune. Ilia Malinin arrivava da oltre due anni di vittorie. Il suo programma includeva il quadruplo axel e un backflip che infiammava il pubblico. Dopo un corto brillante, nel libero ha rinunciato in volo al quadruplo axel e si è smarrito. Ha chiuso ottavo. Ha confessato di essersi sentito travolto, come se l’Olimpiade avesse mutato le leggi consuete della competizione.

Viene da chiedersi perché concentriamo aspettative così assolute su atleti spesso giovanissimi. Molti di loro hanno orientato l’intera esistenza verso pochi minuti decisivi. Restano invisibili per anni, poi si trovano esposti al giudizio di milioni di spettatori improvvisati esperti. La caduta diventa spettacolo globale.

Eppure, con il passare dei giorni, un’altra narrazione ha preso forma.

Lo statunitense Jordan Stolz ha pattinato con una potenza quasi mitologica. Il norvegese Johannes Høsflot Klæbo ha imposto il proprio ritmo sulle salite più dure. Chloe Kim, seconda nello snowboard, ha abbracciato con slancio la vincitrice sudcoreana Choi Ga-on. La nostra Federica Brignone, reduce da fratture multiple meno di un anno fa, ha conquistato due ori. Alysa Liu ha pattinato con una libertà rara, esultando prima ancora di conoscere il verdetto finale.

La politica ha fatto capolino, come sempre accade. Le dichiarazioni di Donald Trump contro alcuni atleti statunitensi hanno alimentato polemiche. Poi, le tensioni diplomatiche tra Stati Uniti e Canada hanno fatto da sfondo alla finale maschile di hockey, caricandola di significati che andavano oltre il ghiaccio. Lo sport non è un territorio neutro. Assorbe il clima del tempo. Eppure, nei suoi momenti più alti, riesce ancora a trascenderlo.

Proprio in questa cornice, la vicenda di Mikaela Shiffrin ha cambiato natura. Non era più soltanto la storia di una campionessa chiamata a difendere un primato. Era il percorso di una donna che cercava un equilibrio interiore. Alla vigilia dello slalom decisivo si è fermata al cancelletto con una consapevolezza nuova. La pressione olimpica era solo una parte del peso. L’assenza del padre, morto improvvisamente nel 2020, restava una ferita aperta. Lui era stato il suo primo allenatore, il riferimento silenzioso, l’uomo che le aveva insegnato a leggere la neve prima ancora che a vincere.

Pochi istanti prima della partenza, Shiffrin gli ha parlato dentro di sé. Non come si invoca un talismano, ma come si cerca una voce familiare in mezzo al rumore. Ha accettato che non sarebbe arrivata risposta. In quell’accettazione ha trovato una calma inattesa. Il padre insisteva sulla qualità delle curve, sulla precisione del gesto, sull’eleganza della traiettoria. La vittoria contava, certo, ma come esito di un lavoro ben fatto, non come ossessione. In pista questa lezione è diventata forma. Le sue linee sono state continue, senza strappi. Ha anticipato le porte con lucidità, ha cambiato spigolo con decisione, ha disegnato archi ampi quando serviva respirare e traiettorie strette nei passaggi più angusti. Non si avvertiva tensione nel busto, né rigidità nelle braccia. La sciata aveva la naturalezza dei giorni migliori.

Il tempo finale ha certificato il dominio. Oltre un secondo di vantaggio sulla seconda classificata, un margine ampio per uno slalom olimpico, dove spesso bastano pochi centesimi a separare l’oro dal rimpianto. Ma il dato cronometrico non esauriva il senso della giornata. Shiffrin ha confessato di essersi sentita orgogliosa già prima di leggere il tabellone. Aveva ritrovato la misura del proprio sci, la fedeltà a un insegnamento, la serenità di chi sa che la prestazione è stata piena, indipendentemente dalla medaglia.

Il motto olimpico ricorda che conta la lotta più del trionfo. La formula rischia di suonare vuota quando viene ripetuta per abitudine, ma diventa credibile quando un atleta riesce a conciliare ambizione e pace interiore. In quei rari istanti la medaglia smette di essere il fine ultimo. Rimane l’esempio. E in un’epoca attraversata da inquietudini, è un lascito prezioso.

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