Nell’estate del 1785 la corte di Versailles viveva sospesa in una luce abbagliante e irreale, come se gli ori delle gallerie e il fruscio delle sete potessero ancora schermare l’inquietudine che serpeggiava nel regno; ma sotto quella superficie di cristallo si muoveva già la crepa che avrebbe inghiottito un mondo, e l’affaire della collana ne fu insieme sintomo e detonatore, scandalo mondano e dramma politico, commedia d’intrighi e preludio alla tragedia rivoluzionaria.
Già nel 1783 la popolarità di Marie-Antoinette era ai minimi: “l’Austriaca”, sibilava il popolo per ricordarne l’origine straniera; “madame Deficit”, l’etichettava la stampa per inchiodarla a spese sfarzose che, vere o esagerate, offrivano un volto semplice alla complessità del dissesto finanziario. Prima di lei la regina di Francia era una figura remota, quasi liturgica, avvolta da un distacco che proteggeva; Marie-Antoinette, invece, per bellezza, moda, modernità di costumi e inclinazione personale, si trovò costantemente esposta, e la fedeltà del marito — quel Louis XVI devoto che non offriva favorite ufficiali alla curiosità dei libellisti — finì per renderla bersaglio prediletto di un’ostilità che, in altri regni e in altri tempi, avrebbe colpito l’amante del sovrano, non la moglie. Un ritratto apparso al Louvre, giudicato osé, compì il resto: la regina vi era dipinta in semplice chemise, non in abito di corte; il tentativo di apparire “moderna” dissolse l’ultimo velo d’inviolabilità, e sulla parete qualcuno scrisse con crudeltà memorabile:
La Francia,
sotto i tratti dell’austriaca,
ridotta a coprirsi con uno straccio.
Su questo terreno già predisposto allo scandalo cadde la miccia perfetta: una collana di diamanti, la più costosa mai concepita, che le cronache chiamarono “Gran Collana della Schiava”, una cascata di pietre assemblate scegliendo le gemme più belle disponibili, finché il prezzo non raggiunse una cifra che oggi si potrebbe tradurre in 7–8 milioni di euro. Era stata creata per Madame du Barry, ultima favorita di Louis XV, che aveva un debole per i diamanti; ma il re morì prima di vederla indossata, e i gioiellieri della Corona, Bohmer e Bassenge, si ritrovarono con un capolavoro invenduto e una rovina incombente. La nuova regina, più volte sollecitata, rifiutò sempre; in un momento in cui la Francia sosteneva lo sforzo della Guerra d’Indipendenza americana, Marie-Antoinette ebbe persino l’intuizione di osservare che la Francia aveva più bisogno di navi da guerra che di collane. La disperazione dei gioiellieri, però, era una materia infiammabile: Bohemer arrivò a gettarsi ai suoi piedi; lei, infastidita, gli consigliò di smontare il monile e vendere le pietre, perché nessuno lo aveva costretto a un’impresa così azzardata. Credeva di aver chiuso la questione. In realtà, l’aveva consegnata al destino.
Il destino, in questa storia, porta un nome: Jeanne de Valois-Saint-Rémy, contessa de La Motte (1756-1791), figlia di un barone decaduto e discendente per ramo illegittimo dalla linea di Henri II attraverso Henri de Saint-Rémy; un sangue blu abbastanza nobile da alimentare pretese, ma non abbastanza potente da proteggere dalla miseria, dagli espedienti e dall’alcolismo che segnarono la famiglia. Una piccola pensione ottenuta grazie al nome sarebbe bastata a una vita modesta e dignitosa, ma Jeanne cercava risarcimento, un reintegro simbolico nel rango che riteneva dovuto. Sedurre, recitare, ingannare, tessere intrighi: erano le arti che le riuscivano meglio; sfuggendo ai creditori, impegnando beni non pagati, strappando denaro a chi si lasciava commuovere dalla sua storia, si insinuò negli ambienti parigini più esclusivi, in attesa della grande occasione.

Quell’occasione arrivò quando la Marquise de Boulainvilliers, che l’aveva presa ingenuamente sotto protezione, le presentò un uomo ricchissimo e vulnerabile: Louis René Édouard de Rohan (1734-1803), cardinale, elemosiniere reale, rampollo di una delle famiglie più potenti di Francia. Il loro motto era una dichiarazione di superbia araldica: «re non posso, duca non mi degno, Rohan sono». Il cardinale era più uomo da festa che da messa, più interessato alla toilette che alla preghiera, ambizioso fino alla febbre, assetato di riconoscimenti, galante oltre il conveniente. A Vienna aveva compromesso la propria posizione con leggerezze mondane, offrendo feste e baldorie alla rigida nobiltà austriaca, e soprattutto si era inimicato la madre della regina, Maria Teresa, con parole che sarebbero tornate come un boomerang:
Ho visto piangere Maria Teresa, ma questa Sovrana, tanto esperta nell’arte di simulare i propri sentimenti e pensieri, mi par che disponga di lacrime a comando. Essa si asciuga con una mano le lacrime, mentre con l’altra impugna la spada per partecipare allo smembramento della Polonia.
Letta a Versailles durante un pranzo privato — si disse, per divertimento — negli appartamenti di Madame du Barry, la lettera arrivò alle orecchie della giovane delfina che già detestava la favorita; e da allora Marie-Antoinette non gli rivolse più la parola. Per un uomo come Rohan, l’inimicizia della sovrana era una condanna.
Jeanne seppe trasformarsi in ciò che il cardinale desiderava: un ponte. Tra lacrime, moine e promesse, cominciò a spillargli somme crescenti, insistendo su opere pie e urgenze caritatevoli che finivano, puntualmente, a finanziare agiatezza e ostentazione; perché Jeanne aveva compreso una regola ferrea della società del tempo, e cioè che spesso basta apparire ricchi per essere creduti tali, e che la fiducia si compra con un salotto ben arredato, un abito nuovo e una carrozza in vista. Il passo successivo fu più audace: insinuare che la regina la considerasse confidente, quasi “cugina” per via dei Valois, e che attraverso di lei si potesse riaprire la strada del perdono. Il cardinale avrebbe potuto verificare la veridicità di quanto detto, ma la dolce illusione è una droga, e Jeanne gliela servì in forma di lettere.
Quelle lettere, firmate Marie-Antoinette de France, erano un errore grossolano — la regina non firmava così — e proprio per questo rivelano la natura dell’inganno. A redigerle era Rétaux de Villette, segretario e amante della contessa, che modulava i toni fino a farli diventare intimi, affettuosi, quasi amorosi, e Rohan, che già si vedeva reintegrato con tutti gli onori e magari proiettato verso la carica di Primo Ministro, le divorava e le copriva di baci. Quando però la corrispondenza non bastò più e il cardinale pretese una prova, Jeanne organizzò un appuntamento notturno nel Boschetto di Venere, oggi Boschetto della Regina, l’11 agosto 1784.
Qui la storia si fa romanzo, e infatti Alexandre Dumas ne avrebbe tratto materia narrativa; ma la realtà, a volte, ha un gusto più sfacciato della finzione. Il boschetto, allora, non era l’ordine geometrico del giardino alla francese che oggi si immagina, bensì un luogo più libero, quasi all’inglese, con sentieri tortuosi e vegetazione lussureggiante, perfetto per un incontro clandestino. Nicholas de La Motte, nei giardini del Palais-Royal, trovò una giovane bionda, Nicolette (Nicole Leguay d’Oliva), prostituta che campava anche grazie a una somiglianza sorprendente con la regina. Jeanne la travestì da sovrana, le velò il volto, le mise in mano una rosa e un biglietto, e le ordinò, alla vista del cardinale, di offrire la mano perché venisse baciata. Il travestimento fu, con ironia feroce, la stessa chemise di mussolina che aveva scandalizzato Parigi nel ritratto del Louvre. Quella sera Nicolette, terrorizzata, fece cadere la rosa e scordò il biglietto; ma Rohan era inginocchiato, bagnava di lacrime la veste, e la prova gli bastò. Da quel momento, per Jeanne, i cordoni della borsa si spalancarono del tutto.
È a questo punto che i destini si incastrano. Jeanne si presentò da Bohmer e Bassenge con il miglior abito e il sorriso più convincente, lasciando cadere, come fosse cosa naturale, la propria familiarità con Rohan e con la regina; ascoltò la loro rovina e promise di intercedere affinché la regina acquistasse la collana. Poco dopo i gioiellieri ricevettero una missiva — ancora “Marie-Antoinette de France” — in cui la sovrana, si diceva, voleva acquistare il monile ma senza informare il re; e aggiungeva che il cardinale di Rohan, il quale avrebbe fatto di tutto per riconquistare la stima della regina, avrebbe curato le trattative.
Una fredda notte di febbraio 1785 il cardinale portò il cofanetto nell’appartamento che Jeanne affittava a Versailles; esitò un istante, poi un colpo di teatro studiato dissolse ogni dubbio: passi nel corridoio, un bussare, un bisbiglio — «Da parte di Sua Maestà» — e un biglietto che ordinava di consegnare la collana alla “guardia” della regina. Rohan obbedì. Fu l’ultima volta che la Gran Collana della Schiava venne vista integra.
Il seguito fu la prosa del crimine: il gioiello rientrò a Parigi e venne smembrato pietra dopo pietra, tra le mura dell’appartamento di Jeanne in rue Saint-Gilles, nel III arrondissement. Eccetto la regina, quasi tutti gli attori principali ruotavano attorno allo stesso quartiere, come se l’intrigo avesse avuto una geografia precisa; nel III arrondissement non c’era soltanto l’abitazione della contessa, ma anche il palazzo del cardinale e persino l’hôtel particulier affittato da Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, avventuriero, guaritore, sedicente mago, che Rohan frequentava volentieri per passione di esoterismo e laboratorio alchemico, e che più tardi sarebbe stato trascinato nella vicenda come capro espiatorio. Per sei mesi i La Motte vissero al livello del lusso sognato, vendendo diamanti senza far troppo rumore, continuando però a recitare miseria davanti al cardinale e a coltivare l’illusione della “riconciliazione” imminente.
Intanto i gioiellieri aspettavano la prima rata, prevista per luglio. Nell’estate del 1785 Marie-Antoinette ricevette un loro biglietto con i complimenti per un certo acquisto e un accenno ai “più bei diamanti d’Europa”; la regina lo bruciò con un gesto di leggerezza che, col senno di poi, sembra tragico. Quando Bohmer e Bassenge, allarmati, tentarono la via diretta e chiesero udienza, l’inganno si ruppe di colpo: una dama di corte li gelò con parole che suonarono come sentenza e schiaffo:
Siete vittima di una truffa. Nessuna collana è mai giunta alla Regina.
A quel punto la regina perse le staffe e volle un gesto esemplare, forse per giustizia, forse per orgoglio, forse perché non intuì fino in fondo quanto l’opinione pubblica fosse pronta a capovolgere la realtà; il 15 agosto 1785, nella galleria degli specchi di Versailles, mentre Rohan si recava a celebrare la messa dell’Assunzione, lo fece arrestare pubblicamente, scena inaudita che umiliò l’intera casata, e le guadagnò l’eterno rancore della potentissima famiglia de Rohan. Il cardinale finì alla Bastiglia; lo seguì poco dopo Cagliostro, il cui nome sembrava perfetto da incollare a una storia di inganni e misteri; Jeanne venne sorpresa nella sua tenuta di campagna, mentre il marito riuscì a fuggire in Inghilterra con il resto della refurtiva, che scomparve per sempre.
La monarchia avrebbe potuto tentare la via della discrezione, evitando di trasformare il caso in teatro nazionale, invece, forte dell’innocenza reale e forse convinta che la verità bastasse, lasciò che la famiglia del cardinale portasse la questione davanti al Parlamento. Fu un banchetto per gli avversari della regina: arringhe, memoriali, libelli si vendettero come pane; la pornografia politica — che già da anni inseguiva Marie-Antoinette — la raffigurò in atteggiamenti intimi con il cardinale, versione che Jeanne stessa alimentò con accanimento, fino a far apparire plausibile l’impossibile.
Il verdetto, il 31 maggio 1786, fu paradossale: il cardinale venne assolto, la regina riconosciuta estranea ai fatti, ma la sentenza non cambiò nulla nell’immaginazione collettiva, che aveva già deciso di condannarla; Jeanne, additata come principale colpevole, venne fustigata, marchiata con la V di voleuse, rinchiusa alla Salpêtrière, da cui evase in circostanze misteriose; Cagliostro venne rilasciato ma bandito dal regno; i gioiellieri rimasero in miseria; il cardinale, pur assolto, perse dignità e futuro; e la regina, innocente, rimase colpevole agli occhi del pubblico.
Quanto alla contessa, la sua parabola si concluse fra voci di follia e una caduta, o forse una spinta, dalla finestra di un bordello londinese, epilogo ambiguo come l’intera sua esistenza. E mentre i diamanti si disperdevano nei mercati d’Europa, la fiducia nella monarchia si frantumava con essi, annunciando che la vera rivoluzione era già cominciata nell’immaginazione collettiva prima ancora che nelle piazze.







