giamaica spiagge privati

L’isola caraibica dove i residenti non possono più andare in spiaggia

Famosa per le sue spiagge di sabbia bianca e per un mare dal colore del gin, la Giamaica è l’archetipo della vacanza caraibica. Ma dietro quella cartolina si nasconde un paradosso perché oggi meno dell’1% delle coste dell’isola è liberamente accessibile a chi in Giamaica ci vive.

Il motivo è presto detto: la maggior parte delle zone costiere sono state vendute a costruttori privati e al posto delle barche in secca dei pescatori e dei chiringuiti sono arrivati dei progetti residenziali e turistici di lusso da milioni di dollari. Dove un tempo giovano i ragazzini scalzi sono comparsi dei muri di cemento ad impedirne l’accesso. I pescatori si sono ritrovati improvvisamente esclusi.

Com’è possibile usare una spiaggia o un fiume per centinaia di anni e poi, nel giro di pochi giorni, non potervi più accedere?

Devon Taylor, cofondatore del Jamaica Beach Birthright Environmental Movement (JaBBEM)

Nel 2024 l’isola ha accolto un record di 4,3 milioni di turisti, i quali, loro si, hanno potuto godersi le spiagge e il mare caraibici. Su oltre mille chilometri di costa, appena lo 0,6% è pubblico e realmente accessibile alla popolazione locale, secondo i dati di JaBBEM.

Dopo l’uragano Melissa, che nell’ottobre 2025 ha colpito duramente l’ovest e il sud dell’isola, il turismo è di nuovo in crescita e sta aiutando notevolmente la ripresa, ed oggi più di due terzi della Giamaica hanno riaperto e gli aeroporti funzionano regolarmente. Ma per molti abitanti la ferita è più profonda e non riguarda solo i danni materiali.

«I nostri legami culturali con questi luoghi sono stati distrutti», ha detto Taylor. «Le risorse naturali vengono trasferite a soggetti stranieri».

La privatizzazione delle spiagge non è un fenomeno recente, va avanti da settant’anni. Ma negli ultimi cinque, con la moltiplicazione di resort recintati e progetti immobiliari di proprietà estera, il processo ha subito un’accelerazione evidente. Entro il 2030 sono previste circa 10 mila nuove camere, molte lungo la costa, destinate a restringere ulteriormente l’accesso al mare. Alla base di tutto c’è una legge del 1956, risalente al periodo coloniale britannico, il Beach Control Act, che assegna allo Stato la proprietà delle coste e stabilisce che non esiste un diritto automatico di accesso o di balneazione senza licenza; è questa norma a rendere possibile il passaggio delle spiagge in mani private.

«Tagliare fuori i giamaicani dal mare significa spezzare pratiche tradizionali, lavoro, identità», ha spiegato l’avvocato Marcus Goffe, che rappresenta JaBBEM. «Nel giro di una o due generazioni, le comunità scompariranno».

Solo nel 2021, con la nascita di JaBBEM, la battaglia per l’accesso alle spiagge ha iniziato a prendere forza. Oggi sono in corso cinque cause legali in diverse aree dell’isola, da Mammee Bay a Montego Bay, da Little Dunn’s River alla Blue Lagoon. Comunità rastafariane e famiglie locali si oppongono a progetti miliardari che rischiano di cancellare luoghi vissuti per decenni.

«A Montego Bay restano forse quattro spiagge pubbliche», ha raccontato alla BBC Monique Christie, responsabile delle attività sul territorio per JaBBEM e una delle dieci persone che hanno fatto causa contro un grande gruppo alberghiero intenzionato a privatizzare Providence Beach.

Non è solo una questione di diritti. La nostra identità è legata alla terra, al mare, all’ambiente in cui viviamo.

Monique Christie, responsabile delle attività sul territorio per JaBBEM

Oggi molte spiagge della costa nord e ovest sono inaccessibili o a pagamento, e la separazione tra ricchi e poveri, stranieri e local è sempre più netta. I resort recintati isolano i visitatori dalla vita locale, trasformando il mare in un privilegio. Visitare la Giamaica in modo responsabile è ancora possibile. Taylor invita i viaggiatori a evitare strutture che consentono l’accesso alla spiaggia solo agli ospiti e non ai residenti; a scegliere alloggi locali, mangiare nei ristoranti del posto e sostenere attività gestite da giamaicani.

Ci sono ancora tratti di costa dove il mare resta di tutti. Alcuni alberghi locali sorgono accanto a spiagge pubbliche, a pochi passi da bancarelle di jerk chicken, il piatto tipico giamaicano, e mercati artigianali. Più a sud, altre zone offrono spiagge nere, meno patinate, ma profondamente legate alle comunità del posto. A est, lungo una costa più selvaggia e tranquilla, piccole strutture a gestione familiare convivono con alcune delle spiagge pubbliche più belle dell’isola. Non lontano dalla capitale si trova una spiaggia carica di storia, abitata per decenni da famiglie rastafariane in fuga dalle persecuzioni statali. Qui un piccolo ristorante affacciato sul mare racconta ai visitatori un’altra Giamaica, fatta di memoria e resistenza. Quando è stato annunciato un progetto turistico da 200 milioni di dollari, i residenti hanno intentato una causa per difendere l’accesso pubblico. Per Christie, il punto resta essenziale. «In Norvegia i boschi appartengono a tutti», ha osservato, citando il diritto di accesso libero alla natura. «Perché in Giamaica il mare e le spiagge dovrebbero essere diversi?»

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,