Kleber Mendonça Filho

Kleber Mendonça Filho e il cinema come atto di resistenza

Di fronte al cinema di Kleber Mendonça Filho non si ha mai l’impressione di assistere a un semplice esercizio estetico. Ogni suo film è un gesto politico nel senso più profondo del termine, un tentativo ostinato di rimettere in circolo ciò che la storia ufficiale ha rimosso o deformato. Per Mendonça, fare cinema significa provocare e allo stesso tempo conservare. Significa disturbare il presente recuperando frammenti di passato che qualcuno ha preferito dimenticare.

Nato nel 1968, negli anni più duri della dittatura militare brasiliana, Mendonça cresce in un Paese dove la censura è una postura culturale. Il cinema, come molte altre forme di espressione, vive sotto sorveglianza. A casa, però, impara presto che la memoria è una forma di resistenza. Sua madre, Joselice Jucá, è una storica specializzata nel movimento abolizionista brasiliano. Gli insegna che colmare i vuoti della memoria collettiva non è un esercizio accademico, ma un modo per far emergere verità nascoste. E anni dopo nei suoi film, questa lezione diventerà un’ossessione. Il suo rapporto con il cinema è inseparabile da Recife, la città in cui è cresciuto. Porto del nord-est brasiliano, Recife è un luogo di contrasti brutali dove le spiagge eleganti e i grattacieli moderni convivono con le favelas e una violenza quotidiana.

Cento anni fa, nell’epoca del cinema muto, poco prima dell’arrivo del sonoro, un piccolo gruppo di registi di Recife riuscì a realizzare tredici lungometraggi. Di questi, soltanto sei sono arrivati fino a noi. Da sempre, però, i media in Brasile sono stati concentrati a San Paolo e a Rio de Janeiro, a quasi duemila chilometri di distanza, nel sud-est del Paese. Non solo il cinema, ma anche i capitali, la radio e la televisione. Recife, nel nord-est, aveva una delle prime facoltà di giurisprudenza del Brasile e ha dato i natali a numerose figure di rilievo della letteratura e della musica. Eppure, dal punto di vista cinematografico, tra gli anni Venti e gli anni Settanta accadde ben poco.

Il primo lungometraggio, O Som ao Redor, è ambientato nella strada dove ha vissuto da bambino. Più tardi realizza Retratos Fantasmas, un documentario che racconta la città attraverso i suoi cinema, usando archivi, film dimenticati e immagini superstiti. È un album di famiglia urbano, un modo per restituire dignità storica a ciò che sembrava perduto.

Nel suo cinema il commento politico convive con un’estetica d’autore che dialoga apertamente con il cinema di genere. Fantascienza, western, noir filtrano nelle sue storie senza mai diventare citazione fine a se stessa. Le domande su giustizia e verità spesso emergono attraverso un umorismo nero, a volte feroce. Neighboring Sounds, ritratto spietato delle gerarchie di classe brasiliane, viene salutato nel 2012 come uno dei film dell’anno. Aquarius, del 2016, racconta la resistenza ostinata di una donna contro i palazzinari che vogliono demolire il suo appartamento. Il film gira il mondo, vince premi ovunque, mentre in Brasile sale al potere Jair Bolsonaro e Mendonça diventa una delle voci più critiche contro la deriva autoritaria del Paese.

Ma è il suo film più recente, The Secret Agent, ambientato nel 1977 nel pieno della dittatura militare, a sintetizzare meglio la sua poetica. Il protagonista, Armando Solimões, è uno scienziato perseguitato da un imprenditore legato al regime che vuole appropriarsi del suo laboratorio a Recife. Quando la minaccia diventa fisica, Solimões è costretto a fuggire, cercando di portare in salvo il figlio prima che i sicari lo raggiungano. Il film è insieme una denuncia dell’autoritarismo e un thriller surreale, popolato da immagini assurde e disturbanti, come una gamba umana che sembra tornare in vita o il corpo gigantesco di uno squalo tigre. Elementi grotteschi che servono a raccontare un Paese dove la violenza reale veniva sistematicamente occultata.

Il Brasile della sua infanzia non è solo quello dei documenti ufficiali, ma quello delle voci registrate, delle tracce rimaste negli archivi, dei rumori di fondo catturati per caso. Qui ritorna l’insegnamento della madre e il valore della storia orale. Lei non intervistava i potenti, ma i portieri, i camerieri, le donne delle pulizie. Credeva che la storia vera abitasse nei margini. E questa consapevolezza diventa il cuore emotivo di The Secret Agent, che non parla tanto di memoria quanto di oblio. Di ciò che una società sceglie di dimenticare. In Brasile, racconta Mendonça, la rimozione del passato è stata a lungo una strategia politica. I grandi media, concentrati nelle mani di pochi, hanno contribuito a costruire una realtà alternativa, spesso indulgente verso la dittatura. Ricordare può diventare un atto sovversivo.

Guardare film, scriverne, cercare di capire cosa una società dice di sé attraverso le immagini è sempre stato, per lui, un unico gesto. Forse è per questo che il suo cinema è così consapevole delle proprie radici e così ostinatamente politico senza mai diventare didascalico. Con The Secret Agent, candidato a due premi Oscar, tra cui quello per Miglior film internazionale, Mendonça conferma la verve di un autore che non usa il cinema per evadere dalla storia, ma per reclamarla. In un’epoca di post-verità e realtà a scelta, i suoi film ricordano che il passato non è un’opinione. È un terreno di conflitto, e che raccontarlo, oggi più che mai, è un atto di resistenza.

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