Ogni novembre, in un ristorante parigino dal decoro modernista, l’Académie assegna il più prestigioso riconoscimento della letteratura francese. Tavoli apparecchiati con piatti classici, giurie in abito scuro, quattro calici di vino davanti a ciascun giurato. È lì che nasce il vincitore del Prix Goncourt, un sigillo capace di proiettare uno scrittore nell’olimpo della letteratura francese (e non solo), accanto a mostri sacri come Marcel Proust e Simone de Beauvoir.
Nel novembre 2024 il premio è andato a Houris, romanzo di Kamel Daoud, autore algerino molto amato in Francia. La vittoria è arrivata in un clima teso tra Parigi e Algeri, inasprito dalla repressione interna algerina e dalle frizioni sul Sahara occidentale. Daoud, che vive in Francia dal 2023, ha lasciato l’Algeria dichiarando di non riuscire più né a scrivere né a respirare nel proprio Paese. Il suo nome è il simbolo della quel sincretismo, a tratti mal digerito, tra i due Paesi, perché scrittore bilingue, critico dell’islamismo e voce ascoltata nei media francesi. Il successo del Goncourt ha consolidato questa posizione e, al tempo, ha amplificato la sua notorietà.
Un romanzo sul decennio nero
Houris affronta il tema della guerra civile algerina degli anni Novanta, il “decennio nero”, ancora oggi, per molti versi, scomodo e incandescente. Oltre 200 mila morti, villaggi massacrati, civili sgozzati, un conflitto tra Stato e gruppi islamisti armati che ha frantumato la società.
La protagonista è Aube, sopravvissuta da bambina a un massacro nel villaggio di Had Chekala. I terroristi hanno ucciso la sua famiglia e le hanno tagliato la gola. Una cicatrice di diciassette centimetri le attraversa il collo. Respira grazie a una tracheotomia. La voce è un filo d’aria.
Aube è incinta. Dialoga interiormente con la figlia che porta in grembo, la sua houri. Medita l’aborto, torna sul luogo dell’eccidio, interroga il passato che l’Algeria preferisce rimuovere. Il romanzo alterna il suo monologo alla voce di Aïssa, archivista ossessivo delle stragi. “Duecentomila morti e nessun libro”, dice.
La parola araba houri definisce le bellissime fanciulle del paradiso islamico (Jannah) promesse ai credenti. Derivante dall'arabo, indica figure di estrema purezza e bellezza celeste.
La giuria del Goncourt ha lodato Daoud per aver dato parola al dolore femminile di un’epoca rimossa. Undici giorni dopo la premiazione, l’autore è stato contestato.

“È la mia storia”
In uno studio televisivo algerino è apparsa una donna di trent’anni. Si chiama Saâda Arbane. Ha mostrato al pubblico la cannula che le consente di respirare e ha accusato Daoud di aver utilizzato la sua vita per costruire il personaggio di Aube. Nel 2000 terroristi islamisti hanno ucciso i suoi genitori e cinque fratelli. Le hanno tagliato la gola e l’hanno lasciata morire. È sopravvissuta. Ha subito diversi interventi anche se non ha più recuperato la voce. Per anni ha nascosto il proprio volto. Ha affermato di essersi confidata soltanto con la sua psichiatra, che è, coincidenza vuole, la moglie di Daoud.
Arbane ha avviato due azioni legali, citando in giudizio Daoud e l’editore Éditions Gallimard per violazione della privacy e diffamazione. Gli avvocati elencano circa trenta somiglianze tra la sua biografia e quella della protagonista. La sgozzatura. La tracheotomia. L’adozione da parte di una figura pubblica. Il liceo frequentato. La passione per i cavalli. Persino la lunghezza della cicatrice. Per Arbane non è un archetipo, ma la sua identità, riconoscibile.
La difesa e la politica
Daoud respinge con decisione le accuse. Secondo lo scrittore, il personaggio di Aube non sarebbe una persona reale, ma una figura di finzione costruita a partire da numerose testimonianze raccolte durante il decennio nero algerino. A suo avviso, le azioni legali contro di lui farebbero parte di una più ampia strategia del regime algerino per colpire una voce critica e scomoda.
Negli ultimi anni, infatti, l’Algeria ha progressivamente irrigidito il controllo sul dissenso. Il movimento di protesta Hirak, esploso nel 2019, è stato gradualmente represso, mentre diversi scrittori e attivisti sono stati arrestati o sottoposti a pressioni. Il caso dello scrittore Boualem Sansal — condannato e poi liberato nel 2025 dopo forti pressioni internazionali — ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica europea sulla situazione nel Paese. In questo contesto, Daoud si presenta come l’ennesimo bersaglio di un potere che non tollera deviazioni dalla linea ufficiale.
La controversia, tuttavia, ha rapidamente oltrepassato i confini del dibattito letterario. In Francia è diventata parte di un nuovo capitolo della complessa e spesso tesa relazione tra Parigi e Algeri. I sostenitori dello scrittore parlano apertamente di persecuzione politica. Dall’altra parte, i difensori di Arbane denunciano un abuso di potere simbolico: quello di un autore affermato che avrebbe utilizzato la storia di una donna segnata dalla violenza, lasciandole però pochissimo spazio per far sentire la propria voce.

A chi appartiene una storia
Il nodo della questione è antico. La letteratura, da sempre, si nutre di vite altrui: le osserva, le trasfigura, le combina e le reinventa. Ma esiste anche una soglia sottile. Quando i dettagli diventano troppo precisi, quando i riferimenti risultano riconoscibili, la finzione rischia di trasformarsi in esposizione.
Daoud ha costruito gran parte della propria carriera proprio sulla riscrittura. Con Il caso Meursault aveva dialogato con Albert Camus, restituendo voce all’arabo senza nome ucciso ne Lo straniero. Oggi, però, si trova accusato di aver aver sottratto la voce a una donna reale. Il paradosso è evidente e potente. Nel romanzo emerge una domanda più ampia: quale prezzo devono pagare le vittime perché uno Stato possa voltare pagina dopo una stagione di violenza? Arbane sostiene di essere stata sacrificata una seconda volta. Racconta di essersi sentita tradita, spogliata della propria storia, esposta allo sguardo del mondo.
Intanto il procedimento giudiziario in Francia è ancora in corso. Nel frattempo Houris ha superato le quattrocentomila copie vendute e si prepara a una diffusione internazionale attraverso numerose traduzioni. Rimane però una domanda che nessuna sentenza potrà sciogliere del tutto: quando uno scrittore racconta un trauma collettivo attraverso il volto di una persona riconoscibile, dove termina l’elaborazione artistica e dove comincia l’appropriazione?







