Bad Bunny super bowl

Il Super Bowl, Bad Bunny e l’America che non sa più guardarsi allo specchio

Quando Bad Bunny salì per la prima volta sul palco del Super Bowl, nel 2020, indossava un trench argentato e un do-rag coordinato. Apparve, incendiò la scena con una strofa culminata in un “Viva la raza!” e poi scomparve. Nessuno sembrò farci troppo caso. Era un ospite nello show di Shakira, affiancata da Jennifer Lopez, e all’epoca Bad Bunny non era ancora un’ossessione nazionale né tantomeno una figura politicamente controversa. Quel grido poi non era un proclama ideologico, ma un omaggio a Eddie Guerrero, wrestler texano che aveva fatto di quella frase il suo marchio.

Sei anni dopo, la situazione è completamente diversa. Bad Bunny è tornato al Super Bowl da protagonista assoluto, dominando il racconto mediatico e oscurando perfino i giocatori in campo. Con oltre cinquanta milioni di follower su Instagram – circa cento volte quelli del quarterback dei Seahawks, Sam Darnold – è diventato molto più di una pop star. È un artista portoricano che canta quasi esclusivamente in spagnolo, ha sostenuto Kamala Harris nel 2024 ed è stato apertamente critico verso l’ICE. Proprio per questo, la sua nomina a headliner ha estremizzato il suo essere divisivo. All’inizio di ottobre, poco dopo l’annuncio, Donald Trump definì “assolutamente ridicola” la scelta della NFL, pur sostenendo di non aver mai sentito parlare di lui.

Negli ultimi dieci anni Bad Bunny ha messo insieme un repertorio che cattura subito e non ti molla più. Canta e rappa con una spontaneità rara, come se ogni base fosse stata pensata apposta per lui. Domenica sera lo ha ricordato a tutti, firmando uno show che potrebbe restare come uno dei momenti più alti nella storia del Super Bowl. Un’esplosione di suoni lavorati al millimetro, melodie ondeggianti, coreografie accecanti e scenografie che si susseguivano senza tregua. Una piantagione di canna da zucchero, un minuscolo salone per unghie, pali elettrici malfunzionanti che evocano – e denunciano – i blackout cronici di Porto Rico. Tredici minuti appena, eppure così densi che, una volta finiti, qualcuno avrebbe potuto quasi dimenticare i cameo di Lady Gaga e Ricky Martin. Il viaggio musicale è proceduto all’indietro nel tempo. Dai ritmi lenti e sensuali del reggaetón fino al fragore festoso delle percussioni tradizionali. Nel finale, Bad Bunny ha cantato DtMF, brano che dà il titolo al suo ultimo album, DeBÍ TiRAR MáS FOToS, fresco vincitore del Grammy come miglior disco.

La sua popolarità è ai limiti del possibile. È stato l’artista più ascoltato su Spotify lo scorso anno, e in tre dei cinque precedenti. Certo, pesa l’enorme platea di lingua spagnola – solo il mandarino ha più madrelingua nel mondo – ma non basta a spiegare tutto. Bad Bunny arriva al pubblico soprattutto attraverso il suono, non attraverso il significato letterale dei testi. Ed è qui che nasce una delle ironie della recente polemica: molti fan anglofoni, fino a poco tempo fa, non si erano mai preoccupati di tradurre davvero le sue canzoni. Pochi giorni prima del Super Bowl, Pat McAfee, ex punter diventato volto ESPN, ha celebrato entusiasta Chambea, un vecchio successo di Bad Bunny. Il titolo parla di caricare un’arma. “Non ho idea di cosa stia dicendo”, ha ammesso McAfee, “ma è fantastico”.

Come molta grande musica pop, anche quella di Bad Bunny è inclusiva ed esclusiva allo stesso tempo. La scorsa estate, invece di partire per un tour globale, ha scelto di restare a casa. Trenta concerti al Coliseo di San Juan, i primi nove riservati ai portoricani, i successivi aperti ai fan arrivati da tutto il mondo. Poi un’ultima data, la trentunesima, trasmessa in diretta su Prime Video e Twitch. La forza dello show del Super Bowl sta proprio nel messaggio ambiguo che lascia. Bad Bunny è americano, in quanto portoricano, ma non in modo semplice o pacificato. La bandiera azzurra che ha sollevato sulle spalle è associata al movimento indipendentista dell’isola. Il momento più potente è arrivato verso la fine, quando ha guidato una sfilata di bandiere nazionali, con quella statunitense in testa. “God bless America”, ha scandito, ma America nel senso più ampio possibile. “Cile, Argentina, Uruguay…”, ha iniziato, risalendo il continente fino a Stati Uniti e Canada. A seconda dello sguardo, quella performance può sembrare una celebrazione trionfale della musica americana o una messa in discussione radicale dei suoi confini.

Il Super Bowl è speciale proprio perché costringe milioni di persone a guardare la stessa cosa nello stesso momento. Poi, finita la partita, ciascuno torna alla propria tribù. E il tribalismo, non meno della fede o della libertà, è una tradizione tutta americana, soprattutto nella musica. I politici inseguono maggioranze durature; i musicisti, anche i più popolari al mondo, raramente le ottengono. Il pubblico che riescono a conquistare resta sempre una parte, mai il tutto. Forse è proprio il disaccordo americano a spiegare la straordinaria energia e varietà della sua cultura musicale. Un’America che può contenere Nashville e San Juan insieme. Una sola nazione, infinitamente divisibile.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,