Prima ancora di disputare questa sua prima Olimpiade, Ilia Malinin ha già lasciato il segno nel pattinaggio artistico. Guardarlo pattinare non significa solo assistere a un’esibizione sportiva, ma osservare un atleta che addomestica salti che nessun altro riesce nemmeno a tentare. Decolla con la naturalezza di un giovane Michael Jordan, poi ricade sull’equivalente di due coltelli da macellaio conficcati nel ghiaccio.
Ogni tanto, nello sport, accade un salto evolutivo. Arrivano atleti talmente fuori scala da costringerti a rivedere ciò che credevi possibile. Simone Biles che esplode nell’aria come un fulmine, Michael Phelps che attraversa l’acqua lasciandosi dietro una scia da motoscafo. Malinin appartiene a quella stirpe. A ventun anni, mentre rifiniva i programmi in vista dei Giochi di Milano, è riuscito a eseguire sette salti quadrupli in una sola gara, ruotando come una banderuola durante una tempesta. Nessun altro, quel giorno, è andato oltre quattro.
In uno sport in cui le medaglie si assegnano spesso per frazioni infinitesimali, Malinin vince con distacchi fuori scala: trenta, quaranta, a volte persino settanta punti. Lo fa senza apparente sforzo, con una disinvoltura che sfiora la provocazione, scivolando in ginocchio, appoggiandosi su una mano, passando da Bach ai bassi elettronici della Gen Z. Il suo segno distintivo è il quadruplo axel, un salto che in gara è riuscito solo a lui e che gli ha valso il soprannome, scelto non a caso, di Quad God. E spesso, quando tutto sembra già finito, aggiunge un ultimo gesto gratuito, quasi per gioco: un calcio altissimo sopra la testa, una capriola all’indietro, l’atterraggio su un solo piede, giusto per accendere l’urlo del pubblico.
La sua sicurezza potrebbe risultare irritante, per non dire arrogante, se non fosse sostenuta da qualcosa di autenticamente nuovo. «Ho rotto la fisica», ha detto una volta, «A volte ho l’impressione che la fisica non funzioni più con me».
Per capire quanto sia radicale quello che fa, serve un passo indietro. Il primo salto quadruplo della storia avvenne nel 1988, ma rimase un’eccezione. Solo dagli anni Duemila i quadrupli sono diventati una necessità per emergere nel complesso sistema di punteggio. Esistono cinque varianti, tutte difficili, tutte temute. Ma l’axel è un’altra cosa. È l’unico salto che parte in avanti e atterra all’indietro, sull’altro piede. In realtà, chi lo esegue compie quattro giri e mezzo in meno di un secondo. Per decenni è stato considerato quasi impossibile. Nel 2021 anche il campione olimpico Yuzuru Hanyu lo ha tentato, senza riuscire a completarlo.
Malinin lo ha fatto a diciassette anni. Con una naturalezza che ha messo in crisi un intero sport.
Dietro quella che sembra una sfida alle leggi della fisica però c’è una realtà durissima. La performance dura quattro minuti e mezzo, e dopo appena trenta secondi il cuore di Malinin lavora già al novanta per cento della sua capacità, restando su quei livelli fino alla fine. Ai piedi porta pattini in materiale composito che pesano quasi un chilo ciascuno. Nel quadruplo axel si solleva di oltre settanta centimetri, un’elevazione paragonabile a quella di un giocatore NBA, per poi ricadere su una lama larga meno di mezzo centimetro. Entra nel salto a circa ventiquattro chilometri orari. Nel momento in cui chiude braccia e gambe per aumentare la velocità di rotazione, il corpo è sottoposto a forze enormi. In aria ruota a più di trecento giri al minuto, come un motore in piena spinta. Subito dopo deve ritrovare l’equilibrio, “spegnere” la vertigine e assorbire un impatto pari a cinque-otto volte il suo peso corporeo, tutto su una sola gamba, su ghiaccio steso sopra il cemento.
Ma nemmeno questo basta a raccontare la complessità delle sue esibizioni. Ci sono trottole, salti, sequenze di passi velocissime, cambi di filo continui. Basta un dettaglio fuori posto, una linea leggermente spezzata, e i giudici se ne accorgono subito. «Quando calci un pallone non devi sembrare perfetto», ha raccontato. «Qui sì».
Si allena fino a sei ore al giorno, sei giorni a settimana, arrivando a eseguire una cinquantina di salti per sessione. «A fine giornata il corpo è distrutto», racconta. Fino a poco tempo fa era ancora un nome noto solo agli addetti ai lavori, poi sono arrivati i titoli mondiali, le sponsorizzazioni e gli spot. Le aziende hanno iniziato a capire chi fosse davvero quel ragazzo che sembrava ignorare la gravità. Una di quelle collaborazioni gli ha persino regalato la sua prima auto, liberandolo finalmente dalla dipendenza dei passaggi dei genitori.
E qui la storia torna alla famiglia. Malinin è figlio di due ex pattinatori olimpici, Tatiana Malinina e Roman Skorniakov, cresciuti nel sistema sportivo sovietico, dove la tecnica era una religione e il sacrificio una norma. Avevano giurato che il figlio non avrebbe fatto la loro stessa vita troppo dura e troppo totalizzante. Ma il ghiaccio era sempre lì. E lui, da bambino, continuava a chiedere: posso anche io? Quando lo hanno fatto, per gioco, lui ha iniziato subito a inventare programmi, a imitare i grandi, a cercare il pubblico. Con il tempo sono arrivati la disciplina feroce, gli allenamenti all’alba, le correzioni ossessive su dettagli invisibili. Un piccolo cambiamento di postura, spiegava sua madre, può rendere un salto possibile o distruggerlo.
A tredici anni ha atterrato il suo primo triplo axel. A sedici, con la sfrontatezza tipica della gioventù, ha iniziato a chiamarsi Quad God su Instagram, ben prima di esserlo davvero. Durante la pandemia, con le piste chiuse, si è allenato come un atleta sovietico di altri tempi. Poco dopo è arrivato anche il quadruplo axel. Da quel momento, ogni limite ha smesso di essere un ostacolo ed è diventato un invito. Ha vinto mondiali, ha alzato l’asticella, ha iniziato a immaginare combinazioni che nessuno aveva mai provato. In allenamento cade spesso. Si innervosisce, colpisce le cosce con i pugni, scheggia il ghiaccio con le lame. Poi riparte e alla fine riesce.
Dopo una gara sottotono, qualche mese fa, gli hanno chiesto se la pressione lo condizionasse. Lui ha scosso la testa. Non la chiama pressione, la chiama status. È la consapevolezza di ciò che sei e di quello che puoi ancora diventare. Oggi Malinin parla apertamente di un nuovo orizzonte: il salto quintuplo. Ci sta lavorando in silenzio, come fa sempre. Dice di averlo già fatto.
«Davanti a chi?» gli hanno chiesto. «Ai miei genitori», ha risposto.







