La vita – e soprattutto la morte opaca – di Jeffrey Epstein hanno alimentato un sentimento diffuso di sfiducia, quasi di cinismo sistemico. Quando un uomo come lui riesce a muoversi per anni tra finanza, politica, accademia e spettacolo, è facile convincersi che l’élite sia irrimediabilmente corrotta. In un sistema che si definisce meritocratico, troppi tra i “migliori” si sono rivelati guidati da vanità, interesse, servilismo, avidità. E talvolta da qualcosa di peggio. Un numero imprecisato di uomini e donne potenti ha trafficato e abusato di un numero molto più ampio di ragazze e donne vulnerabili. Sono loro, prima di tutto, ad avere diritto a una risposta rapida e netta della giustizia.
Epstein, finanziere e mediatore d’affari, ma anche stupratore e pedofilo, è morto nel 2019 in una cella di Manhattan. La pressione dell’opinione pubblica e del Congresso ha spinto il Dipartimento di Giustizia a pubblicare oltre tre milioni di pagine di documenti lo scorso 30 gennaio. Un archivio immenso, ingestibile nella sua forma grezza, e solo di recente un gruppo di ingegneri volontari lo ha convertito in un formato analizzabile. L’analisi di questo materiale mostra un tratto ricorrente: Epstein era attento a separare la sua rete di influenze dalla sua attività criminale, o almeno a provarci.
Su circa 1.4 milioni di email, una parte significativa è stata classificata in base alla rilevanza rispetto ai suoi reati. In alcune, i corrispondenti scherzano sugli abusi delle sue “ragazzine più piccole”. È un dettaglio che da solo racconta il clima morale in cui si muoveva. Quasi il 60% dei messaggi era rivolto a persone pagate per semplificargli la vita. C’era chi gestiva le complicazioni burocratiche legate al suo status di condannato per reati sessuali. Altri si occupavano di ripulire internet dai riferimenti al patteggiamento del 2008 per prostituzione minorile e adescamento. Questo lavoro sistematico di occultamento potrebbe spiegare perché alcuni tra i suoi contatti sostengano oggi di non aver compreso la reale portata dei suoi crimini.
Il resto delle email restituisce l’immagine di una rete impressionante di scambi di favori e relazioni di potere. Tra i suoi circa 500 principali interlocutori, esclusi dipendenti e partner d’affari, quasi un quinto apparteneva al mondo della finanza. Seguono scienziati e medici, poi figure dei media, dell’intrattenimento e delle pubbliche relazioni. Non mancano avvocati, politici, accademici e imprenditori. La maggior parte era americana, anche se non mancavano contatti internazionali. In alcuni casi, membri di queste reti sembrano direttamente coinvolti nel traffico sessuale. In altri, pur senza configurare reati, emergono responsabilità morali difficili da ignorare. C’è chi ha mentito su rapporti marginali con Epstein e chi, al contrario, è stato esposto pubblicamente nonostante l’unico contatto documentato fosse un tentativo unilaterale di avvicinamento da parte sua.
Il problema è che i file mescolano tutto. Complicità reali, leggerezze colpevoli, frequentazioni superficiali, accuse non verificabili. A complicare ulteriormente il quadro sono state le cancellazioni operate dal Dipartimento di Giustizia: in alcuni casi hanno protetto presunti responsabili, in altri hanno reso identificabili persone marginalmente coinvolte. Ma la cosa più grave è che troppo spesso hanno lasciato esposte le vittime. Le omissioni sono necessarie per tutelare chi ha subito abusi, ma volti e nomi oscurati finiscono per trasformare ancora una volta la narrazione in una storia centrata sugli uomini. I corpi femminili diventano comparse senza identità in un archivio che documenta l’abuso sistematico di oltre mille vittime.
Il dovere, ora, è semplice e urgente: portare i responsabili davanti alla giustizia senza ulteriori ritardi. È difficile comprendere – e ancor più giustificare – perché, a sette anni dai fatti principali, siano stati avviati così pochi procedimenti. L’inerzia appare sconcertante quanto la clemenza del patteggiamento ottenuto quasi vent’anni fa. Il tempo, in questi casi, non è neutrale. Ogni ritardo è un’altra forma di negazione.







