Quando Pep Guardiola ha citato Palestina, Ucraina e Sudan durante la conferenza stampa del 4 febbraio, è sembrato quasi sorpreso che qualcuno, finalmente, gli chiedesse conto di quelle parole: «È la prima volta in dieci anni che un giornalista mi fa una domanda su questo». Poi ha spiegato il suo punto di vista senza costruzioni ideologiche e senza giri retorici, che le immagini arrivano ovunque, non lasciano scampo e fanno male. Fanno male a lui, farebbero male a chiunque, indipendentemente da quale “parte” si guardi. Ha parlato anche degli omicidi di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, uccisi da agenti federali. Una delle due era un’infermiera. «Spiegatemi come si può difendere una cosa del genere», ha detto.
Solo pochi giorni prima era intervenuto a Barcellona, a un evento organizzato da Act X Palestine. Lì aveva parlato di bambini che piangono davanti alle macerie e che chiedono delle madri senza sapere che è sepolta sotto i detriti. Aveva detto di sentirsi parte di un mondo che li ha abbandonati, di immaginarli mentre chiedono aiuto e non ricevono risposta. Parole simili le aveva già pronunciate a giugno, durante la cerimonia per la laurea honoris causa all’Università di Manchester. A novembre aveva promosso una partita tra le nazionali catalana e palestinese, parlando apertamente di solidarietà e ricordando gli sportivi palestinesi uccisi.
Non è detto che tutti debbano fare lo stesso. Come scrivevamo qualche settimana fa, non è giusto attaccare allenatori o atleti che scelgono il silenzio. Cercare una vita tranquilla non è un peccato capitale, e non tutti hanno gli strumenti, la conoscenza o la voglia di esporsi su temi enormi e complessi. Guardiola però parla e questo gli andrebbe riconosciuto, anche se, lavora per Abu Dhabi. Chi segue il calcio lo sa già, chi vuole può approfondire. Basta dire che la pagina di Amnesty International dedicata a quello Stato non è esattamente una lettura rassicurante. È legittimo notare la contraddizione. Nel 2018, interrogato sulle condizioni democratiche degli Emirati Arabi, si limitò a dire che ogni Paese decide come vivere. È codardia morale? È incoerenza? Forse sì. Probabilmente sì. Ma l’incoerenza è ovunque. Le persone sono incoerenti. Quasi tutti, prima o poi, scelgono il silenzio quando parlare avrebbe un costo. Dovrebbe questo impedirci di parlare di qualsiasi questione morale?
Usare questa contraddizione come una clava contro Guardiola è sterile. È la logica del benaltrismo, una richiesta implicita (e assurda) di purezza morale assoluta. Se parli di questo, allora devi parlare anche di quello. Se non lo fai, allora taci su tutto. Ma nessuno è moralmente puro. Se lo sei, o se pensi di esserlo, complimenti. La maggior parte delle persone convive con compromessi quotidiani. Guardiola ha accettato il compromesso di lavorare nel posto perfetto per lui, al vertice del calcio mondiale, al prezzo di collaborare con chi lo paga. È un compromesso grande, forse più visibile di quello di altri, ma resta un compromesso, non un’eccezione ontologica. Se guardiamo alle nostre vite, la domanda è inevitabile: siamo davvero d’accordo con tutto ciò che fanno i nostri datori di lavoro? Accettiamo denaro solo da persone impeccabili? Ogni nostra scelta è guidata da criteri morali assoluti? Se sì, benissimo. Se no, questo non dovrebbe squalificarci dal prendere posizione su altro.
Il punto è simile a quello sollevato di recente da Zack Polanski, leader dei Verdi britannici, quando parlava delle accuse di ipocrisia rivolte agli ambientalisti. Polanski diceva che non serve essere perfetti per difendere una causa, e che pretendere la perfezione è spesso solo un modo per evitare il problema reale. Non esiste una società perfetta. Non esistono persone perfette. Ma esiste la possibilità di lavorare per stare un po’ meglio di prima. Certo, sarebbe auspicabile che Guardiola parlasse anche di Abu Dhabi, ma oggi parla di Palestina, di Sudan, degli abusi negli Stati Uniti. E per uno nella sua posizione, conta. Il resto non cancella ciò che dice.






