dissidente

E così, vuoi diventare un dissidente?

Per molto di noi occidentali dissidente evoca regimi autoritari, piazze sorvegliate e tribunali speciali. Figure come Alexei Navalny o Jamal Khashoggi appartengono a geografie percepite come remote. E prima di loro, Nelson Mandela e Mahatma Gandhi ci sembravano (e ci sembrano) che incarnino un’idea quasi epica e non reale del coraggio civile. Oggi, però, la categoria del dissenso non è più confinata in un altrove lontano nello spazio e nel tempo. In molte democrazie occidentali, dove le elezioni sopravvivono ma gli equilibri istituzionali si assottigliano, contestare le decisioni di governo può comportare conseguenze tangibili. Non necessariamente il carcere o l’esilio. Più spesso si tratta di un logoramento progressivo con pressioni amministrative, campagne diffamatorie, ritorsioni professionali e, infine, l’isolamento.

Il mutamento si manifesta attraverso atti burocratici, nomine strategiche e norme interpretate in modo punitivo. Si introducono criteri di lealtà nei corpi pubblici. Si ridefiniscono programmi accademici. Si colpiscono professionisti che hanno difeso posizioni sgradite al potere. In questo clima crescono le liste. Liste di funzionari sospetti, di istituzioni da “riformare”, di categorie considerate ostili. A volte il bersaglio è un medico che ha esercitato secondo la propria deontologia. Altrove è un’insegnante, una bibliotecaria, un amministratore locale che ha organizzato un incontro informativo sui diritti costituzionali. Il conflitto non riguarda più soltanto i vertici della politica, ma si estende ai mestieri ordinari della società civile.

La risposta più immediata, e forse la più comprensibile, è una prudenza silenziosa che ha assunto forme diverse ma convergenti. Donatori tradizionalmente impegnati sospendono i finanziamenti, timorosi di ritorsioni. Parlamentari ritirano obiezioni che fino a poco prima apparivano irrinunciabili. Rettori accettano negoziati che avrebbero giudicato inammissibili solo qualche stagione fa. Ma soprattutto, molti restano in silenzio. E tuttavia l’arretramento non è generale. Le piazze continuano a riempirsi, talvolta con una partecipazione che sorprende gli stessi organizzatori; le proteste si moltiplicano pur senza assumere la forma compatta e oceanica delle grandi mobilitazioni del passato. Le rilevazioni comparative sulle manifestazioni civiche indicano anzi che, nelle fasi iniziali di una torsione autoritaria, la frequenza degli atti di dissenso tende ad aumentare. Mutano però le modalità: all’evento simbolico e concentrato si sostituisce una mobilitazione più diffusa, capillare, frammentata, che si insinua nel tessuto quotidiano della vita pubblica e ne ridisegna progressivamente i confini.

Gli studiosi di scienza politica hanno adottato per questa configurazione il termine di “autoritarismo competitivo”, formula che descrive ordinamenti nei quali la competizione elettorale sopravvive ma si svolge su un terreno progressivamente inclinato. Le consultazioni non vengono abolite; restano, anzi, a legittimare formalmente il potere. Ciò che muta è l’ecosistema istituzionale che dovrebbe garantirne l’equità. Gli arbitri del sistema – magistratura, informazione, autorità di garanzia – vengono gradualmente ricondotti entro un perimetro di fedeltà politica. L’esperienza dell’Ungheria di Orbán ha offerto, in Europa centrale, un caso emblematico. In simili contesti il prezzo dell’opposizione cresce in modo silenzioso ma costante; raramente attraverso gesti clamorosi, quasi sempre mediante interventi puntuali e ripetuti che, sommati, ridisegnano l’orizzonte del possibile.

A fronte di questo scenario, la ricerca empirica fornisce indicazioni meno scoraggianti di quanto si potrebbe immaginare. Erica Chenoweth ha esaminato centinaia di campagne non violente del Novecento, individuando una soglia ricorrente: quando una minoranza attiva, pari almeno al 3,5 per cento della popolazione, partecipa in modo continuativo alla mobilitazione, le probabilità di successo aumentano sensibilmente. Le campagne non violente risultano inoltre più efficaci di quelle armate non soltanto per ragioni etiche, ma anche perché riducono i costi di adesione, ampliano la base sociale del dissenso e, soprattutto, favoriscono le defezioni all’interno dell’apparato di potere, incrinando dall’interno la coesione del regime.

Quando una minoranza attiva, pari almeno al 3,5 per cento della popolazione, partecipa in modo continuativo alla mobilitazione, le probabilità di successo aumentano sensibilmente.

La storia recente offre riscontri difficilmente eludibili. In Sudafrica, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, il combinarsi di sanzioni internazionali e boicottaggi interni erose progressivamente il sostegno di una parte significativa dell’imprenditoria bianca al sistema dell’apartheid. La pressione economica rese il mantenimento dell’ordine segregazionista più oneroso della sua trasformazione e permise l’apertura di un negoziato con Mandela, che condusse allo smantellamento di un assetto giuridico fondato sulla discriminazione razziale. Un copione analogo, sebbene in circostanze differenti, si osservò in Serbia durante le mobilitazioni contro Slobodan Milošević. Qui un movimento studentesco seppe agire non solo sulle piazze, ma sull’immaginario e sulla psicologia delle forze di sicurezza, incrinandone la disponibilità a esercitare la violenza. Quando la polizia esitò e, in alcuni frangenti, rifiutò di disperdere i manifestanti, divenne evidente che il potere aveva perso una componente essenziale della propria efficacia: l’obbedienza automatica degli esecutori.

Nessun ordine politico, per quanto autoritario, si fonda esclusivamente sulla coercizione. Ogni regime, anche il più rigido, necessita di una cooperazione diffusa e quotidiana: funzionari che applicano direttive, imprenditori che garantiscono risorse e soprattutto cittadini che si conformano. La disobbedienza civile interviene precisamente su questa trama invisibile di consenso. Non punta a gesti isolati di eroismo individuale, destinati a esaurirsi nel sacrificio, ma coltiva una forma di perseveranza condivisa, quella che gli studiosi dei movimenti non violenti hanno definito una “ostinazione collettiva”, una pratica paziente e coordinata di sottrazione, capace di svuotare dall’interno i meccanismi di legittimazione del potere.

Il dissenso vive di legami. Gli attivisti che hanno affrontato regimi autoritari convergono su questo punto con sorprendente unanimità: l’isolamento logora, la comunità sostiene. Félix Maradiaga, incarcerato in Nicaragua per aver contestato il potere di Daniel Ortega, ha più volte ricordato come il sostegno delle reti locali e internazionali abbia trasformato la detenzione da esperienza puramente punitiva a prova politicamente significativa. Senza un tessuto di relazioni, il dissenso si affievolisce fino a spegnersi; con esso, invece, acquista profondità e durata. Le comunità offrono formazione, consulenza giuridica, competenze tecnologiche; costruiscono spazi di apprendimento reciproco e strumenti di protezione condivisa. Educano alla valutazione del rischio e a una prudenza consapevole, che non coincide con l’autocensura. Il silenzio sistematico finisce per tradursi in una forma di acquiescenza; l’esposizione indiscriminata, al contrario, espone a vulnerabilità evitabili. Tra questi due estremi si colloca un’etica della responsabilità, nella quale il coraggio non è imprudenza ma scelta ponderata, radicata in una rete di fiducia.

Tutti i detentori del potere, anche i più spietati e corrotti, contano sul consenso e sulla cooperazione della gente comune.

Maria J. Stephan, coautrice di “Perché la resistenza civile funziona”

Chi sceglie di opporsi a un potere che tende a punire il dissenso è chiamato, anzitutto, a una valutazione lucida del costo personale. Il rischio zero non appartiene alla sfera della politica reale; esiste piuttosto una soglia individuale di sopportazione, che ciascuno deve riconoscere e misurare. Prepararsi significa immaginare gli scenari più gravosi — la perdita dell’impiego, un’ispezione fiscale aggressiva, un contenzioso giudiziario — e predisporre contromisure concrete. Significa custodire con rigore la propria reputazione pubblica, evitare leggerezze suscettibili di essere manipolate, distinguere con chiarezza gli ambiti sensibili della vita privata da quelli esposti allo spazio pubblico. Gli apparati ostili non hanno bisogno di grandi scandali; cercano incrinature, anche minime, per trasformarle in strumenti di delegittimazione.

Accanto a questa disciplina, si colloca una dimensione meno appariscente ma altrettanto decisiva: la gioia condivisa. Nei contesti dominati dalla paura, la creazione di spazi conviviali assume un significato che trascende l’intrattenimento. Un concerto improvvisato, una lettura collettiva, una performance artistica in uno spazio pubblico non costituiscono evasione dalla realtà, bensì riaffermazione simbolica di un mondo possibile.La cultura, quando si offre come esperienza comune, erode la retorica dell’intimidazione e restituisce ai partecipanti la percezione di una forza che non coincide con la mera opposizione.

La tradizione dei dissidenti sovietici suggerisce un’ulteriore chiave interpretativa. Andrei Sakharov respingeva l’etichetta di dissidente e si definiva, prima di tutto, uno scienziato. Non rivendicava la distruzione dell’ordine giuridico, ma l’applicazione coerente dei diritti già proclamati dalla costituzione del proprio Paese. Lo storico Benjamin Nathans ha descritto questa postura come una forma di “obbedienza civile radicale”: non sovvertire la legge, bensì esigerne l’adempimento integrale.

Senza un orizzonte positivo, la protesta si consuma nella reazione e finisce per dipendere dall’agenda dell’avversario.

Il dissidente non coincide con chi si limita a opporre un rifiuto. Non è una figura definita per negazione. È, piuttosto, colui che articola un’idea alternativa di giustizia e la espone nello spazio pubblico con coerenza. Senza un orizzonte positivo, la protesta si consuma nella reazione e finisce per dipendere dall’agenda dell’avversario. Talvolta è sufficiente un gesto inaugurale per attivare una dinamica più ampia. Margaret Levi ha definito questo processo una “cascata di credenze”: quando qualcuno infrange il silenzio, altri riconoscono la propria inquietudine nelle parole altrui e scoprono di non essere soli.

Il prezzo, tuttavia, può aumentare. La storia non offre traiettorie lineari né garanzie di successo immediato. Negli anni Settanta e Ottanta molti oppositori sovietici furono internati o inviati nei campi di lavoro. Eppure continuarono a scrivere, a far circolare samizdat, a riunirsi in appartamenti privati per discutere di filosofia, diritto, letteratura. In quelle stanze modeste si coltivava una fedeltà ostinata a principi che sembravano destinati alla sconfitta. Si brindava, con ironia lucida, al successo di una causa giudicata senza speranza. Poi, nel 1989, il Muro di Berlino crollò…

Nessun regime possiede l’eternità e nessuna libertà è assicurata una volta per tutte. Diventare dissidenti non equivale a ricercare il martirio né a costruire un’identità eroica. Significa scegliere di non collaborare con ciò che si ritiene ingiusto e farlo insieme ad altri, trasformando una convinzione individuale in pratica condivisa. L’esperienza storica suggerisce che anche una minoranza determinata e organizzata (come suggeriva Gaetano Mosca) può incidere sul corso degli eventi, purché sappia coniugare fermezza, disciplina, organizzazione, rigore morale e fiducia nella possibilità del cambiamento.

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