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Foto: Irjaliina Paavonpera

Atacama e il popolo Lickanantay: viaggio nel deserto più arido del mondo tra Ayni, litio e saggezza ancestrale

Nel nord del Cile, in quella porzione di pianeta che i manuali di geografia definiscono il deserto più arido del mondo, l’Atacama si presenta come un luogo di apparente sottrazione, uno spazio in cui la vita sembra ridotta all’essenziale e proprio per questo capace di rivelare, con sorprendente nitidezza, ciò che altrove rimane nascosto sotto il rumore incessante della modernità.

È in questo paesaggio minerale, delimitato dai vulcani andini, che Irjaliina Paavonpera, una fotografa di New York, logorata da un’esistenza urbana scandita da ritmi frenetici e da una produttività senza tregua, ha scelto di sostare per alcune settimane, accolta in una comunità indigena lickanantay con l’intento di comprendere come un sapere antico possa ancora orientare la vita quotidiana in un contesto tanto estremo. Il piccolo insediamento che l’ha ospitata non corrisponde all’idea occidentale di villaggio organizzato, ma si configura piuttosto come un intreccio di strade sterrate e abitazioni costruite con materiali tratti direttamente dal territorio circostante, secondo una logica che non separa l’architettura dall’ambiente bensì la prolunga. In quelle case, apparentemente fragili, si avverte una continuità con il suolo che le sostiene; nulla appare superfluo, nulla eccede il necessario.

Il contrasto con la metropoli americana da cui proviene è inevitabile. A New York la verticalità degli edifici e l’abbondanza di oggetti, di servizi, di stimoli visivi e sonori costruiscono un’esperienza del mondo fondata sull’accumulazione e sulla velocità. Nell’Atacama, al contrario, il tempo si dilata e si misura attraverso cicli naturali elementari, l’alternarsi della luce e dell’ombra, il percorso quotidiano degli animali al pascolo, il vento che solleva polvere sottile lungo sentieri quasi invisibili.

La comunità lickanantay con cui la fotografa è entrata in relazione custodisce una visione del mondo in cui la dimensione spirituale non è relegata a un ambito separato dell’esistenza; permea piuttosto le attività ordinarie, dalla cura degli animali alla gestione dell’acqua, bene prezioso in un territorio dove la pioggia è evento raro e quasi prodigioso. Le famiglie di pastori attraversano quotidianamente il deserto sotto un sole implacabile, accompagnando lama e pecore lungo percorsi che conoscono con una precisione tramandata di generazione in generazione. La fatica fisica non viene esibita come eroismo, ma accettata come parte integrante di un equilibrio più ampio, in cui l’essere umano occupa una posizione intermedia, né dominatore né vittima del paesaggio. Le risorse vengono condivise e le decisioni discusse, nella consapevolezza che la sopravvivenza stessa dipende dalla capacità di agire come collettività.

E tuttavia l’Atacama non è un santuario isolato dalla storia contemporanea. Sotto la sua superficie si concentrano immense ricchezze minerarie, tra cui il litio, elemento strategico per le batterie dei veicoli elettrici e per la transizione energetica globale. Le saline abbaglianti, che si estendono come distese innevate in mezzo al deserto, convivono con impianti estrattivi che introducono nel paesaggio una presenza industriale difficile da ignorare.

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Foto: Irjaliina Paavonpera

Irjaliina ha osservato questa coesistenza di sacralità e industria, di silenzio ancestrale e rumore meccanico, interrogandosi su quale spazio rimanga per un sapere che invita alla misura, alla gratitudine, alla consapevolezza dei limiti. La nozione lickanantay di trasformazione ciclica della storia, che interpreta le crisi come passaggi verso nuovi equilibri, offre una chiave di lettura alternativa rispetto alla narrazione lineare del progresso occidentale.

Nel corso delle settimane trascorse nel deserto, la percezione del tempo muta radicalmente. Le giornate non sono più segmentate da appuntamenti e notifiche, ma scandite dall’intensità della luce, dalle conversazioni, dal cammino. Persino un evento atmosferico inatteso, come una pioggia improvvisa, assume il valore di rivelazione. L’aria, dopo le prime gocce, appare più densa, più respirabile, come se il paesaggio stesso si rigenerasse. È in quell’istante che la promessa iniziale di un’aria capace di “pulire i polmoni” acquista un significato più ampio. Non si tratta soltanto di un beneficio fisico, ma di un’esperienza di decantazione interiore. Nel confronto con un ambiente estremo e con una cultura che ne ha fatto la propria casa senza pretendere di dominarlo, la fotografa ha intravisto la possibilità di ripensare la propria esistenza, riconoscendo che la prosperità non coincide necessariamente con l’accumulo e che, talvolta, la forma più radicale di ricchezza consiste nel saper abitare il limite.

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