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La morte di Rasputin

È l’una passata, nel cuore di una notte che Pietrogrado trattiene come un respiro. Siamo tra il 16 e il 17 dicembre 1916 secondo il calendario giuliano dell’Impero; per il nostro calendario gregoriano è già tra il 29 e il 30 dicembre. Il fiume Moika è una lama di ghiaccio sotto le finestre di Palazzo Jusupov, e padre Grigorij Efimovič Rasputin, il monaco nero, varca la soglia senza sapere che quell’ingresso gli sarà fatale.

Rasputin è temuto e odiato. Troppi lo vogliono morto. Un contadino vestito da santone, da stregone, è salito fino alla cima del potere e ora siede tra i due troni della coppia imperiale, avvelenando le orecchie dei reali con parole insinuanti, consigli tossici, profezie e superstizioni che —così giurano i suoi nemici— stanno trascinando la Santa Madre Russia verso la rovina. Qualcuno ha deciso che quell’imbarazzo va risolto una volta per tutte.

E quel qualcuno è soprattutto il principe Feliks Feliksovič Jusupov, e con lui si muove un gruppo che unisce sangue blu, politica e divisa: il granduca Dmitrij Pavlovič Romanov, cugino dello zar; Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, deputato della Duma, conservatore radicale e antisemita; il medico militare Stanislav Lazovert; il tenente Sergej Suchotin. Sullo sfondo compaiono anche i principi Fëdor e Nikita Romanov, e aleggia la quasi certa ombra discreta dell’MI6, guidato dall’ambiguo Oswald Rayner.

Feliks è giovane, elegante, avvenente; ha un’aria effeminata e da dandy, appartiene a una delle famiglie più potenti dell’aristocrazia russa, ricchissima, seconda solo a quella dello zar. Vive di capricci e di eccessi: si traveste da gitana, si intrufola nei cabaret, canta, balla, combina marachelle da viziato. E ha un legame intimo, anche sessuale, con Dmitrij Romanov: hanno servito insieme nel prestigioso Reggimento Preobraženskij, un mondo dove—si mormora—gli amori tra uomini fioriscono in abbondanza. Quella stessa intimità, quella stessa fiducia, tiene insieme la congiura.

Per attirare la preda serve un’esca. Feliks usa la più efficace: la moglie, la bellissima Irina Aleksandrovna Romanova, nipote dello zar Nicola II, considerata la ragazza più bella di San Pietroburgo (ribattezzata Pietrogrado in questi cupi tempi di guerra). Jusupov promette a Rasputin una serata lieta, con la compagnia di Irina. È una menzogna: Irina è al sicuro, lontana, a migliaia di chilometri. Ma Rasputin, erotomane, vorace divoratore di donne, ci casca. Si lecca i baffi, si immagina già la conquista. Per l’occasione si lava—evento raro. Si mette una camicia bianca, pettina i lunghi capelli neri lucidi e unti, si sistema la barba rugosa, si rovescia addosso acqua di colonia come una vecchia baldracca. È tutto impomatato, pronto alla notte.

Un’auto lo passa a prendere. Al volante, camuffato da chauffeur, c’è il dottor Lazovert. Sul sedile posteriore siedono Rasputin e il giovane Jusupov: Feliks ha le mani che non riescono a stare ferme, la fronte sudata nonostante il gelo. La città è spenta, spettrale, la guerra la svuota e la rende più grande. Quando arrivano al palazzo, non ci sono domestici: la servitù è stata congedata. Il palazzo è praticamente vuoto.

Rasputin, incantato, sente musica, voci, risate provenire dal piano superiore. Istintivamente si avvia verso lo scalone d’onore, realizzato in Francia un secolo prima e rimontato lì insieme a specchi, ghirlande, décor barocchi, un trionfo aristocratico, quasi insolente in tempi di fame. Ma Feliks lo afferra per un braccio, affabile, e lo conduce altrove: non di sopra, bensì in una stanza al pianterreno, preparata apposta per quella cena con delitto.

Gli dice che Irina è impegnata con altri ospiti e che presto li raggiungerà; lo rassicura, l’incontro deve essere privato, intimo. Rasputin si eccita. Sono soli, in quella saletta del festino mortale. Sul tavolo ci sono bicchieri di cristallo, vassoi di pasticcini alla crema; ci sono bottiglie di vino dolce portoghese, Madera. Jusupov li offre al suo ospite che rifiuta.

Feliks è nervoso. Deve farlo mangiare, deve farlo bere, dentro quei pasticcini e dentro quel vino c’è la morte. Allora propone un tè, improvvisa una conversazione, lo intrattiene; discutono di politica, del ruolo della zarina Aleksandra Fëdorovna, che ora regge la capitale perché lo zar è al fronte, a guidare le truppe in quella guerra disastrosa contro gli Imperi centrali. Rasputin ascolta, commenta. A un certo punto incalza: “Quando ci raggiunge la principessa Irina?”. Feliks risponde: “Presto, non temete”. Ma non sa più che pesci prendere. Per distrarlo afferra una balalaika, strimpella canzoni gitane. Il tempo passa. La notte è tetra e gelida.

Piano piano Rasputin si rilassa, la musica lo scioglie. Accetta finalmente un bicchiere di Madera. Poi ne vuole un altro, un terzo, un quarto. Si tiene la bottiglia. E poi le sue mani enormi da contadino siberiano afferrano i dolci. Si ingozza. Eppure… niente. Il veleno dovrebbe aver fatto effetto da un pezzo. Invece quel porco continua a divorare bignè e a tracannare vino. Tutto è stato corretto con una quantità di cianuro in grado di stendere una madre di mammut, e invece non succede nulla. Jusupov sente il panico fargli il nido nello stomaco: Rasputin sembra un demonio, Satana in persona, un Lucifero siberiano che ride, si gode la serata, si mangia e si beve la sua stessa esecuzione.

Feliks fuma come una locomotiva, balbetta. L’altro intanto ha già svuotato una bottiglia, forse la seconda. È solo un po’ ubriaco.

Allora Jusupov finge. “Padre Grigorij, aspettatemi qui. Vado a vedere se mia moglie è pronta per unirsi a noi. Torno subito.” E corre su per le scale, verso la sala dove gli altri congiurati aspettano. Per rendere credibile la messinscena hanno messo un grammofono; chiacchierano come se davvero ci fosse un piccolo ricevimento in corso. Feliks arriva pallido, stravolto. “Che succede?”. “Non muore. Il veleno non gli fa effetto!

Lazovert quasi sviene, si morde le unghie, mormora preghiere, si versa l’ennesimo liquore con la mano tremula. I congiurati, tutti, sbiancano. È il granduca Dmitrij a riprendere il controllo. Si avvicina al suo caro amico: i volti quasi si sfiorano, intimi, troppo intimi per essere solo complicità politica. Gli sussurra parole di incoraggiamento e gli mette in mano un’arma: un revolver Webley, manifattura inglese. Feliks la stringe. Mali estremi, estremi rimedi.

Jusupov ridiscende tremante. Al suo fianco le ombre si muovono a scatti, veloci sui marmi bianchi del palazzo affacciato sulla Moika. Rasputin è ancora a tavola, ottenebrato dal bere ma vigile. Quando vede il principe, sgrana gli occhi—quegli occhi maledetti, liquidi, trasparenti come vodka, infossati, enigmatici, magnetici, due finestre sulla pazzia. Jusupov gli indica un crocifisso nella stanza. “È meglio se guarda il crocifisso e dica una preghiera.” E a quel punto, nel silenzio, parte lo sparo che entra nella storia della Russia.

Il colpo lo prende al petto. Rasputin rantola e stramazza. Occhi chiusi. Feliks, con la voce rotta, crede di aver vinto: “È morto. È morto!”. Torna su. I congiurati a festa stappano champagne, ridono, incredibilmente sollevati. È la liberazione. “Alla Santa Russia! Urrà!” Jusupov, iperattivo, adrenalinico, lo vuole vedere con i propri occhi; ha bisogno di toccare con mano, di essere certo che non sia un sogno cattivo, un’allucinazione. Scende di nuovo. Sul tappeto persiano, nella saletta dell’agguato, c’è il corpo immobile del monaco nero. Feliks lo guarda come si guarda un mostro. È l’Arcangelo Michele che ha abbattuto il nemico della Santa Russia.

Si avvicina sempre più. Ancora. Più vicino.

Di scatto gli occhi si aprono: sbarrati, erratici, iniettati di sangue e odio. Jusupov indietreggia e cade, ruzzola per il terrore. Rasputin si solleva dal tappeto. Sembra un vampiro siberiano. Il volto cadaverico si contorce in una smorfia capace di gelare il sangue a un lupo degli Urali. Feliks non respira più, sospeso dalla paura in uno stato liminale. Il monaco gli è addosso, tenta di strangolarlo. Urla bestiali. Jusupov si divincola, striscia via dalle grinfie della belva, e senza fiato scappa di sopra. Agli altri basta vederlo per capire quello che non può essere, eppure è. Rasputin è tornato dall’inferno.

Barcolla nella stanza, rovescia piatti, bicchieri, soprammobili, grida, cerca una via di fuga. È gravemente ferito, ma ha ancora forza e fuoco nelle vene. E mentre lotta con la vita, la sua storia gli attraversa la mente febbrile come un lampo nella notte.

È nato, quarantesei anni fa, a Pokrovskoe, un villaggio remoto oltre gli Urali, fatto di case di legno, una chiesetta bianca, la riva del fiume Tura; la famiglia è di umili origini, come la moltitudine da quelle parti. È un bambino quando insieme al fratellino cadendo in un torrente e prendono la polmonite. Grigorij sopravvive, il fratello no. Nella malattia vede cose, apparizioni: immagini religiose, presenze. Guarisce, ma è diverso.

Si sposa giovane. La moglie partorisce molti figli: sette, forse otto; molti muoiono piccoli— la mortalità infantile è comune nella durezza della campagna russa. È analfabeta, ubriacone, corre dietro alle donne, ha una fame furiosa di carne femminile. Accusato di furto di cavalli, abbandona la famiglia e scappa. Si rifugia nel monastero di Verkhotur’e, al limite occidentale della Siberia.

Lì incontra un uomo decisivo: il padre Makariy (o Makarij), uno starec, un mistico ortodosso, uno “stolto in Cristo”, vagabondo, eremita, guaritore, profeta che balbetta saggezze sensate solo a metà. L’influenza di Makariy è fondamentale. Tra icone, devozioni a San Simeone, apparizioni della Madonna di Kazan, invocazioni dell’Arcangelo Michele, lo starec convince Rasputin di essere destinato a qualcosa di grande: lo chiama quasi un’incarnazione di Cristo, gli prevede un futuro nelle grandi città e tra gli uomini potenti. Ma per seguire quella via deve purificarsi dal peccato attraverso il peccato, secondo la dottrina eretica dai toni stregoneschi, dei chlysty.

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Da sinistra a destra: Joannicius, ieromonaco e tesoriere del monastero di Verchotur’e, presente insieme al vescovo Teofan di Poltava, al monaco Makarij e a Grigorij Efimovič Rasputin, 1909

La pratica è una penitenza grottesca. La setta nasce nella Russia profonda del XVII secolo, nelle lande siberiane contaminate da riti ancestrali pagani e sciamanici, un medioevo congelato che non lascia spazio alla modernità. I chlysty credono che Cristo si incarni in ognuno di loro. Si riuniscono il sabato notte in isbe trasformate in templi; accendono candele, si spogliano, danzano sempre più frenetici tra tanfo e sudore, si flagellano, ruotano da soli come dervisci della steppa. Entrano in trance e al culmine, nell’estasi, si abbandonano a un’orgia collettiva: uomini, donne, giovani e vecchi. Si insozzano per poter poi pentirsi con più forza. All’alba, nudi ed esausti, ricevono uva secca dalle mani di un ragazzo o di una ragazza che, per l’occasione, interpreta insieme Madonna e Madre Natura, una pozione liturgica impastata di cristianesimo deviato e culto pagano. Da quella matrice, nel Settecento, si stacca una costola ancora più radicale: gli skopcy, che predicano la mutilazione degli organi genitali maschili e del seno per le donne. La Siberia è lontana e fa venire i brividi, e Rasputin porta addosso quell’alito.

Poi vaga verso sud come un pellegrino di Dio. Raggiunge il Monte Athos, in Grecia, ma l’esperienza lo delude. Nel frattempo si sparge la voce che guarisca, che abbia dei poteri. Preti e mistici restano colpiti dal suo carisma. La sua fama è in ascesa. All’inizio del Novecento entra a San Pietroburgo, l’aristocratica Babilonia dell’Impero, appoggiato da ecclesiastici vicini al Palazzo d’Inverno: il vescovo Germogen, Teofane di Poltava e lo ieromonaco Iliodor. Nella capitale sul Baltico suscita curiosità soprattutto tra le dame dell’alta società, affascinate dal misticismo esoterico delle storie su quel monaco eteroclito. Rasputin è rude e sincero nella sua rozzezza, esotico ed erotico insieme, ammaliatore dalle mani miracolose.

Le sue vicende pietroburghesi si intrecciano con la Russia zarista che entra nei capitoli finali. Nicola II, salito al trono nel 1896 sotto cattivi presagi, è sposato con Aleksandra, tedesca, mai davvero amata né dal popolo né dalla corte, troppo distaccata, superba, fredda e fanatica sostenitrice dell’autocrazia e del diritto divino del marito. Nicola, dal canto suo, è troppo debole per coprire il peso che la storia gli ha messo sulle spalle, e questo lo porta ad una serie di errori fatali.

Nel 1904 nasce finalmente l’erede maschio dopo quattro figlie, il piccolo Aleksej, ma è malato di emofilia. Nel 1905 arriva il disastro in Manciuria: la Russia perde contro il Giappone nel Pacifico, la flotta affonda, l’umiliazione è internazionale. Sempre nel 1905 cosacchi e guardie imperiali sparano su manifestanti pacifici diretti al Palazzo d’Inverno: è la Domenica di sangue, con la neve macchiata da migliaia di morti, mentre lo zar resta lontano a Carskoe Selo. La prima rivoluzione scuote città e campagne; nascono i soviet, esplodono attentati, i pogrom, la polizia segreta dell’Okhrana è più attiva che mai. I marinai della corazzata Potëmkin si ammutinano e gli ufficiali finiscono in mare. E come risposta si muove la reazione ultranazionalista delle bande dei Centoneri. Nel 1906 viene sciolta la prima Duma; nel 1907 la seconda. È in questa Russia ferita che Rasputin appare sulla scena.

A corte lo introducono due sorelle montenegrine, Milica e Anastasia, principesse vicine alla coppia imperiale, soprannominate dalle malelingue “il Pericolo Nero”, o “i corvi neri”, per l’inclinazione all’occulto e alle sedute spiritiche. Rasputin conquista un ascendente sulla coppia grazie al bambino malato. Dove i migliori medici hanno fallito, lui sembra riuscire con preghiere e taumaturgia. Vieta l’aspirina, analgesico che peggiora le emorragie dell’emofilia, e questo “miracolo” rende Rasputin, un contadino di fango e neve, intimo “amico” dello zar e della zarina. Ma attorno a lui i nemici si moltiplicano. Lo invidiano, lo sospettano. Trovano scandaloso che un plebeo dia del tu ai reali. L’Okhrana lo pedina, raccoglie dossier su malefatte e incontri sessuali. Corre la storia del ristorante Jar, dove Rasputin, ubriaco, avrebbe esibito orgoglioso il suo membro davanti a dame eccitate e scandalizzate. Ma anche senza queste leggende, il suo comportamento basta da solo a trascinare su di sé l’intera società.

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Rasputin e i suoi ammiratori, 1914.

Ora che ha il denaro frequenta i migliori ristoranti di San Pietroburgo, come il sontuoso Europe, l’hotel/ristorante simbolo russo della Belle Époque. Prosciuga bottiglie, balla senza inibizione, dà spettacolo. È un vip metropolitano e insieme un’attrazione da circo. Le signore vogliono conoscerlo, farsi toccare dalle sue “sante mani”. Sessualmente è una belva. Le donne non gli bastano. Frequenta prostitute, bagni pubblici in compagnia femminile; tra echi chlysty impone penitenze corporali e poi si abbandona a copule selvagge. Lo vedono vagare per strada, balbettare frasi sconnesse, agitato, con i capelli unti e corvini che oscillano, imprecando e pregando come un matto.

La stampa lo attacca di continuo, i politici della Duma lo detestano, i vignettisti lo scherniscono. E lui scampa a due attentati. Il primo, quando Chionija Guseva, sua ex seguace, spinta—si dice—dal vecchio amico ora nemico Iliodor, gli squarcia l’addome con una coltellata. Rasputin sopravvive e riesce persino a tramortire l’attentatrice. Il secondo episodio, quando durante una festa con la crème de la crème della società russa, un deputato gli punta una rivoltella e preme il grilletto. Ma fa cilecca. Rasputin lo guarda negli occhi e lo sfida: “Spara!”, gli urla. L’altro ci riprova: niente. Allora Rasputin gli strappa l’arma e spara due colpi in aria, e, come se fosse posseduta da un potere maligno, adesso la pistola funziona benissimo. Gli ospiti restano sbigottiti. Si cuce addosso un’aura di immortalità.

La polizia manda rapporti puntuali allo zar, ma Nicola chiude un occhio. Poi ne chiude due. Circolano voci di una relazione tra Rasputin e la zarina, perfino di attenzioni oscene verso una figlia: diffamazione o verità, non importa, Nicola si tappa le orecchie. Troppo debole per decidere, troppo succube per farlo arrestare.

Intanto fuori dalle finestre della reggia ruggisce la storia. Scoppia la Prima guerra mondiale. La Russia combatte contro gli Imperi centrali in un conflitto disastroso che prepara le rivoluzioni del 1917 e la fine della monarchia. Rasputin tenta di dissuadere senza successo Nicola dall’entrare in guerra. Lo zar decide di prendere il comando delle truppe al fronte senza averne le capacità, e lascia Pietrogrado. La reggenza di fatto resta alla zarina, affiancata dal monaco nero. Aleksandra, disprezzata “tedesca” e perfino sospettata da alcuni di essere spia del Kaiser, prende una raffica di decisioni sbagliate: nomina e rimuove ministri come pupazzi, secondo il gradimento di Rasputin, e sostituisce uomini indipendenti con figure più malleabili. Intanto si susseguono carestie, scioperi, corruzione, fame. Milioni di morti al fronte. L’esercito è sfinito, sanguinante, straccione e senza armi.

È in questo ambiente che matura il complotto di Jusupov: eliminare l’ingombrante ospite del Palazzo d’Inverno, spezzare l’influenza “malefica” su Nicola e Aleksandra, e salvare la Santa Russia dal collasso.

E così torniamo alla saletta del pianterreno, a quella notte.

Rasputin, colpito ma non morto, barcolla e rovescia oggetti. Gli assassini lo cercano, e paradossalmente sono più terrorizzati di lui. Rasputin trova una porticina, esce nel cortile. Davanti a lui nel buio della notte, solo la neve. Arriva un fitta alla schiena: uno sparo, poi un altro. Lo colpiscono come al tiro a bersaglio. Cade. Riesce a girarsi supino. Poi un ultimo colpo gli perfora la fronte.

Feliks in preda a un’isteria incontrollabile si accanisce sul corpo, lo prende a calci in faccia. È costato troppo, quel corpo. E adesso, finalmente, il diavolo smette di respirare. Lo avvolgono in un lenzuolo, lo caricano sull’auto. Attraversano strade buie come quelle che solo una città spettrale in tempo di guerra può offrire. Sotto il ponte Petrovskij, buttano il cadavere nel fiume Neva semi ghiacciato. Ma quell’omicidio non salverà il loro mondo: la vecchia Russia zarista è già avviata verso l’inevitabile e terribile collasso.

Sull’agguato, l’unica fonte è la versione, più volte modificata, di Jusupov in esilio a Parigi. C’è il sentore che il principe abbia calcato la mano, dipingendo Rasputin come figura demoniaca, capace di resistere a veleno e proiettili come se la morte non lo riconoscesse. Ma noi vogliamo credergli fino in fondo. Perché quel personaggio, peccatore e guaritore, sembra davvero un ingranaggio oscuro che si annida nelle pieghe delle rivoluzioni.

Rasputin è vento d’antica Siberia dentro le stanze dorate dell’Impero; è la superstizione che entra nel governo; è la febbre che confonde la diagnosi con la profezia. E mentre il suo corpo sprofonda sotto il ghiaccio della Neva, l’Impero secolare degli zar comincia a morire sul serio nelle strade, nelle caserme, nella fame, nella guerra, nella rabbia che non trova più argini.

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