Nella lunga storia del papato convivono figure elevate a simbolo di santità e altre che la Chiesa, se potesse, preferirebbe lasciare ai margini della memoria. Bonifacio VIII, pontefice dal 1294 al 1303, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Attorno alla sua figura si è addensata una fama cupa e scandalosa, alimentata già dai contemporanei e poi ingigantita dai nemici politici. Una fama che parla di lusso ostentato, eccessi, cinismo religioso e una concezione del potere tanto assoluta quanto spregiudicata. Persino Dante lo condannò all’Inferno e nel canto XIX papa Niccolò III (anche lui nel girone dei simoniaci), credendo erroneamente che sia arrivato il suo collega lo accusa:
Ed ei gridò: «Se’ tu già costì ritto,
(Inf. XIX, vv. 52-57)
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?»
L’immagine che emerge dalle cronache è lontanissima dall’ideale ascetico. Bonifacio viveva come un principe rinascimentale con un secolo d’anticipo, immerso nei piaceri che Roma sapeva offrire. Banchetti continui, vino in abbondanza, abiti preziosi, oggetti di lusso trasformati in strumenti di svago. Si racconta che arrivò a colpire il proprio cuoco per avergli servito solo sei portate in un giorno di digiuno. Amuleti costosi, dadi d’oro per il gioco, stoffe raffinatissime completavano il ritratto di un papa che non intendeva rinunciare a nulla.
Anche sul piano sessuale le voci erano insistenti e corrosive. Le fonti parlano di numerose relazioni, con uomini e donne, e di legami che sfidavano apertamente la morale del tempo. Tra le accuse più clamorose circolava quella di una relazione simultanea con una donna sposata e con la figlia. A queste si aggiungevano sospetti di pederastia, che Bonifacio avrebbe liquidato con frasi di un cinismo brutale, minimizzando il peccato e ridicolizzando apertamente la dottrina cristiana. Che fossero provocazioni, vanterie o costruzioni ostili, contribuivano tutte a costruire un’aura di sfida deliberata alla morale ecclesiastica. Ma ciò che più colpiva i contemporanei non erano tanto gli eccessi privati quanto il suo atteggiamento verso la fede stessa. A Bonifacio VIII venivano attribuite affermazioni apertamente blasfeme, come la negazione della divinità di Cristo, dell’immortalità dell’anima e della verginità di Maria. Secondo le testimonianze più dure, considerava questi dogmi favole per ingenui e riteneva che le persone intelligenti dovessero fingere devozione, senza credervi davvero. Questo scetticismo radicale si traduceva in un atteggiamento aggressivo anche verso chi lo circondava. Celebre l’episodio in cui avrebbe insultato un cappellano che invocava l’aiuto di Cristo, ricordandogli che Gesù, a suo dire, era stato solo un uomo, perdipiù incapace di salvare se stesso. Parole che, vere o esagerate, restituiscono il clima di paura e intimidazione che regnava attorno alla sua persona. Bonifacio era temuto, più che rispettato, e il suo carattere esplosivo rendeva rischioso ogni dissenso.
Sul piano politico, però, quel temperamento trovò un avversario all’altezza. Lo scontro con Filippo il Bello di Francia segnò il momento più drammatico del suo pontificato. Bonifacio tentò di riaffermare con forza la supremazia del papa sui sovrani cristiani, ma si trovò di fronte un re determinato a ridimensionare il potere romano. La tensione culminò nel celebre episodio dello schiaffo di Anagni, quando un esponente della potente famiglia Colonna (pare) arrivò a colpire fisicamente il pontefice nel suo stesso palazzo.
La fine arrivò poco dopo, l’11 ottobre 1303. Nemmeno l’agonia, raccontano le cronache, riuscì ad addolcire il suo carattere. Sul letto di morte Bonifacio continuò a insultare, minacciare e maledire chi gli stava accanto. Morì come aveva vissuto, senza segni di pentimento, lasciando dietro di sé un’eredità ingombrante. Resta così una delle figure più controverse del Medioevo: un papa potente e colto, ma anche arrogante, irriverente e profondamente divisivo. La sua storia ha contribuito per secoli ad alimentare l’idea di un papato corrotto e mondano. Un monito, forse, su quanto il potere assoluto, quando si svincola da ogni limite morale, finisca per erodere anche l’autorità che pretende di difendere.







