Tutte le strade portano a Roma: la mappa digitale della geografia dell’Impero

Un atlante digitale delle strade principali e secondarie dell'antica Roma rivela una rete stradale più estesa di quanto si pensasse

strade romane
Fonti: Itiner-e; Atlante Digitale dell'Impero Romano; Rete Pelagios

Per secoli abbiamo ripetuto il detto “tutte le strade portano a Roma” con leggerezza, quasi fosse solo un modo di dire. Oggi, grazie a un progetto digitale di portata monumentale, scopriamo che questa frase rifletteva una realtà molto più vasta di quanto immaginassimo: 301 mila chilometri di strade (il doppio rispetto alle stime precedenti) tracciavano le vene pulsanti dell’Impero romano.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Scientific Data ha aggiornato radicalmente la mappa della rete viaria imperiale, portando alla luce non solo le grandi arterie militari e commerciali, ma anche migliaia di percorsi secondari, persi nel tempo o inglobati dalle infrastrutture moderne. Il progetto si chiama Itiner-e, e fonde fonti storiche, dati topografici e immagini satellitari in un atlante digitale interattivo che racconta una storia fatta di pietre consumate, sabbia battuta e viaggi straordinari.

E grazie Itiner-e, possiamo ricostruire con straordinaria precisione i viaggi dell’antichità. Per esempio, sappiamo che l’apostolo Paolo, nel corso della sua seconda missione nel I secolo d.C., affrontò a piedi oltre 2 mila chilometri dalla Giudea fino ad Alessandria Troade, in Turchia. Un tragitto che avrebbe richiesto più di 500 ore di cammino, o poco meno se compiuto a dorso d’asino. Un tempo questi dati erano solo ipotesi; oggi, invece, possiamo stimare con esattezza distanze, tempi e itinerari lungo le strade dell’Impero.

Finora, il punto di riferimento più autorevole era l’Atlante Barrington del Mondo Greco e Romano, pubblicato 25 anni fa. Ma le sue mappe, per quanto dettagliate, si concentravano solo sulle vie principali: la Via Appia verso il sud, la Flaminia verso il nord, la Domizia nella Gallia meridionale, la Egnatia nei Balcani. Itiner-e ribalta questa prospettiva, includendo anche sentieri percorribili a piedi, tracce parallele nel deserto e percorsi locali fondamentali per il funzionamento quotidiano dell’Impero.

Come ha spiegato l’archeologo Tom Brughmans, coordinatore del progetto, la definizione di “strada romana” è stata fin troppo rigida in passato. Per secoli si è dato spazio solo alle grandi strade lastricate, ma la realtà era molto più organica, adattata al terreno e alle esigenze locali. Molte strade – specialmente in Nord Africa, Grecia e nella Penisola Iberica – erano semplici tracciati battuti, visibili oggi solo grazie a minimi cambi di vegetazione o lievi ondulazioni del terreno.

Meno del 3% del tracciato stradale è confermato con sicurezza. Il resto è basato su un intricato studio di frammenti di selciato, pietre miliari isolate, antichi itinerari scritti. Uno dei più celebri è l’Itinerarium Burdigalense, il diario di un pellegrino anonimo che nel 333-334 d.C. partì da Bordeaux per raggiungere Gerusalemme. Un viaggio di ritorno di oltre 5.800 chilometri, tra santuari cristiani e paesaggi sacri, descritto tappa per tappa, chilometro dopo chilometro. Nel suo cammino, il viaggiatore attraversò la nuova capitale Costantinopoli, l’Asia Minore, la Siria, e raccontò leggende e reliquie: il bagno del centurione Cornelio, la sorgente che prometteva fertilità alle donne, le impronte dei chiodi lasciate dagli stivali di chi lapidò il profeta Zaccaria. Oggi questi stessi luoghi sono di nuovo visibili, digitalmente, su Itiner-e.

Le strade dell’Impero furono anche vettori di tragedie. Come la peste antonina del 165 d.C., che secondo le stime uccise un quarto della popolazione romana. E capire come i contagi si siano propagati lungo le vie militari e commerciali può aiutare gli storici a leggere con nuovi occhi la vulnerabilità delle società interconnesse, anche quelle più potenti.

Per Daisy Dunn, storica e autrice di The Missing Thread: A Women’s History of the Ancient World, questo progetto rappresenta una “gioia nerd”, ma anche una rivoluzione culturale. “Gli appassionati di architettura ci ricordano sempre di guardare in alto” ha scritto. “Ora, forse, con una mappa digitale in mano, torneremo a guardare in basso”.

A cercare, ancora una volta, le strade che portano a Roma.

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