Sabato a Como il Torino si è presentato come si presentano certi parenti ai matrimoni, in ritardo, spettinati e con l’aria di chi spera che le foto vengano mosse. Risultato, 6 a 0 al Sinigaglia, una sculacciata in mondovisione granata, contro la squadra di Fabregas che sembra giocare con la palla di un altro sport. Al di là del risultato, a cui dovrebbe seguire solo un vergognoso silenzio, la sensazione è che il Torino sia una squadra vuota. Il campionato, per i granata, è diventato un corridoio d’ospedale con le luci al neon, si cammina e si aspetta che qualcuno chiami. Eppure, mentre fuori si contano i lividi, dentro si continua a parlare come se il problema fosse sempre un dettaglio di mercato, un’aggiustatina, un colpo “giusto” che arriva domani, dopodomani, la settimana prossima. Due giorni fa Cairo sciorinava il solito copione di gennaio del “regalo” ai tifosi, testualmente: “Ci tengo a rinforzare il Torino, regalo a me e ai tifosi”.
E qui conviene allargare l’orizzonte e smettere di fissare solo questa stagione, ripercorrendo tutte quelle passate della presidenza Cairo, iniziando da quel famoso settembre 2005 quando l’imprenditore alessandrino divenne il numero 1 del club. Da allora ad oggi il Toro non ha fatto che galleggiare nella mediocrità. Serie B 2005-06 chiusa al terzo posto, poi Serie A da sedicesimo, quindicesimo e diciottesimo con retrocessione, quindi tre anni di Serie B con un quinto, un ottavo e un secondo posto prima di risalire, e da lì la lunga teoria di piazzamenti che è diventata la cifra del Cairo-calcio: sedicesimo, settimo, nono, dodicesimo, nono, nono, settimo, sedicesimo, diciassettesimo, decimo, decimo, nono, undicesimo. La media dei piazzamenti in Serie A in queste stagioni è da dodicesimo posto, praticamente un abbonamento alla terra di mezzo, con appena due annate da settimo e ben cinque campionati chiusi in zona sedicesimo o peggio. E mentre il copione ripete la sua monotonia, l’oggi aggiunge la sua riga di contabilità, al 24 gennaio 2026 il Torino è quindicesimo con 23 punti dopo 22 partite.
E allora eccoci alla domanda che a Torino si ripete come il ritornello di una canzone stonata: perché Cairo non vende il Torino?
Non è una domanda finanziaria, o almeno non solo. È una domanda morale, estetica, perfino urbanistica. Perché il Torino di Cairo sembra progettato per non fare mai scandalo, tranne quando gli scappa la mano e prende sei gol. La mediocrità come modello industriale. Un mid-table management col fiocco, dove la parola ambizione è ammessa solo se preceduta da “ragionevole”, “prudente” e “compatibile”. Il problema è che la partita con il Como non nasce dal nulla; era già finita male all’andata, 5 a 1, e adesso il doppio confronto fa un complessivo 11 a 1.
“Perché non vende” non significa “perché non cede dopo una sconfitta”. Significa perché non cede dopo anni in cui la curva urla, i commentatori sbuffano e i tifosi si stancano. A Settembre il corteo con bandierine, fischietti, cori contro di lui per le strade fino allo stadio ha smosso una città intera che dopo tanta pazienza e bocconi amari cercava di ricordare a un presidente che il Toro non è un titolo in portafoglio.
Cairo ripete spesso che non ci sono offerte. Ma come ricordava qualche mese fa Calcio e Finanza, com’è possibile che, in un calcio dove fondi e investitori spuntano come funghi, solo il Torino non attiri dei compratori?
La versione meno comoda, e più vera, è che il Torino è vendibile soltanto alle condizioni di chi lo vende. Ogni tanto spuntano cifre, retroscena, mezze frasi. L’avvocato Paulicelli ha raccontato di un’offerta da 130 milioni nel 2018, presentata per conto di un suo assistito, e lo ha detto come si dicono le cose che non conviene ripetere troppo spesso. Sarà stata vera? Sarà stata quasi vera? Sarà stata una di quelle verità da bar che resistono perché si spera diventino realtà? In ogni caso, la morale non cambia. Qui non è questione di aspettare l’acquirente giusto, è questione di volerlo davvero.
Per capire il perché, conviene guardare anche l’altra faccia della moneta. In vent’anni di presidenza, Cairo ha immesso nel club circa 80,7 milioni complessivi. La fetta grossa sta nei primi anni, 62,2 milioni tra 2005 e 2012, con un picco da 21 milioni nel 2010, poi il portafoglio si è riaperto nel 2022, 2023 e 2024 per altri 18,5 milioni. Spalmati, fanno poco più di quattro milioni a stagione. Troppo poco per rilanciare un club. E attenzione, perché Cairo qualcosa in cambio l’ha ottenuto, forse pure troppo. A inizio secolo era un editore cresciuto nell’orbita di Berlusconi, ma entrare nel Torino gli ha dato quella forma di notorietà che in Italia te la compra solo il pallone. Poi, da lì, il salto nell’establishment lo ha consolidato con le sue mosse industriali, La7 e RCS, su tutte. E quando ti sei conquistato quel posto a tavola, non è più detto che il Torino resti la priorità.

Sul piano sportivo, invece, come detto, la storia recente del Torino è una linea piatta. Il derby, poi, è la radiografia più crudele. Nell’era Cairo, su 30 derby, una vittoria, sette pareggi e ventiquattro sconfitte. Un punto ogni tre partite, più o meno. Il paragone con il Toro che fu, quello che almeno sapeva mordere anche quando perdeva, fa male. Ti basta leggere i numeri e ti viene voglia di cambiare pagina.
E allora, perché non si trova un compratore, mentre in Serie A e dintorni i fondi entrano ed escono a ogni piè sospinto? Forse è il prezzo, certo. Ma forse è anche l’insieme di oggetti, perché dentro il pacco Torino ci sono questioni infrastrutturali che oggi valgono oro e domani chissà.
Lo stadio, per esempio. Nel maggio 2025 l’ipoteca sul Grande Torino è stata cancellata, e il Comune ha aperto esplicitamente scenari di vendita o di partenariato, con formule come il diritto di superficie pluridecennale. C’è una perizia, affidata a Praxi, che deve quantificare valore e alternative, mentre la finestra regolatoria per sistemare la questione viene indicata entro giugno 2026. Non è detto che lo stadio sia legato alla vendita, Cairo lo nega da tempo, ma è evidente che un impianto nel tessuto urbano cambia il prezzo di listino di tutto il resto.
Poi c’è il Robaldo, il centro sportivo del vivaio, quattro campi in sintetico e strutture annesse. Sulla carta è un progetto serio, da club che vuole costruire, e il Torino lo racconta anche nei materiali ufficiali. Nella pratica, però, i lavori hanno avuto slittamenti, e anche questo, per un potenziale acquirente, è un dettaglio che pesa.
E qui torniamo al punto iniziale, se il Torino è vendibile solo alle condizioni di chi lo possiede, allora non è davvero sul mercato. E se in vent’anni hai ottenuto stabilità economica e, soprattutto, uno status sempre più solido fuori dal campo, puoi anche permetterti di tenere il club in quella terra di mezzo in cui non succede mai niente. Il Torino, così com’è, è un club che produce rassegnante (e a volte umiliante) abitudine; la presidenza Cairo lo ha reso una faccenda di manutenzione. Ogni estate un pezzo, ogni inverno un rattoppo, ogni stagione una frase fatta. La sconfitta di ieri è umiliante anche perché non è un incidente.







