Nell’autunno del 1960 in Gran Bretagna successe una cosa che oggi sembra quasi impossibile. Un romanzo diventò un fatto nazionale, discusso come una crisi di governo o una finale di coppa. La gente ne parlava nei pub, sui giornali, perfino in famiglia con quel tono sospeso tra curiosità e imbarazzo. Non era soltanto un libro. Era il libro. E il motivo era semplice e, in fondo, irresistibile: per anni era stato proibito.
L’amante di Lady Chatterley di D. H. Lawrence, già circolato in edizioni private tra Italia e Francia alla fine degli anni Venti, era diventato il tipo di oggetto che la cultura inglese sa fabbricare benissimo quando si mette d’impegno. Un tabù con la copertina. Un romanzo “indecente”, “immorale”, “pericoloso”, vietato in più Paesi, dagli Stati Uniti all’Australia fino al Giappone. Nel 1959 arrivò una riforma, l’Obscene Publications Act che, se in linea di principio, irrigidiva la lotta alla pornografia, in una via più pratica introduceva la possibilità per un libro che aveva un valore letterario di poter essere pubblicato anche quando i suoi contenuti risultavano urtanti per “la persona media”.
Per la Penguin Books, che aveva costruito la propria missione sull’idea di rendere la cultura accessibile a tutti, quello spiraglio era una sfida. Pubblicare Lady Chatterley in versione integrale, senza censure, voleva dire portare quella legge alla prova dei fatti. E farlo nel modo più “Penguin” possibile: un’edizione economica, pensata per un pubblico ampio.
L’amante di Lady Chatterley racconta la storia di Constance Chatterley, giovane aristocratica. Da ragazza Constance viene educata in un ambiente cosmopolita. Viaggia con la sorella tra le grandi città d’Europa e, ancora adolescente, si ferma a lungo a Dresda per studiare, soprattutto musica. Proprio in Germania vive il primo innamoramento e le prime esperienze sessuali con un giovane che però, alla vigilia del Natale del 1914, muore al fronte.
Tornata in Inghilterra, si stabilisce nella casa di famiglia a Kensington e frequenta l’ambiente intellettuale legato a Cambridge. È lì che incontra Clifford Chatterley, brillante e appartenente alla piccola aristocrazia, che sposerà diventando Lady Chatterley. Ma il matrimonio, segnato dalla guerra e dalla crescente distanza emotiva, si rivela presto una gabbia: Clifford è fragile, freddo, incapace di offrirle un rapporto vivo, e Connie si sente sempre più sola.
Nel corso del romanzo Connie cambia, nel corpo e nella testa. Prima prova a riempire quel vuoto con una relazione con Michaelis, un irlandese affascinante ma incostante. Poi incontra Oliver Mellors, il guardiacaccia della tenuta di Wragby Hall, e con lui scopre un legame più profondo, fatto di desiderio ma anche di tenerezza e intimità. Mentre cerca di ottenere il divorzio e sogna un figlio con Mellors, Connie prende le distanze dal mondo che la circonda, duro e industriale, dominato da convenzioni sociali e intellettuali. La sua scelta diventa un gesto di rottura: abbandonare la rispettabilità di facciata per inseguire una vita più autentica, guidata dalla sensualità e da un’idea diversa di amore.
Il tutto fu orchestrato con attenzione. La Penguin avvisò il Director of Public Prosecutions che avrebbe pubblicato il romanzo nella sua versione integrale, senza tagli. La risposta dell’apparato “ufficiale” arrivò tramite Reginald Manningham-Buller, principale consulente legale della Corona, il quale lesse le prime pagine durante un viaggio in treno verso Southampton, un dettaglio così cinematografico da sembrare inventato. L’Inghilterra che scorre fuori dal finestrino, un uomo in completo scuro, un libro giudicato scandaloso tra le mani, e la convinzione che quelle pagine vadano fermate. Poco dopo Manningham-Buller scrisse al DPP approvando l’avvio dell’azione legale e, stando alle ricostruzioni, augurandosi apertamente una condanna.
Allen Lane, il fondatore della Penguin, era all’estero quando seppe dell’azione legale. I suoi lo richiamarono subito a casa, perché ormai non si trattava più soltanto di pubblicare un libro: stava per cominciare un processo destinato a parlare a tutto il Paese.
Quando il processo iniziò, la tensione era quella di una resa dei conti culturale. Da una parte l’establishment, con la sua idea di decoro pubblico, dall’altra un fronte più ampio e sorprendentemente trasversale, fatto di scrittori, intellettuali, politici, persone convinte che la letteratura non fosse una domestica da tenere in cucina. La Penguin chiamò a testimoniare decine di esperti, una parata di nomi che trasformò l’aula in una specie di conferenza nazionale sulla libertà artistica. Tra i testimoni più importanti c’era Richard Hoggart, studioso e osservatore attento della cultura popolare. La sua linea era astuta e, in un certo senso, disarmante. Sosteneva che il romanzo, al netto delle parole crude e delle scene esplicite, fosse moralmente serio. Non pornografia gratuita, ma un tentativo di raccontare la relazione umana e sessuale come qualcosa di vero e non come una vergogna da nascondere. Non è un caso che Lawrence, anni prima, aveva dichiarato di voler rendere i rapporti sessuali “validi e preziosi” invece che indecenti.
L’accusa, guidata da Mervyn Griffith-Jones, provò a riportare la questione su un terreno netto: quelle pagine, sosteneva, non erano letteratura ma pornografia, sesso messo lì per compiacere e basta. Per fare presa sulla giuria chiese se i giurati avrebbero voluto che i loro figli leggessero quel libro, se lo avrebbero lasciato sul tavolo del salotto, e arrivò a tirare in ballo mogli e domestici come lettori “da proteggere”, come se la narrativa fosse una sostanza contagiosa da tenere lontana.
Il giudice Byrne aggiunse un’osservazione che, con il senno di poi, colpisce quasi più delle scene sotto accusa. Disse di preoccuparsi del prezzo contenuto del volume: costava poco, quindi sarebbe finito nelle mani di chiunque. E lì si capisce che il nodo non era soltanto ciò che il romanzo raccontava, ma quanto poteva circolare. La vera paura era una cultura senza filtri, non controllata, non riservata a pochi custodi del “buon gusto”. La giuria si ritirò e discusse per qualche ora. Poi, il 2 novembre 1960, arrivò la decisione: in base alla nuova legge, Lady Chatterley poteva essere pubblicato. Ed è a quel punto che la vicenda smette di essere solo una storia di tribunale e diventa uno spaccato di società.
L’ispirazione de L’amante di Lady Chatterley nasce da un intreccio molto “lawrenciano” tra vita e ossessione culturale. D. H. Lawrence veniva da un’Inghilterra segnata dall’industria e dalle miniere e aveva visto da vicino cosa significasse vivere in un mondo dove il lavoro, la classe sociale e il denaro modellano i corpi e anche i sentimenti. Lawrence voleva rimettere al centro la fisicità, il desiderio, l’intimità come forme di verità e di libertà, non come scandalo. Per questo costruì una storia in cui l’amore attraversa i confini di classe e mette in crisi l’idea stessa di rispettabilità.
Le copie andarono esaurite immediatamente. Si racconta che le duecentomila del primo giorno sparirono in poche ore e che in tre mesi si arrivò a milioni di copie. I negozianti parlavano di ordini tagliati perché la richiesta era troppo alta. Eppure, la nuova libertà non cancellò all’istante l’antica timidezza. Molti clienti non volevano pronunciare il titolo. Chiedevano Lady C oppure appoggiavano sul banco la moneta con il prezzo esatto, sperando che bastasse. La società stava cambiando con un misto di desiderio e rossore.

A distanza di decenni, il processo a L’amante di Lady Chatterley resta un simbolo perché non riguarda solo la libertà di dire certe parole o descrivere certe scene. Riguarda il passaggio da una moralità imposta a una moralità discussa. Riguarda l’idea che un libro possa essere “pericoloso” non perché corrompe, ma perché costringe a guardare ciò che normalmente si evita.
Il poeta Philip Larkin ricordò che una certa rivoluzione sessuale sembrò cominciare all’inizio degli anni Sessanta, tra la fine del divieto su Chatterley e l’arrivo dei Beatles. Non era una data sul calendario, era un cambio di clima. E come tutti i cambi di clima, non avvenne in un giorno solo. Ma quel 2 novembre 1960 fu una specie di fronte che si spostò, lasciando dietro di sé un Paese un po’ diverso. Per questo, quando si dice che quel libro “non era un libro come gli altri”, non è retorica. Era una prova generale di modernità. E il paradosso, crudele e divertente, è che lo scandalo funzionò da motore commerciale. Il proibito, quando crolla, non si limita a diventare lecito. Diventa irresistibile.







