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La vera storia di Víctor Jara, il cantautore torturato dalla dittatura cilena

L’11 settembre 1973, Santiago si risvegliava sotto un cielo limpido. Víctor Jara si stava preparando a uscire di casa. Quel giorno, all’università, si inaugurava una mostra sulle atrocità del fascismo. Era previsto l’intervento del presidente Salvador Allende, e Jara, con la sua chitarra, avrebbe dovuto accompagnare l’evento con la sua musica.

Ma il Cile si stava svegliando in una nuova era. I carri armati avanzavano lungo le arterie principali, gli aerei militari sorvolavano il centro. Le stazioni radio popolari erano state messe a tacere. In onda solo marce militari, ripetute senza sosta. Jara riuscì a fare una telefonata a casa: «Restate tranquille, io resto qui. Cercherò di tornare domani». Furono le sue ultime parole a Joan, sua moglie.

Il colpo di Stato, guidato dal generale Augusto Pinochet, pose fine al governo democraticamente eletto di Allende. Il suo programma politico — riforma agraria, nazionalizzazione del rame, redistribuzione delle ricchezze — aveva acceso la speranza tra i lavoratori e seminato panico tra le élite economiche, cilene e internazionali. Gli Stati Uniti, allarmati da quel che chiamavano “marxismo costituzionale”, scelsero di intervenire. Il coinvolgimento della CIA e di grandi aziende americane nella destabilizzazione del Cile è stato documentato, sebbene mai del tutto riconosciuto.

Nel pieno della crisi, mentre i bombardamenti colpivano La Moneda e Allende si preparava al suo ultimo discorso, Jara fu arrestato insieme a centinaia di studenti, docenti e lavoratori dell’Universidad Técnica del Estado. Furono ammassati nel recinto coperto dello Stadio Chile, un impianto sportivo trasformato in centro di detenzione e tortura. All’interno, l’aria era satura di terrore e sangue.

«Allora sei tu, il cantante comunista.» E la violenza esplose. Calci, pugni, colpi di fucile. Lo colpirono in pieno viso, allo stomaco, ovunque. Ma furono le mani a subire la crudeltà peggiore; le stesse mani che avevano suonato Te recuerdo Amanda, che avevano accarezzato le corde di Plegaria a un labrador, vennero spezzate senza esitazione. «Vediamo se riesci ancora a suonare, figlio di puttana», gli urlò uno dei soldati, prima di schiacciargliele sotto lo stivale.

Secondo le testimonianze di chi fu lì con lui, Víctor fu trascinato al centro dell’arena, esposto come un trofeo. Un ufficiale salì su un tavolo, ordinò silenzio, poi sguainò la sua arma bianca e, davanti agli occhi di migliaia di prigionieri, gli amputò le dita. «Adesso canta», lo provocò. Jara si alzò a fatica, con il volto tumefatto e le mani insanguinate. Guardò i compagni e intonò, con voce tremante, l’inno dell’Unidad Popular. Dalle gradinate, i prigionieri risposero cantando insieme a lui. Poi arrivarono le raffiche. Jara crollò. Altri caddero dopo di lui.

Nei giorni che seguirono l’eccidio, il corpo di Víctor Jara venne trovato nei pressi del Cementerio Metropolitano, gettato in un terreno abbandonato insieme a decine di cadaveri anonimi. Era avvolto nella calce viva, accatastato insieme ad altri cadaveri. Un dipendente della morgue, riconoscendone il volto, avvisò Joan Turner. Le disse che doveva sbrigarsi, o sarebbe stato sepolto in una fossa comune.

Fu lei, in un silenzio irreale, a compiere l’ultimo gesto d’amore e di coraggio. Accompagnata solo da due persone, seppellì Víctor in un piccolo loculo del Cementerio General. Nessun rito, nessun saluto collettivo. Ma anche quel funerale clandestino, povero e silenzioso, non riuscì a mettere fine alla sua voce.

Un canto nato dalla terra

Negli anni Sessanta, mentre in tutta l’America Latina si alternavano rivoluzioni e repressioni, il Cile attraversava un fermento senza precedenti. Le piazze si animavano di studenti, lavoratori, poeti, musicisti. E anche la canzone popolare cambiava forma: non più semplice intrattenimento o folclore da salotto, ma strumento di lotta.

Nacque così la Nueva Canción Chilena. Un movimento culturale, musicale e politico che affondava le radici nella tradizione contadina, ma parlava con un linguaggio nuovo, capace di unire la poesia alla denuncia sociale. Fu Violeta Parra la pioniera; viaggiava da sola tra le campagne cilene, come un Woody Guthrie andino, raccogliendo canzoni, racconti e memorie. E quando conobbe Víctor Jara, intuì subito che in lui c’era qualcosa di più di un semplice interprete. Era il figlio di braccianti, cresciuto tra la povertà e il silenzio. Aveva imparato la musica dalla madre, aveva studiato teatro ed era anche un regista premiato, anche se poi, lentamente, tornò alla chitarra, la sua vera voce.

Insieme a gruppi come i Quilapayún e gli Inti-Illimani, Jara fece della canzone un’arma gentile. Scrisse versi che parlavano di minatori, madri, soldati, amanti separati. Raccontava la fame e la speranza. I suoi testi erano semplici, profondi e radicali. «Canto que ha sido valiente / siempre será canción nueva», scriveva («Il canto che è stato coraggioso / sarà sempre una canzone nuova»). E il pubblico cresceva, dalle peñas popolari fino ai teatri e agli stadi. Quando cantava Plegaria a un labrador, la folla rispondeva come un solo corpo.

Nel 1970, dopo una lunga battaglia elettorale, Salvador Allende vinse le elezioni con il 36% dei voti, guidando la coalizione dell’Unidad Popular. Era la prima volta che un marxista conquistava democraticamente la presidenza di uno Stato occidentale. Il Cile divenne subito un caso internazionale e un laboratorio politico. Washington osservava con allarme. Le grandi multinazionali americane, in particolare quelle del rame, la vera linfa vitale dell’economia cilena, si sentirono minacciate dalla nazionalizzazione.

La CIA attivò contatti, finanziò oppositori, promosse campagne di destabilizzazione economica. I documenti interni della ITT, il colosso delle telecomunicazioni, rivelavano progetti per spingere l’esercito a un colpo di Stato, qualora il parlamento non fosse riuscito a bloccare Allende con mezzi legali. Intanto, Jara insegnava teatro e musica ai figli degli operai nelle periferie di Santiago, e sua moglie, Joan Turner, ex ballerina classica arrivata dall’Inghilterra negli anni Cinquanta, si reinventava come insegnante nelle scuole pubbliche.

Allende e Jara si erano incontrati più volte. Tra loro c’era rispetto e un certa affinità. Il presidente vedeva negli artisti una forza morale, un motore simbolico e spirituale per la trasformazione del Paese. Jara partecipava a festival, incideva dischi, ma soprattutto cantava nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Scrisse un intero album per Herminda de la Victoria, un barrio dove un bambino era stato ucciso dalla polizia. Iniziò anche a lavorare a un’opera sulla strage di Ránquil, dove decine di contadini erano stati massacrati nel 1934, ma non riuscì a finirla.

Mentre il governo Allende procedeva tra ostacoli crescenti, scioperi pilotati e assalti mediatici, la morsa dei suoi nemici si faceva sempre più stretta. L’11 settembre 1973, l’esercito occupò Santiago e bombardò il palazzo presidenziale. Allende morì al suo posto, lasciando un ultimo discorso che ancora oggi viene trasmesso in radio. In quelle stesse ore, Víctor Jara fu arrestato, torturato e assassinato con almeno 44 colpi nello Stadio Chile.

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L’eredità viva di Víctor Jara

Con l’aiuto di giornalisti, attivisti e amici, Joan riuscì a lasciare il Cile. Iniziò così una nuova vita in esilio, fatta di viaggi, conferenze, interviste e documentari. Portava con sé la storia di Víctor, e la raccontava ovunque: nei teatri, nelle università, nei parlamenti. Non parlava solo di un marito assassinato, ma di un’idea più grande perché in Víctor Jara, tanti riconoscevano il volto di una resistenza che parlava al mondo intero.

Bob Dylan gli dedicò un concerto. Phil Ochs, Pete Seeger, Arlo Guthrie e Joan Baez intonarono le sue canzoni, traducendole, adattandole, ǰ in inni universali. Decenni dopo, anche Tom Morello, chitarrista dei Rage Against the Machine, disse che ogni nota suonata per un mondo più giusto era, in fondo, un omaggio a Víctor.

La sua voce è rimasta negli stadi, nei dischi, nelle scuole, nei murales, nelle rivolte. In ogni giovane cileno che imbraccia una chitarra, c’è un’eco del suo canto. In ogni madre che lotta per la verità di un figlio desaparecido, c’è la forza di Joan.

Negli anni più bui della dittatura, quando parlare era pericoloso, il volto di Víctor Jara riemergeva nei sogni dei prigionieri e nelle preghiere dei contadini. Quando gli operai scioperavano o gli studenti occupavano le università, non mancava mai una chitarra a intonare Te recuerdo Amanda. E ancora oggi, a ogni anniversario dell’11 settembre, il suo nome ritorna, come fosse una radice profonda che nessun regime è riuscito a estirpare.

Víctor Jara fu uno dei 3.200 cileni uccisi dalla dittatura. Nel 1974, poco dopo il massacro, fu ritrovata una pagina scritta da Víctor durante la prigionia. L’aveva affidata a un compagno, che l’aveva nascosta e fatta uscire dallo stadio. Le ultime righe recitano:

Canto che mal mi esce
quando devo cantare il terrore,
il terrore come quello che vivo,
il terrore come quello che muoio.

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A cinquant’anni dalla sua morte, un murale per le strade di Santiago commemora il cantautore Víctor Jara | Foto: Nicolás Cortés Guerrero, VOA

Nel settembre del 2023, a cinquant’anni dal colpo di Stato, la giustizia cilena ha condannato nove ex militari per l’arresto, la tortura e l’uccisione di Víctor Jara e di Littré Quiroga, allora direttore nazionale delle carceri. Quelle condanne, per quanto tardive, hanno riaperto una ferita mai rimarginata. Hanno costretto il Paese a tornare nei luoghi che raccontano l’orrore: lo Stadio Chile, oggi ribattezzato Estadio Víctor Jara; la morgue, dove il suo corpo fu abbandonato tra decine di cadaveri; il piccolo loculo dove fu sepolto in silenzio, con accanto solo due testimoni. Ma, soprattutto, hanno rimesso al centro non solo l’uomo assassinato, ma il motivo per cui fu ucciso.

Perché la vita di Víctor Jara non fu mai separata dalla sua arte. E la sua arte, a differenza delle statue, non può essere distrutta. Era fatta di volti, di mani, di dolore e di speranza. Era la voce dei bambini senza scuola, delle madri in attesa, dei minatori dimenticati. Era, come scrisse lui stesso: «un canto necessario, non per avere una bella voce, ma perché la chitarra ha senso e ragione».

Oggi, lo si ascolta nei cori degli studenti cileni che protestano contro la privatizzazione dell’istruzione; lo si ritrova nei festival internazionali dove il folk si fonde con l’impegno. La sua figura, con il poncho e la chitarra, è diventata un’icona della resistenza culturale, alla pari di Che Guevara o Nelson Mandela, ma con una particolarità: Víctor non guidava un esercito, non scriveva manifesti, cantava.

Come ha detto il musicologo Rodrigo Torres:

Il suo lavoro artistico è diventato una pedagogia di popolo: raccoglie tradizioni mapuche, andine, afroamericane, e le restituisce come strumenti di comprensione del presente.

Nell’epoca dei populismi, del revisionismo e della disinformazione, la parabola di Jara continua a offrire una bussola morale. Ci ricorda che l’arte può dire la verità quando la politica tace, che la cultura può essere una forma di giustizia anticipata. E ci insegna anche che le mani spezzate non fermano una canzone; al contrario, la fanno volare più lontano.

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