Tutankhamon

Perché Tutankhamon esercita così tanto fascino e mistero?

Nel novembre del 1922, nella polverosa Valle dei Re, un ex acquarellista inglese e il suo ricco finanziatore aristocratico spalancarono l’ingresso di una tomba rimasta inviolata per oltre tremila anni. In quel preciso istante, un giovane faraone dimenticato dalla storia tornò alla vita sotto forma di leggenda. Oggi, a più di cent’anni da quella scoperta, il nome di Tutankhamon continua a brillare. Per alcuni è l’icona scintillante dell’antico Egitto, per altri il simbolo delle contraddizioni di un’archeologia nata durante l’epoca coloniale. Ma dietro la maschera d’oro, quale verità ci restituisce davvero la sua storia?

Il “re bambino” che tornò a regnare da morto

Più di centosettanta faraoni si sono avvicendati sul trono d’Egitto in oltre tremila anni di storia, suddivisi in una trentina di dinastie. Eppure, nessuno è oggi più celebre di Tutankhamon, il “re bambino” che salì al potere a soli otto anni e regnò meno di un decennio. Le decisioni prese durante il suo breve governo (in gran parte attribuibili al consigliere Ay, che gli succedette) furono per lo più simboliche: riportò la capitale a Tebe e ripristinò il culto tradizionale di Amon, voltando le spalle all’eresia monoteista del padre Akhenaton. Persino il suo nome cambiò, da Tutankhaton a Tutankhamon, per sancire il ritorno all’ordine degli dèi.

Prima del 1922, la sua figura era poco più di una nota a piè di pagina nella storia egizia. Oggi è una leggenda globale. Milioni conoscono la sua storia, ma pochi saprebbero raccontare quella di Neferkara, che avrebbe regnato per oltre novant’anni, o di Cheope, l’uomo della Grande Piramide, o persino di Ramses II, considerato il più potente dei faraoni. La nostra conoscenza del passato è selettiva, e spesso dettata da ciò che vogliamo ricordare. Alcune omissioni sono inconsapevoli, altre deliberatamente comode.

Ammiriamo la maschera funeraria di Tutankhamon come un capolavoro assoluto, dimenticando però il corpo che vi si celava sotto. Dopo l’apertura della tomba, la mummia fu lasciata esposta al sole del Nilo, poi cosparsa di paraffina e letteralmente fatta a pezzi per essere rimossa dal sarcofago. Oggi i resti del giovane faraone giacciono nella sua tomba originale, conservati in una teca trasparente che attira ogni giorno frotte di visitatori. Ma pochi di loro sanno davvero dove si trovano: Luxor non è solo il cuore dell’Egitto antico, è anche una città viva, complessa e spesso ignorata.

Per decenni, l’egittologia occidentale ha coltivato l’illusione di poter raccontare l’antico senza comprendere il presente. Gli archeologi imparavano i geroglifici ma non l’arabo, decifrando il passato ma escludendo chi lo abita oggi. Emblematica, in tal senso, è la recente riapertura del Viale delle Sfingi, un’antica arteria cerimoniale che collega i templi di Karnak e Luxor. Gli scavi hanno riportato alla luce statue millenarie, ma anche demolito centinaia di case moderne, una chiesa e diverse moschee. È questo il doppio volto della memoria archeologica: ciò che viene celebrato e ciò che viene cancellato.

Restituire visibilità al passato non dovrebbe significare sacrificare il presente. Ma troppo spesso è così. E nel celebrare l’eredità dei faraoni, rischiamo di perdere traccia di quella, altrettanto preziosa, degli egiziani di oggi.

Nato intorno al 1341 a.C., era figlio di Akhenaton, il faraone che aveva scosso le fondamenta religiose del regno imponendo il culto monoteista del dio Aton, e di una delle sue mogli secondarie — forse la stessa Nefertiti o una sorella minore, secondo le ipotesi più accreditate. Alla nascita fu chiamato Tutankhaton, "l’immagine vivente di Aton", a testimonianza dell'influenza del nuovo credo religioso. Ma dopo la morte del padre, attorno agli otto o nove anni, salì al trono sotto la guida di potenti consiglieri, in particolare Ay, il gran visir, e il generale Horemheb, che di fatto governavano al suo posto. Fu proprio sotto la loro influenza che Tutankhaton rinnegò le riforme paterne: cambiò nome in Tutankhamon, “immagine vivente di Amon”, restaurò il culto degli dei tradizionali, riportò la corte a Tebe e cercò di ristabilire l’ordine politico e spirituale nel Paese.

La sua giovane età e le condizioni fisiche fragili suggeriscono che non poté esercitare un reale potere decisionale. Visse protetto ma probabilmente anche isolato, sposando la sorellastra Ankhesenamon, con cui ebbe almeno due figlie nate morte e trovate mummificate nella sua tomba. Morì intorno ai 18 o 19 anni, forse a causa di complicazioni legate a una frattura ossea o a un’infezione, ma le cause restano incerte. Venne sepolto nella tomba KV62, una camera funeraria piuttosto piccola per un faraone, il che fa pensare a una sepoltura frettolosa e non pianificata. Per secoli, il suo nome fu dimenticato dai testi e dagli annali ufficiali, fino alla sensazionale riscoperta della sua tomba intatta da parte di Howard Carter nel 1922, che lo consacrò come il più celebre sovrano dell’antico Egitto, simbolo universale di mistero, bellezza e maledizione.

Howard Carter, l’uomo che aprì la porta

Howard Carter non era un archeologo né un egittologo. Figlio di un pittore inglese, crebbe lontano dalle università e si formò sul campo, matita alla mano. Fu assunto in Egitto come illustratore, incaricato di copiare affreschi e reperti per conto di collezionisti inglesi. La sua abilità nel disegno lo rese presto indispensabile a una generazione di aristocratici britannici ossessionati dall’antico Egitto, desiderosi di arricchire le proprie collezioni con statue, amuleti e mummie.

Fu il conte di Carnarvon, nobile eccentrico e appassionato di auto da corsa e cavalli, a finanziare la sua vera impresa: una campagna di scavi nella Valle dei Re che si prolungò per anni, spesso senza risultati. Quando nel 1922 i fondi erano ormai agli sgoccioli, Carter individuò un gradino sepolto nella sabbia. Poco dopo, l’ingresso di una tomba intatta veniva aperto per la prima volta dopo tremila anni.

Fu allora che pronunciò la celebre frase — “vedo cose meravigliose” — guardando all’interno della camera funeraria. Ma l’euforia della scoperta nascondeva anche una certa opacità: Carter e il suo team entrarono nella tomba prima dell’arrivo delle autorità egiziane, violando ogni protocollo. Non è mai stato chiarito se portarono via oggetti senza dichiararli, anche se lettere, testimonianze e ritrovamenti successivi fanno pensare che più di un tesoro abbia preso la via di Londra.

Non è un caso che l’età d’oro dell’egittologia coincise con uno dei momenti più voraci del colonialismo europeo. Francia, Inghilterra e Germania si contendevano il primato nello “scoprire” l’antico Egitto, spesso con l’intento non dichiarato di appropriarsene. Interi carichi di mummie, statue, papiri e amuleti lasciavano il Paese in casse anonime, dirette verso musei e collezioni private d’Europa. Il governo egiziano, pur tentando di regolamentare gli scavi con leggi e permessi, si trovava in una posizione di inferiorità schiacciante, e la diplomazia archeologica spesso si risolveva in un compromesso umiliante o, peggio, in un furto legalizzato.

Anche la celebre scoperta della tomba di Tutankhamon, salutata con entusiasmo dalla stampa britannica e americana, fu vissuta in Egitto come un atto di esclusione. Gli operai locali, fondamentali per il successo dello scavo, venivano raramente menzionati; le fotografie della scoperta erano vendute in esclusiva al Times di Londra; e mentre l’Europa celebrava il “ritorno” del faraone, il Paese che lo aveva generato assisteva da spettatore. I tesori della KV62 avrebbero dovuto restare in patria, ma numerose reliquie minori, come gioielli e amuleti, sparirono misteriosamente. Solo in tempi recenti alcune di queste sono riapparse sul mercato dell’arte o sono state restituite. Un lento atto di riparazione, forse, ma ancora troppo parziale per bilanciare secoli di saccheggio travestito da scoperta.

howard Carter Tutankhamon
Nel 1899, all’età di 25 anni Howard Carter fu nominato ispettore capo del Consiglio supremo delle antichità dal ministero della Cultura egiziano. Ma una lite scoppiata tra una comitiva di turisti francesi e alcune guardie egiziane lo costrinse a dimettersi. Una circostanza che gli avrebbe stroncato la carriera se, pochi anni dopo, non avesse conosciuto George Herbert, quinto conte di Carnarvon, da cui ottenne le risorse economiche per finanziare le ricerche archeologiche nella Valle dei Re.
Il faraone guerriero
Il contesto storico in cui governò — a cavallo tra il 1341 e il 1323 a.C., durante la XVIII dinastia del Nuovo Regno — era segnato da instabilità politica, crisi religiosa e minacce esterne. Alla morte di Akhenaton, l’autorità centrale era fragile e le province asiatiche (come la Siria e la Palestina) minacciavano di sfuggire al controllo egiziano, mentre gli Ittiti guadagnavano terreno in Anatolia.
In questo scenario turbolento, alcuni studiosi hanno ipotizzato che Tutankhamon, seppur giovane e malato, abbia cercato di riaffermare il potere egiziano attraverso campagne militari. Lo suggeriscono i rilievi su uno dei suoi carri d’oro, raffiguranti il faraone nell’atto di scagliare frecce, e i pannelli decorativi in cui guida truppe in battaglia. Tuttavia, la veridicità di queste rappresentazioni è discussa: più che documentare eventi reali, potrebbero far parte dell’iconografia regale tradizionale, volta a raffigurare anche i sovrani più giovani o deboli come eroi vittoriosi. Le analisi mediche sul suo corpo, che evidenziano gravi problemi motori, rendono improbabile una sua reale partecipazione a battaglie. La figura del “faraone guerriero” appare dunque più come una costruzione politica che una realtà storica comprovata.

Un corpo, mille teorie

La mummia di Tutankhamon ha conosciuto, dopo la morte, un destino ben più violento di quello che forse affrontò in vita. Quando Carter e il suo team sollevarono il coperchio del sarcofago, trovarono il corpo del faraone fuso con i tessuti funerari a causa di una reazione chimica avvenuta nei secoli. Per estrarlo, lo lasciarono essiccare al sole del Nilo, poi lo cosparsero di paraffina e iniziarono a smembrarlo: le braccia furono rotte per sfilare i bracciali, il torace forzato, il cranio staccato a colpi di scalpello. Un trattamento brutale, giustificato all’epoca con il pretesto della conservazione.

Per decenni si è speculato sulla sua morte. Si parlò di assassinio, di una ferita alla testa, persino di un incidente con un carro da guerra. Ma le analisi moderne — dalla TAC all’analisi del DNA — restituiscono un quadro più umano e tragico. Tutankhamon era un ragazzo malato, segnato nel corpo dalla consanguineità; soffriva di palatoschisi, scoliosi, una gamba fratturata, e aveva contratto più volte la malaria. Un giovane debole, probabilmente zoppicante, vittima di un destino dinastico più grande di lui.

In lui non c’era il vigore dei grandi conquistatori, ma la fragilità di chi nasce predestinato, senza aver scelto nulla. Un re bambino, divenuto leggenda più per ciò che ha subito che per ciò che ha fatto.

Nel novembre del 1922, quando l’annuncio della scoperta fece il giro del mondo, nacque un mito. In un’epoca segnata dalle macerie della Prima Guerra Mondiale, Tutankhamon divenne per molti il simbolo struggente di una giovinezza interrotta. In Egitto fu un detonatore identitario, ispirando i primi moti del nazionalismo anticoloniale; in America, soprattutto tra le comunità nere, la sua figura fu riletta come emblema di un orgoglio africano da riscoprire. Ovunque, nei musei, le sue mostre superavano i record dei Beatles, trasformando l’archeologia in spettacolo globale.

Ma la forza del mito si alimenta anche nel terreno fertile della cultura popolare. Tutankhamon è diventato un’icona per l’infanzia. È entrato nello stesso pantheon di dinosauri e pirati, regine e astronauti. L’industria culturale lo ha trasformato in prodotto, sì, ma sarebbe un errore credere che basti la macchina del marketing a spiegare il suo successo. La fascinazione per quel re bambino sepolto con un tesoro e riemerso dopo tremila anni nasce anche da un’autentica sete di meraviglia.

La tomba di Tutankhamon
Il sepolcro, sorprendentemente piccolo per un faraone, ha spinto molti studiosi a pensare che non fosse stato originariamente progettato per lui, ma riadattato in fretta dopo il decesso improvviso del giovane re. Questo spiegherebbe anche la disposizione caotica degli oggetti funerari, l’uso di pareti affrescate frettolosamente e la presenza di arredi che sembrano destinati a una donna, forse alla regina Ankhesenamon. Quanto alla sua morte, le teorie si sono susseguite per decenni: da un presunto assassinio a un incidente con un carro da guerra. Le analisi del DNA e della TAC rivelano un giovane fragile, affetto da gravi patologie: una frattura alla gamba sinistra mai guarita, scoliosi, palatoschisi e diverse infezioni malariche, complicazioni che con tutta probabilità ne causarono la morte intorno ai 18-19 anni. Più che una congiura o una fine eroica, quella di Tutankhamon sembra la tragica uscita di scena di un ragazzo segnato fin dalla nascita da una discendenza incestuosa e da un potere che non aveva scelto.

I simboli non muoiono

Oggi Tutankhamon continua a vivere nei libri illustrati, nei documentari, nei videogiochi e persino nel teatro. Ma a un’attenzione così vasta dovrebbe corrispondere una narrazione più profonda. Dovremmo chiedere all’egittologia di essere più equa, accessibile, inclusiva. Di non guardare solo al passato, ma anche al presente, e a chi oggi vive nei luoghi dove i faraoni furono sepolti.

Il nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo, progettato per ospitare l’intero corredo funerario di Tutankhamon, rappresenta un passo in quella direzione. Ma l’Egitto contemporaneo è ancora attraversato da tensioni tra la tutela del patrimonio e le esigenze del turismo di massa. Nella Valle dei Re, il corpo del faraone giace in una teca climatizzata, mentre una replica protegge le pareti affrescate della sua tomba originale. Le tecnologie di conservazione avanzano, ma le fratture della sua storia rimangono visibili, come cicatrici.

La maledizione del faraone
Quando Lord Carnarvon, finanziatore degli scavi, morì pochi mesi dopo l’apertura della tomba a causa di una puntura d’insetto infetta — e l’elettricità del Cairo andò in blackout proprio in quel momento — la stampa sensazionalistica parlò di vendetta ultraterrena. Altri membri della spedizione morirono negli anni successivi per cause naturali, ma in un clima di superstizione e colonialismo, la narrazione prese rapidamente piede. Si parlò di iscrizioni maledette, di gas tossici liberati dalla tomba, persino di “mummie vendicative”. Ma la scienza ha da tempo ridimensionato ogni ipotesi soprannaturale. Le presunte morti misteriose non superano la media statistica, e molti dei partecipanti, incluso Howard Carter, vissero a lungo. Eppure, la maledizione ha trasformato la scoperta archeologica in mito globale, mescolando paura, mistero e attrazione per l’ignoto. In fondo, come spesso accade con i grandi racconti, è la finzione ad aver resistito più della verità.

Oggi Tutankhamon regna ancora. Non su un impero, ma sulla nostra immaginazione collettiva. È il faraone più famoso del mondo, e forse il più frainteso. A seconda dello sguardo, è un bambino vittima del potere, un re guerriero, un simbolo saccheggiato, un oggetto da museo o un mistero da decifrare. Ed è proprio questa ambiguità a renderlo eterno.

Come tutti i grandi miti, Tutankhamon non ci racconta solo chi era lui. Ci racconta, soprattutto, chi siamo noi.

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