Elon Musk ha appena ottenuto il via libera dagli azionisti di Tesla per un compenso da 1.000 miliardi di dollari. Mille miliardi. Una cifra talmente fuori scala da sembrare uscita da un racconto di fantascienza. E forse è proprio lì che stiamo vivendo, in un presente in cui il culto dell’imprenditore-genio ha preso il posto di quello del santo.
Musk, primo trilionario della storia, incarna alla perfezione l’estetica del capitalismo estremo: dice di non possedere nulla, abita in una casa prefabbricata da 50mila dollari, ma vola in jet privati e colleziona auto da collezione, tra cui una Lotus capace di trasformarsi in sottomarino. La sua austerità è una posa ideologica, un travestimento accurato.
Lo aveva raccontato anche Grimes, sua ex compagna, a Vanity Fair nel 2022 con un misto di affetto e disillusione: “Bro non vive come un miliardario. Bro vive sotto la soglia di povertà.” Una volta, ha raccontato, si è rifiutato di comprare un materasso nuovo, nonostante il lato di lei avesse un buco. Ma il minimalismo di Musk, come accade spesso per i nuovi miliardari, è soprattutto una performance. Non è un rifiuto del lusso, è qualcosa di più sottile. È il lusso assoluto di poter dire di non averne bisogno.
La favola del genio che non sbaglia mai
Tesla giustifica il mega-bonus come “ricompensa per chi spinge i limiti dell’umanità”. Un modo elegante per dire che il capitalismo ha ormai sostituito la meritocrazia con la mitologia. Il genio visionario, anche quando licenzia migliaia di persone, distrugge sindacati o manipola il mercato con un tweet, non si discute, si venera.
Eppure, se guardiamo al di là della narrativa, resta una verità semplice. Nessun individuo dovrebbe essere ricompensato con la ricchezza di un intero Stato per aver gestito un’azienda che produce auto elettriche e promesse di futuri robotici.
Dietro l’apparente “incentivo all’innovazione” si nasconde un messaggio ben più inquietante. La società non sa più distinguere tra progresso e potere. Musk non viene ricompensato per ciò che ha realizzato, ma per ciò che simboleggia. È il volto ipermoderno di una libertà individuale che funziona solo per chi può permettersi di viverla, sostenuta da un sistema che distribuisce disuguaglianza in modo scientifico.
Cosa si potrebbe fare in Europa con 1.000 miliardi di dollari?
◉ Finanziare il Servizio Sanitario Nazionale italiano per oltre 15 anni (la spesa annua è di circa 100 miliardi di euro);
◉ Costruire 3.000 scuole superiori pubbliche nuove in tutta l’Unione Europea;
◉ Garantire un reddito di cittadinanza da 1.000 euro al mese a oltre 40 milioni di europei per due anni;
◉ Completare la transizione energetica dell’Italia entro il 2030, secondo stime del Ministero dell’Ambiente;
◉ Azzerare i debiti studenteschi in Germania, Francia e Italia e finanziare l’università pubblica gratuita per un decennio.
Nel racconto che ama costruire su di sé, Musk è l’asceta della Silicon Valley: dorme sui divani degli amici, salta i pasti, lavora fino allo sfinimento, tutto per il bene dell’umanità. Una figura quasi mistica, sospesa tra la startup e il sacrificio. Ma questa retorica è una narrazione tossica, pensata per dare una patina etica all’accumulazione senza limiti.
“Non ho bisogno di soldi, mi dedico a Marte e alla Terra,” scriveva su X, mentre annunciava la vendita delle sue ville californiane. Peccato che, poco dopo, abbia speso 44 miliardi di dollari per comprare Twitter come fosse un giocattolo.
La sua povertà ostentata non è una forma di umiltà, è branding allo stato puro. Un atto di marketing esistenziale che trasforma il miliardario nel martire del futuro. È il trucco antico della borghesia filantropica: ostentare sobrietà individuale per legittimare uno squilibrio sistemico; rinunciare ai segni del lusso per potersi tenere tutto il potere.
È vero, Musk ha donato miliardi in azioni. Ma molte di queste donazioni sono finite in fondazioni e progetti orbitanti attorno al suo stesso universo. Come ha scritto il New York Times, la sua filantropia appare “casuale e in gran parte egoistica, che gli ha permesso di beneficiare di enormi agevolazioni fiscali e di aiutare le sue attività.”
Sul sito ufficiale, la Musk Foundation si presenta come un faro del progresso: “dedicata a promuovere l’avanzamento dell’umanità attraverso la ricerca scientifica d’avanguardia, l’innovazione tecnologica e iniziative ambiziose che spingono i confini del possibile.”
Ma la realtà, come spesso accade, è molto meno eroica. Sempre secondo il New York Times, la fondazione non ha raggiunto le soglie minime di erogazione filantropica per tre anni consecutivi, come richiesto dalla normativa fiscale americana. Peggio ancora: molte delle donazioni sono finite in organizzazioni collegate direttamente a Musk o al suo ecosistema industriale.
Quando gli è stato chiesto di commentare, Musk ha mantenuto il suo solito scetticismo verso la beneficenza tradizionale. “Se ti interessa il bene reale, e non solo la sua percezione, allora la filantropia è estremamente difficile,” ha detto nel 2022 a Chris Anderson.
In fondo, per lui, le sue stesse aziende sono filantropia. Tesla, perché promuove l’energia sostenibile. SpaceX, perché cerca di salvare l’umanità da un’eventuale estinzione. Neuralink, perché lavora per riparare i danni del cervello umano – o almeno, così promette.
È così il capitale diventa una missione salvifica e il profitto una forma avanzata di amore per il prossimo. Peccato che, come sempre, il prossimo sia molto simile a lui.
Quando un voto diventa culto e la torta del capitale
Karl Dühring scriveva che il capitalismo, più che nel suo modo di produrre, andava condannato nel modo in cui distribuisce la ricchezza. Una differenza sottile solo in apparenza, perché sposta l’intera questione economica sul piano politico: non basta chiedersi quanto spetta al lavoro e quanto al capitale, ma interrogarsi su chi controlla i mezzi stessi della produzione, su chi ha potere e chi no. La domanda giusta non è “come dividere la torta?”, ma “chi l’ha preparata?”. È qui che cade la favola della meritocrazia. Parlare solo di redistribuzione rischia di essere una foglia di fico perché sposta l’attenzione su un’equità quantitativa posticcia, dimenticando che il vero nodo è la proprietà.
E infatti, nei momenti di crisi, i poteri forti si affrettano a promettere qualche misura compensativa – una tassa, un bonus, un’eredità minima – senza mai mettere in discussione chi possiede cosa, e perché. L’alternativa proposta da certi populismi, poi, è altrettanto fuorviante. Frammentare la grande proprietà e restituirla ai piccoli proprietari è una narrazione nostalgica che scambia il passato per giustizia e il piccolo per il giusto. Ma il ritorno alla piccola proprietà è una regressione. È un’economia fragile, esposta, incapace di competere con il capitale concentrato. È per questo che il socialismo autentico ha sempre rivendicato la socializzazione dei mezzi di produzione, non la loro suddivisione in milioni di micro-aziende isolate. Solo quando i produttori associati controllano i mezzi del loro lavoro, allora si può parlare di vera libertà.
In questo contesto, il caso Elon Musk non è un’eccezione, ma la metafora perfetta del nostro tempo. Non si tratta solo di soldi, ma di simboli. Il voto degli azionisti di Tesla non è stato un calcolo economico, ma un atto di fede. Un’investitura. Hanno detto: il futuro della tecnologia deve dipendere da quest’uomo, da lui soltanto. E che per tenerlo al comando, vale la pena consegnargli l’equivalente del PIL di un Paese europeo. È il trionfo della religione del profitto, dove l’ascetismo è una maschera e il rendimento è diventato il nuovo sacramento.
Il paradosso finale è che, nel capitalismo maturo, il capitale non rischia nemmeno più. I grandi imprenditori, oggi, non scommettono su se stessi, ma si fanno garantire dallo Stato. I profitti sono privatizzati, le perdite pubbliche. È socialismo per i ricchi e neoliberismo per i poveri. Il rischio d’impresa, un tempo vanto della borghesia, è ora un onere collettivo. I mercati sbagliano, gli Stati pagano. E intanto una ristretta élite assorbe patrimoni da fantascienza, mentre metà della popolazione mondiale lotta per la sopravvivenza.
In un mondo in cui Elon Musk può ricevere un trilione di dollari come “stimolo”, mentre milioni di persone non riescono a pagare l’affitto, non è più sufficiente parlare di redistribuzione. È arrivato il momento di rimettere in discussione la proprietà, la governance, la legittimità stessa di un sistema che non produce equità ma la sua parodia. Perché finché pochi decideranno per tutti, ogni riforma sarà solo una foglia di fico. Non è più il tempo di elemosinare giustizia.







