il bastardo caldwell

Il bastardo

È il 1929. William Faulkner ha pubblicato L’urlo e il furore. Hemingway, più vecchio di quattro anni, fa cassa con Addio alle armi. Ma il romanzo che scandalizza è quello di un venticinquenne della Georgia, tale Erskine Caldwell, che ha appena pubblicato Il bastardo.

È l’orrore lanciato in un’America già desolata e in preda alla disperazione. L’opera viene accusata di oscenità, e proibita nello Stato del Maine e in una lunga sfilza di altri Stati americani. 

È la storia di Gene Morgan, un vagabondo nato da prostituta, cristo senza dio, testa calda (ha il grilletto facile), che passa per segherie e proposte morbose (un tizio gli implora di ingravidargli la moglie), e si sbatte la sorellastra da cui ha un figlio mostruoso. La madre, appena nato, cerca di ammazzarlo; lui, quando scopre dove lei batte, anni dopo, paga e se la fa (“Aveva passato la notte con lui senza sapere che era suo figlio”). 

La prima scena è già un pugno allo stomaco:

Quando Gene Morgan udì parlare per l’ultima volta della donna che era sua madre, essa viveva un centinaio di metri dalla frontiera della California, nella prosperità privilegiata del vecchio Messico. Non era più giovane né così bella come una volta.

Gene guarda la foto della madre presa da uno sconosciuto. Non ne conosce il nome, ma sa tutti i nomignoli presi dalla strada: Gertie Norfolk, Denver Sal, Rose of Scranton, Big Butt Bessie e così via.

Si fa raccontare tutto quello che sa dall’uomo appena incontrato e appena questi finisce, Gene è pronto a ficcargli “tre proiettili di piombo rivestito d’acciaio nei polmoni”.

il bastardo caldwell

La letteratura americana è una guerra civile in continuo aggiornamento. Da una parte i nordisti: gi scrittori di città, dei salotti dell’Upper East Side. Henry James, Philip Roth e Bret Easton Ellis, Saul Bellow, Truman Capote e Tom Wolfe, a cui si deve la fortunata definizione di radical chic. Sono ironici e velenosamente critici. 

Dall’altra i sudisti: spacconi, rozzi, senza mezzi termini. Vivono di violenza. E mentre i primi si crogiolano in una malinconia esistenziale, questi servono un dio minore, sudato e isterico, che ama il sangue e la polvere. William Faulkner, Robert Penn Warren, John Steinbeck, Flannery O’Connor,, Cormac McCarthy ed Harry Crews.

Sono loro a raccontare l’America degli esclusi. Nelle loro storie c’è solo la verità della polvere e dei coltelli. È una scrittura cattiva, e la più cattiva di tutte è quella di Caldwell. Una prosa che segue il ritmo di una rivoltella, ma con picchi poetici come questo:

All’esterno, il mondo passava chetato nei suoi silenzi misteriosi. Una luce, un’ombra, una sagoma ondeggiante tra alberi magri, ed era un intero dominio d’amore. Un uomo, una donna, un bambino, una vacca, un tetto che pacificava gli elementi e attirava pace dal cielo. Tutto questo, certo, era amore. Una frangia delle cime degli alberi spiccante contro il cielo incipriato di neve fu subito ripresa, con rapidità cinematografica, dall’oscurità. Un altro mondo traboccante delle pene e delle gioie della vita passava in rivista solo per essere subito dopo fatalmente distrutto.

La forza di Caldwell è stata come una febbre passata di corpo in corpo. Faulkner fu il primo a riconoscerla, quando lo mise accanto a Steinbeck, Hemingway, Thomas Wolfe e Dos Passos. Disse che erano loro ad aver cambiato il suo modo di scrivere. Vittorini lo capì presto e nel 1940 lo tradusse come si traduce un maestro, mettendo Il piccolo campo tra le sue “figurine nobili”.

Da lui, Flannery O’Connor imparò a guardare il male in faccia senza scappare. Mise Dio nel grottesco e lo lasciò ridere. McCarthy, con Il buio fuori, ne raccolse la lezione e divenne adulto. E John Huston trovò in Caldwell la materia per il suo film più duro, Città amara.
E più tardi anche Tarantino e Lynch, nei loro mondi barocchi, deformati, pieni di sangue e sogni, ne hanno rimarcato l’eredità. 

Caldwell preferiva una sputacchiera a un flute. Non amava i giri di parole. Viveva come scriveva. Cambiò casa almeno ventotto volte. Si sposò quattro. La seconda con Margaret Bourke-White, fotografa, con la quale fece reportage in Sud America e in Europa. Durante la guerra arrivò fino a Mosca, dove grazie alle royalties dei suoi romanzi, prese la suite più costosa al National hotel. Salotto ovale, pianoforte e tappeto d’orso. Quindici anni prima tagliava legna nel Maine, in mezzo a patate e rape.

All’inzio della sua carriera teneva le lettere di rifiuto in una scatola da scarpe. Quando Maxwell Perkins gli disse che i racconti gli piacevano, lui ne spedì a centinaia. Uno al giorno. Poi uno a settimana. Alla fine gliene comprarono due. Tre dollari e mezzo, diceva la lettera. 

Ha scritto una cinquantina di libri. Ha venduto milioni di copie ed era tradotto ovunque. Negli ultimi vent’anni si era tirato indietro. Non amava i salotti, e tantomeno gli scrittori. Diceva: “Meno scrittori conosci, meno rischi di marcire”.

Quando gli chiesero se aveva un messaggio per il mondo, rispose:

No. Racconto storie. Ciascun lettore trovi il senso di ciò che scrivo in se stesso. Se il senso è crudele, deploralo. Se non ti piace, leggi altro.

In un’intervista con Carvel Collins nel 1958 è lui stesso a descrivere la sua scrittura:

Se hai una gamba in cancrena, la tagli. Non guardi dall’altra parte. Io faccio lo stesso con le storie. Vado fino in fondo. Al male. All’orrore. Ho un’idea piccola. Dieci parole. Le scrivo. Se reggono, vado avanti. Butto più di quanto tengo. Riscrivo. Venti volte. Scrivo ogni giorno. Nove-cinque. Scompaio. Divento intollerabile. Non mi taglio i capelli. Non lucido le scarpe. Devo essere in pace con la pagina, non con la gente.

Oggi Il bastardo emerge ancora come una lama lucida. Pagine che si leggono in poche ore, ma che ti restano addosso per giorni interi. Non ci sono salvezze. C’è un ragazzo che paga la madre senza dirle chi è. C’è un uomo che abbandona la moglie, l’unica persona che abbia mai amato, per toglierle il peso di un figlio malato che le consuma i giorni. Ci sono le percosse della schiavitù. C’è la morbosità del sesso e della violenza. C’è l’America che smette di fingere e si guarda allo specchio. C’è la fame. C’è il buio. E si va sempre avanti.

Questo è Caldwell. Nessuna sviolinata. Nessuna frase ad effetto. Solo la scrittura cruda per raccontare l’uomo, la colpa e il bisogno. Una prosa che pesta. Prima scena. Ultima scena. Poche parole dritte. E a differenza dei suoi pari, i Faulkner e gli Hemingway, che crollarono stritolati dalla depressione e dall’alcol, Caldwell resistette alla vita. Rimase sempre il figlio spaccone di un pastore itinerante e di un’insegnante, che raccontava ciò che vedeva senza l’arroganza di voler cambiare il mondo. Raccontando semplicemente quello che c’era.

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