esplorazioni polo nord

Come i fallimenti tra i ghiacci hanno riscritto la corsa al Polo Nord

Una storia di ambizione, disastri e ostinazione umana nell’estremo Nord

Per secoli, l’estremo settentrione della Terra è stato molto più di una frontiera geografica. Il Polo Nord era un’idea, un enigma mitico. Alcuni lo immaginavano come un mare caldo, altri come il luogo d’origine dell’umanità. Prima ancora che esistesse la certezza della sua esistenza fisica, il Polo era già un simbolo. La sua conquista si sarebbe realizzata solo il 12 maggio 1926, quando Roald Amundsen sorvolò per la prima volta il punto più a nord del Pianeta a bordo del dirigibile Norge.

Ma dietro questa data c’è una lunga sequenza di spedizioni tragiche, dispute tra nazioni, slanci eroici e catastrofi tecniche. Una genealogia di sogni congelati, spesso destinati a fallire, ma senza i quali Amundsen stesso non avrebbe mai raggiunto il Polo.

Svalbard: il cuore gelato dell’ambizione

A metà strada tra la Norvegia continentale e il Polo Nord, immerse in un silenzio bianco interrotto solo dal vento e dallo scricchiolio del ghiaccio, le isole Svalbard sono da secoli il punto più vicino alla leggenda. Conosciuto un tempo come Spitzbergen, le “montagne aguzze”, questo arcipelago artico è stato teatro di miti e conquiste, scoperte scientifiche e fallimenti epici. E soprattutto, punto di partenza strategico per chiunque sognasse di raggiungere l’ignoto.

Longyearbyen, l’insediamento principale delle Svalbard, è la città abitata più settentrionale del mondo. Situata a 78 gradi di latitudine nord, vive sei mesi all’anno nell’oscurità totale e sei sotto il sole di mezzanotte. A renderla ancora più singolare è il fatto che qui nessuno può nascere o morire ufficialmente, perché non ci sono sale parto né cimiteri in funzione. Il permafrost è così stabile che i cadaveri non si decompongono, ma si conservano quasi intatti (un dettaglio che ha reso celebre l’isola anche tra i ricercatori di virus antichi, ibernati nel corpo umano).

Sin dal XVII secolo, le Svalbard furono sfruttate dai balenieri olandesi e inglesi per l’estrazione dell’olio di balena. Le condizioni erano estreme con freddo pungente, mare ghiacciato, e rischio costante di assideramento o incidenti meccanici sulle imbarcazioni. I marinai, consapevoli della possibilità concreta di non fare ritorno, avevano sviluppato rituali funebri personali. Alcuni si portavano da casa un pugno di terra, altri piume o una coperta, da lasciare nella bara nel caso in cui fossero morti nel Nord. Ancora oggi, i toponimi Gravneset (“Promontorio della tomba”) e Likneset (“Punto del cadavere”) sulle coste di Spitsbergen testimoniano la loro presenza silenziosa e definitiva.

Nel XVIII secolo, i russi arrivarono con un approccio diverso: non più solo caccia stagionale, ma insediamenti invernali per la raccolta di pellicce di volpe artica, trichechi e orsi polari. Questi pomory, pescatori e cacciatori provenienti dalla regione di Arcangelo, furono i primi a cercare di sopravvivere per un anno intero in queste latitudini. Dormivano in rifugi di legno coperti di muschio, con lampade a olio e foche essiccate come scorta alimentare. La loro capacità di adattamento fu ammirevole, ma le perdite umane erano frequenti, soprattutto per scorbuto, assideramento o incidenti con la fauna selvatica.

Le isole così non erano ancora governate da nessuna nazione. Erano una terra nullius, un territorio senza padroni, dove regnava la legge del più resistente. Ma la loro posizione geografica ne faceva il trampolino ideale per qualunque spedizione scientifica, geografica o militare interessata all’Artico.

Nel XIX secolo, le Svalbard si trasformarono in un laboratorio a cielo aperto per studiosi di geologia, meteorologia e glaciologia. Qui si misuravano le aurore boreali, si raccoglievano campioni di rocce e ghiaccio, e si tracciavano mappe dettagliate delle coste. Gli esploratori europei e americani iniziarono a costruire baracche, magazzini e punti d’appoggio per le spedizioni più ambiziose.

Ny-Ålesund, sulla costa occidentale dell’isola principale, diventò uno di questi centri. Da questo piccolo insediamento di case colorate e miniere abbandonate decollarono alcuni tra i più celebri tentativi di raggiungere il Polo, compresi quelli di Amundsen e Nobile.

Eystein Markusson, direttore del Museo delle Svalbard, ha raccontato in diverse occasioni come questa terra sia stata da un lato avamposto scientifico e tecnologico, dall’altra luogo di sogni folli, coraggio cieco e disastri inevitabili.

Oggi distinguiamo nettamente tra esploratore e ricercatore. Ma un tempo queste due figure erano fuse: ogni impresa al Polo era un mix di ambizione personale e sperimentazione scientifica.

Prime ambizioni e prime disfatte

Molto prima che Amundsen sorvolasse per la prima volta il Polo Nord nel 1926, l’idea di raggiungere l’estremo settentrione terrestre era già diventata una delle più grandi ossessioni geografiche dell’Ottocento europeo. Il Polo rappresentava l’ultima pagina bianca della mappa del mondo e, pertanto, era un’attrazione irresistibile per scienziati, militari, esploratori, avventurieri e monarchi. E anche per chi, semplicemente, cercava fama e immortalità.

Tra i primi a inseguire il sogno polare ci fu Adolf Erik Nordenskiöld, barone e scienziato finlandese di nascita ma svedese di adozione, figura tra le più eminenti dell’esplorazione artica del XIX secolo. Era figlio di un noto mineralogista e divenne professore di mineralogia e geologia all’Università di Stoccolma, ma la sua vera vocazione era il viaggio verso il Nord. Aveva già partecipato a diverse spedizioni in Lapponia, Groenlandia e Svalbard, accumulando un’esperienza che lo rese una figura centrale nella comunità scientifica svedese.

Nel 1861 organizzò la sua prima spedizione verso l’ignoto, con l’ambizioso obiettivo di avvicinarsi al Polo Nord. Il piano prevedeva di spingersi a nord delle Svalbard, sfruttando slitte trainate da renne addestrate. Ma la missione si rivelò un fallimento quasi comico, quando poco dopo la partenza, le renne si dispersero tra i ghiacci, rendendo impossibile ogni avanzamento.

Nonostante l’insuccesso, Nordenskiöld non si arrese. Continuò a esplorare il Nord per decenni, firmando nel 1878–1879 la prima traversata integrale del Passaggio a Nord-Est a bordo della nave Vega, impresa che gli valse onori accademici in tutta Europa e il titolo nobiliare in Svezia. Ma il suo tentativo fallito verso il Polo restò un monito.

Nei primi anni del Novecento, mentre l’interesse per l’Antartide cresceva, il fascino per il Polo Nord non diminuì. Al contrario, divenne un vero e proprio affare internazionale, con esploratori finanziati da governi, università e mecenati privati. Tra questi ultimi, uno dei più attivi fu il Principe Alberto I di Monaco, erede illuminato e appassionato di scienze marine e geografiche. Fondò musei oceanografici, costruì navi da esplorazione (come la Princesse Alice) e finanziò missioni nell’Artico, sostenendo scienziati e cartografi che miravano a penetrare nel cuore del bianco sconosciuto.

Tra le tecnologie più sperimentate in quegli anni, ci fu il pallone aerostatico. Superare il ghiaccio dall’alto sembrava una soluzione geniale per evitare gli ostacoli delle spedizioni terrestri, lente e dispendiose. Il cielo sembrava offrire una via rapida, diretta, quasi elegante verso il Polo. Ma la realtà si dimostrò presto molto più crudele.

Il volo in pallone, infatti, richiedeva condizioni meteo perfette, controllo totale dell’equilibrio, manovrabilità che ancora non esisteva, e soprattutto, una conoscenza dei venti artici che nessuno, all’epoca, poteva davvero vantare. Più che uno strumento di esplorazione, l’aerostato si rivelò una trappola di seta e idrogeno. Nessuna impresa lo dimostrò meglio della tragica spedizione di Andrée, un tentativo che, nella sua eleganza visionaria e nel suo esito fatale, avrebbe segnato per sempre l’immaginario delle esplorazioni polari.

Il volo che finì nel silenzio

Nel 1897, Salomon August Andrée, ingegnere svedese, decise di sorvolare il Polo Nord con un pallone a idrogeno. Dopo un primo tentativo fallito l’anno precedente, ripartì accompagnato da Knut Frænkel e dal fotografo Nils Strindberg. Portavano con sé champagne e smoking, decisi a festeggiare in volo il trionfo.

Decollarono, ma dopo 65 ore scomparvero nel nulla. Per 33 anni nessuno seppe nulla del loro destino. Fino a quando una spedizione norvegese, nel 1930, rinvenne sull’isola di Kvitøya i resti dei tre uomini e il relitto del pallone. I diari ritrovati ricostruirono l’accaduto: i cavi di manovra si erano attorcigliati, compromettendo il controllo. Una fitta coltre di ghiaccio aveva poi appesantito la navicella, costringendoli a un atterraggio d’emergenza.

Iniziò così una marcia disperata di 400 chilometri tra i ghiacci, durata tre mesi. Arrivarono a Kvitøya, ma lì trovarono solo la fine. Incredibilmente, i rullini di Strindberg poterono ancora essere sviluppati.

Strindberg polo nord
Foto: Nils Strindberg

Lo spettacolo dei fallimenti

Dopo la tragica spedizione di Andrée, il sogno di raggiungere il Polo Nord non si spense, ma anzi si fece ancor più spettacolare, più ambizioso e più mediatico. A incarnare questo nuovo spirito fu Walter Wellman, giornalista ed editore statunitense con una grande attrazione per la pubblicità.

Tra il 1898 e il 1910, Wellman organizzò ben cinque tentativi – tutti falliti – per raggiungere il Polo Nord. Abbandonata l’idea della spedizione terrestre, decise di puntare tutto sull’aviazione, la nuova frontiera del progresso umano. Nel 1906 annunciò con grande clamore la costruzione di un dirigibile progettato in Francia, finanziato dal suo stesso quotidiano, il Chicago Record-Herald, che investì 75mila dollari (circa 2,7 milioni di euro) per l’impresa. Il velivolo a idrogeno era pensato per decollare da Virgohamna, alle Svalbard, e sorvolare direttamente il Polo.

I test a Parigi furono incoraggianti. Le prove statiche e le simulazioni sembravano dare ragione all’audacia del progetto. Ma una volta giunti nelle condizioni estreme dell’Artico, la realtà si impose con forza. Durante il volo del 1907, il dirigibile riuscì a restare in volo per appena tre ore, dopodiché una forte corrente da nord-ovest si trasformò rapidamente in una bufera di neve che lo spinse fuori rotta e lo costrinse a un atterraggio di fortuna su un ghiacciaio. L’aeronave fu danneggiata irrimediabilmente, e l’intera missione si concluse con un nulla di fatto.

Nonostante il fallimento tecnico, l’operazione attirò enorme attenzione mediatica. Wellman, che sapeva comunicare tanto quanto esplorare, continuò a inseguire il sogno del Polo per altri anni. Nel 1910 tentò addirittura la traversata dell’Atlantico in aeronave, fallendo anche in quell’impresa, ma lasciando ancora una volta un’impressione duratura nell’immaginario collettivo.

Susan Barr, vicepresidente dell’International Polar Heritage Committee e tra le massime esperte delle prime esplorazioni artiche, ha descritto Wellman come “più vicino a un dilettante ambizioso che a un vero esploratore”. Secondo lei, le sue spettacolari disfatte parlano più di vanità che di ricerca scientifica. Eppure, anche quei tentativi – troppo brevi per essere chiamati imprese, troppo costosi per essere ignorati – contribuirono alla corsa polare. Se non altro, perché mostrarono cosa non fare.

Amundsen e il trionfo

Anche Roald Amundsen, l’uomo che per primo raggiunse sia il Polo Sud che il Polo Nord, prima del successo definitivo, dovette affrontare l’insuccesso per ben due volte.

Nel 1925, con l’entusiasmo che solo chi ha già conquistato l’Antartide può permettersi, Amundsen decollò da Ny-Ålesund, nelle isole Svalbard, con due idrovolanti Dornier Wal battezzati N24 e N25. L’obiettivo era sorvolare l’oceano ghiacciato e atterrare il più vicino possibile al Polo Nord, completando l’impresa che per decenni aveva ossessionato scienziati e nazioni. Ma l’Artico si dimostrò, ancora una volta, implacabile.

Dopo ore di volo, uno dei due velivoli fu costretto a un atterraggio d’emergenza su una lastra di ghiaccio non uniforme. L’impatto danneggiò il carrello e l’equipaggio fu bloccato a più di 250 chilometri dal Polo. Per ripartire, scavarono per giorni a colpi di piccone e trascinarono l’aereo a mano, creando una pista improvvisata su cui far decollare di nuovo l’idrovolante superstite. Fu una lotta fisica, tecnica e mentale contro il tempo e il gelo, conclusasi con un rientro faticoso ma senza vittime. Il Polo restava ancora fuori portata.

Ma per Amundsen non era un fallimento. Era una lezione.

L’anno successivo, nel 1926, tornò alle Svalbard con un nuovo progetto e una nuova alleanza. Insieme all’ingegnere italiano Umberto Nobile e a un equipaggio misto italo-norvegese, salì a bordo del Norge, un dirigibile semirigido costruito a Roma e progettato proprio da Nobile. Era una nave d’aria lunga 106 metri, capace di trasportare uomini, strumenti e carburante per migliaia di chilometri. Partirono da Ny-Ålesund l’11 maggio, e il giorno successivo sorvolarono il punto esatto del Polo Nord. Nessuno scese a terra, sotto di loro c’era solo ghiaccio galleggiante. Ma per la prima volta nella storia, degli esseri umani potevano affermare con certezza di averlo raggiunto.

Il successo fu straordinario. Il Norge proseguì il volo fino in Alaska, completando la prima traversata aerea del Polo Nord. La stampa mondiale celebrò l’impresa. Amundsen diventò, di fatto, il primo uomo ad aver raggiunto entrambi i Poli. Ma lui sapeva bene che quella gloria si era costruita non solo su un volo ben riuscito, ma soprattutto sulle fatiche, le strategie affinate e gli errori sopportati lungo la strada.

Susan Barr lo ha detto con chiarezza: “Anche i fallimenti sono un passo avanti nella comprensione del mondo. Ogni disastro tracciava un nuovo limite per chi sarebbe venuto dopo”. E nel caso di Amundsen, quei disastri furono anche ciò che lo rese leggendario. Non per il coraggio di una volta, ma per l’umiltà e la lucidità di tentare ancora.

Amundsen polo nord
Amundsen, Umberto Nobile (pilota e progettista del dirigibile) e Lincoln Ellsworth volarono da Spitsbergen all’Alaska, diventando i primi uomini a raggiungere il Polo Nord

Un’ultima scomparsa

La storia di Roald Amundsen si concluse come era iniziata: circondata da ghiaccio, nebbia e mistero. Due anni dopo il trionfale sorvolo del Polo Nord, decise di tornare ancora una volta nell’Artico. Non per una nuova conquista, ma per salvare una vita.

Nel maggio 1928, Umberto Nobile era tornato a volare sul Polo, questa volta a capo di una missione tutta italiana a bordo dell’aeronave Italia. Il dirigibile, colpito da condizioni meteorologiche proibitive, si schiantò sulla banchisa polare. Parte dell’equipaggio fu sbalzata sul ghiaccio, il resto svanì. I sopravvissuti riuscirono a lanciare un messaggio radio da una tenda improvvisata, che fu captato in tutto il mondo. Da quel momento, si attivò la più vasta operazione di soccorso mai tentata nell’Artico: 22 aerei, 15 navi, oltre 1.500 uomini provenienti da diverse nazioni si misero in moto per trovare l’equipaggio disperso.

Amundsen, che aveva ormai 56 anni, non esitò a offrirsi volontario. Salì a bordo di un idrovolante francese Latham 47, insieme a un piccolo equipaggio. Decollò da Tromsø, in Norvegia, il 18 giugno 1928, diretto verso l’Isola degli Orsi. Ma il suo aereo non arrivò mai a destinazione. Si perse ogni contatto poco dopo il decollo. Nessun relitto fu mai ritrovato, nessun corpo recuperato. Solo una tanica galleggiante, rinvenuta settimane dopo, fu l’unica traccia del suo ultimo viaggio.

Poco prima di partire, Amundsen aveva scritto una frase che oggi sembra un epitaffio:

Se solo sapeste quanto è splendido, lassù… è lì che voglio morire.

Né eroi né folli

Oggi, immersi in un mondo di mappe satellitari, previsioni meteo in tempo reale e voli transpolari commerciali, è facile guardare alle prime spedizioni verso il Polo Nord come a gesti folli, ingenui o eccessivamente romantici. Ma questa lettura moderna rischia di cancellare ciò che quelle imprese furono davvero: tentativi estremi di spingere la conoscenza oltre i propri confini.

Come ricorda Eystein Markusson, direttore del Svalbard Museum, giudicare quei pionieri con gli occhi del presente sarebbe non solo ingeneroso, ma storicamente miope. “Le loro sconfitte – dice – hanno illuminato la strada per tutti gli altri.Ogni errore, ogni fallimento, ogni scomparsa ha lasciato indizi preziosi, informazioni scientifiche, lezioni tecniche. Perfino le spedizioni finite nel silenzio hanno contribuito a modellare ciò che oggi chiamiamo esplorazione.

Il Polo Nord, ormai, non è più un mistero; è stato studiato, mappato, sorvolato, strumentalizzato. Non è più il buco bianco delle carte geografiche di un tempo. Ma qualcosa di quel vuoto originario sopravvive ancora. Perché in nessun altro luogo, forse, l’uomo ha misurato con altrettanta radicalità la distanza tra il desiderio e il possibile. In quel nulla gelato ha proiettato le sue ambizioni più grandi, le sue paure più profonde, e ha scoperto, spesso troppo tardi, i propri limiti.

Riflettere su quelle imprese oggi non serve a costruire nuovi miti, ma a ricordare che la conoscenza nasce anche da ciò che non si raggiunge. Da ciò che si tenta, si sbaglia, e si racconta. E che, a volte, anche l’errore, se abbastanza onesto, può valere quanto la conquista.

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