Ci sono film che raccontano la grandezza, e film che la mettono in discussione. Springsteen: Deliver Me From Nowhere appartiene alla seconda categoria. È un’opera che non cerca l’eroe, ma l’uomo dietro l’icona, il musicista dietro la leggenda. Scott Cooper, regista di drammi ruvidi e malinconici come Crazy Heart, sceglie di raccontare non il trionfo del “Boss”, ma il suo smarrimento. L’anno è il 1981: Bruce Springsteen ha appena terminato il tour mondiale di The River, ha conquistato le copertine del Time e di Newsweek, eppure si ritrova esausto, vuoto, incapace di capire cosa fare del proprio talento e del proprio successo.
Il film inizia dove gli altri biopic finiscono: con la fama. Uno Springsteen giovane ma già logorato, rientra nel New Jersey e si chiude in una casa immersa nei boschi di Colts Neck. Lì comincia la discesa. Nessun palco, nessuna folla urlante. Solo un uomo, una chitarra e un registratore a quattro piste. È da quella solitudine che nascerà Nebraska, l’album più spoglio e inquieto della sua carriera — e forse uno dei dischi più sinceri mai incisi nella musica americana.
Cooper costruisce la storia a partire dal libro di Warren Zanes, un saggio biografico che racconta la genesi di Nebraska come un atto di disperazione creativa. Ma ciò che nel libro è riflessione intima, nel film diventa materia visiva. Interni oscuri, silenzi tesi fanno da cornice alla presenza costante di un padre ombroso (Stephen Graham), il simbolo di tutto ciò che Bruce teme di diventare. Le scene in bianco e nero dell’infanzia, delle fabbriche e delle case sventrate dal vento non sono nostalgia, ma cicatrici. Ogni immagine è una finestra su un passato che il protagonista non riesce a chiudere.
Il film è anche una riflessione sul prezzo della vulnerabilità maschile. Springsteen non è un artista distrutto dalle droghe o dall’ego, ma dal dubbio. Cooper lo mostra mentre si perde nei gesti più banali e lì, nel vuoto, scopre una voce diversa. Una voce che non canta per vincere, ma per sopravvivere. È la voce che in Nebraska darà parola agli emarginati d’America, agli assassini, ai disoccupati, ai veterani dimenticati e agli uomini che si scoprono soli di fronte alla legge e a Dio.
Eppure il film non trova sempre il coraggio della sua materia. Dove Springsteen mise a nudo la crudeltà dell’American Dream, Cooper si ferma un passo prima. Le sue ombre sono personali, non sociali. Il dolore di Bruce è individuale, è domestico. Però, manca quella consapevolezza collettiva che attraversava i testi di Nebraska, dove la disperazione era politica prima ancora che intima.
Anche il rapporto con il manager e confidente Jon Landau (Jeremy Strong) diventa un dialogo simbolico più che reale. Strong porta in scena un alter ego quasi psicanalitico; è l’amico che spinge Bruce a “trovare qualcosa di vero” e a non temere il silenzio. Ma dietro la profondità delle parole si percepisce la reverenza del regista, e il suo bisogno di non toccare troppo la figura del Boss. Deliver Me From Nowhere oscilla così tra sincerità e agiografia, tra il coraggio di sporcarsi e la paura di profanare un mito ancora vivo.
C’è, tuttavia, un’energia che attraversa tutto il film. È quella di Jeremy Allen White. L’attore di The Bear non imita Springsteen — non ne copia la voce né il volto — ma ne incarna la tensione. Ha uno sguardo febbrile, il corpo sempre in bilico tra l’urgenza di muoversi e la necessità di fermarsi. I suoi silenzi sono più eloquenti delle parole.
In questa dimensione di sospensione, Cooper trova la sua verità più autentica. Deliver Me From Nowhere non è un film sul rock, ma sul vuoto che segue il rumore.
Non tutto funziona. Alcune sequenze romantiche scivolano nella convenzione, e certi dialoghi spiegano troppo ciò che sarebbe bastato suggerire. Ma nelle sue imperfezioni il film resta fedele a ciò che vuole raccontare: un uomo fragile che rifiuta di essere perfetto.
Alla fine, Cooper non consegna un monumento, ma un ritratto in chiaroscuro. Mostra un Springsteen che scrive canzoni non per cambiare il mondo, ma per capire se stesso. In quella voce rauca e spenta, in quella stanza gelida del New Jersey, prende forma qualcosa che non ha bisogno di orpelli: il suono dell’America interiore, fatta di sogni infranti, conflitti familiari irrisolti e piccoli gesti di resistenza quotidiana.
Deliver Me From Nowhere non è il film definitivo su Bruce Springsteen. È qualcosa di più fragile, forse anche più interessante perché è un tentativo di restituire dignità al silenzio, alla tristezza, a quella parte di noi che la cultura dell’ottimismo americano preferisce ignorare. Come le ballate di Nebraska, non promette redenzione. Ma sussurra, con la voce roca del Boss:
Davanti a noi, solo il buio. E in fondo, una luce che sembra vera.







