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Perché Gianni Infantino era al vertice di Gaza?

Tra i capi di Stato e di governo riuniti a Sharm el-Sheikh per celebrare il cessate il fuoco a Gaza, la presenza di Gianni Infantino ha attirato più attenzione di quanto avrebbe voluto. In mezzo a leader mediorientali e al presidente statunitense Donald Trump, il numero uno della FIFA era l’unico volto non politico sul palco. Nessuna carica diplomatica e nessun mandato internazionale.

Ufficialmente, la sua presenza era giustificata da un invito personale di Trump e da un generico impegno “per la pace attraverso lo sport”. In realtà, l’episodio rientra in un copione ormai rodato. Da anni, Infantino si muove come un vero ambasciatore del potere, sempre pronto ad inserirsi nelle grandi scenografie della geopolitica contemporanea.

Da tempo Infantino accompagna Trump in occasioni che esulano dallo sport. Era con lui a Davos nel 2020, a Washington durante la firma degli Accordi di Abramo, e di nuovo alla cerimonia inaugurale del secondo mandato presidenziale.

È un legame che va oltre la diplomazia sportiva. Infantino ha definito Trump “uno dei grandi promotori della pace”, arrivando a proporlo per il Premio Nobel per il suo presunto ruolo nei negoziati di Gaza. Da parte sua, il presidente americano lo ha chiamato “il re del calcio”. La FIFA, che durante la presidenza Infantino ha aperto un ufficio a Trump Tower, sembra muoversi sempre più nel perimetro politico dell’ex presidente, che ne ha compreso il valore come strumento di soft power planetario.

L’episodio di Sharm el-Sheikh si inserisce in questo contesto. La Palestinian Football Association ha da tempo presentato una denuncia contro Israele per violazione delle regole FIFA, accusando la federazione israeliana di includere nei suoi campionati squadre provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania, in aperta violazione delle norme di territorialità sportiva. Il dossier giace da due anni senza esito, e la presenza di Infantino accanto a Trump e al presidente egiziano al-Sisi — entrambi schierati su posizioni filo-israeliane — appare come una scelta deliberatamente politica.

Il presidente della FIFA ha ridisegnato il ruolo dell’organizzazione, trasformandola in una piattaforma geopolitica e commerciale. Non più semplice ente regolatore del calcio mondiale, ma una multinazionale con interessi strategici in Medio Oriente, Africa e Nord America. Come abbiamo raccontato in Benvenuti negli USA, il bancomat del calcio mondiale, l’asse tra FIFA e Stati Uniti è ormai il fulcro del nuovo capitalismo sportivo, al punto che il Mondiale 2026 sarà il più grande della storia, co-ospitato da USA, Canada e Messico, con un giro d’affari che supererà ogni precedente.

Infantino si muove dentro questo spazio di potere come un CEO globale. I suoi rapporti privilegiati con figure come il principe saudita Mohammed bin Salman, il presidente ruandese Paul Kagame o l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani mostrano un chiaro orientamento: il calcio come strumento di legittimazione per regimi autoritari e di espansione d’influenza per potenze emergenti. Non è un caso che il Mondiale 2034 sia stato assegnato all’Arabia Saudita senza alcuna gara formale, in un contesto di relazioni personali e interessi incrociati.

E la presenza a Sharm el-Sheikh ha riacceso le critiche di chi lo accusa di aver abbandonato ogni parvenza di neutralità politica. Secondo Nick McGeehan, direttore del gruppo per i diritti umani, FairSquare:

Infantino ha messo la FIFA al servizio della diplomazia di Trump e Netanyahu, cancellando ogni distanza tra sport e potere.

È un’accusa non isolata. Nelle ultime stagioni, la FIFA è intervenuta con durezza contro interferenze governative in Paesi come Nigeria e Iran, ma ha mantenuto un imbarazzante silenzio su questioni ben più rilevanti, come la repressione saudita o la situazione dei lavoratori migranti in Qatar. L’impressione è che la neutralità sia divenuta flessibile, applicata solo dove non tocca interessi economici o alleanze strategiche.

Infantino, dal canto suo, minimizza. Viaggia spesso a bordo di un jet privato di proprietà qatariota, si presenta come un “costruttore di ponti” e sostiene che il contatto diretto con i capi di Stato sia indispensabile per “realizzare la missione universale del calcio”. Una missione che, però, sembra confondere sempre più i confini tra immagine e potere.

Nel passato, nessuno dei suoi predecessori aveva spinto così lontano l’idea di un presidente-simbolo.
Sepp Blatter, pur nel pieno degli scandali, evitava di confondere il ruolo della FIFA con la politica globale; Thomas Bach, al Comitato Olimpico Internazionale, mantiene ancora una distanza formale dai governi. Infantino invece percorre la direzione del leader che si muove tra Stati e summit come un nuovo tipo di diplomatico, un “mediatore popolare” in grado di sfruttare l’unico linguaggio oggi realmente universale: il calcio.

Ma dietro questa retorica di pace e fratellanza, il disegno è fare della FIFA una potenza para-statale, capace di dialogare con i governi come un soggetto sovrano, dotato di risorse, visibilità e un’aura di neutralità utile a tutti. È la diplomazia del pallone, quella che converte lo sport in moneta geopolitica.

E l’immagine di Sharm el-Sheikh riassume perfettamente il paradosso del nostro tempo: un calcio sempre più potente, ma sempre meno sportivo; sempre più globale, ma sempre meno libero.

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