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Una nuova era nella cura del cancro

Per anni abbiamo creduto a una storia lineare, quasi didattica. Una cellula impazzisce, accumula mutazioni, perde il controllo: da lì il tumore cresce, invade, distrugge. Ma la scienza più recente ha incrinato quella certezza. Le mutazioni “driver” – quelle ritenute la scintilla del cancro – non sono un’esclusiva dei tumori: vivono anche nei tessuti sani, silenziose e dormienti. Nell’età adulta, intere porzioni dell’esofago, della pelle, dello stomaco sono già coperte di cellule geneticamente alterate, potenzialmente pericolose, eppure innocue. Restano lì, in equilibrio, come se il corpo custodisse in sé una mappa di possibilità latenti, dove la malattia è solo una delle molte traiettorie possibili.

La risposta sembra nascondersi nell’ecosistema silenzioso dei tessuti, in cui le cellule sane, spesso portatrici di mutazioni “benefiche” che le rendono più adattabili, competono con le altre, le spingono ai margini, le sostituiscono prima che degenerino.

Questa competizione non è una metafora. Nei modelli murini, intere popolazioni cellulari “fit” riescono a soppiantare quelle con mutazioni pericolose, perfino micro-tumori di poche decine di cellule. È una guerra evolutiva lenta, invisibile, che si combatte ogni giorno nel nostro corpo. E la conclusione è tanto semplice quanto rivoluzionaria: prevenire il cancro non significa solo eliminare il male, ma favorire selettivamente il bene, far crescere le cellule giuste prima che lo facciano quelle sbagliate.

Da questa scoperta nasce l’idea più audace della prevenzione del futuro. Non limitarsi a frenare i cloni pericolosi, ma potenziare gli avversari giusti, quelli che mantengono l’equilibrio nei tessuti. In laboratorio si è osservato che le mutazioni su geni come PIK3CA, spesso associate alla crescita tumorale, alterano il metabolismo cellulare, fornendo un vantaggio competitivo. Se però si riuscisse a indurre lo stesso cambiamento nelle cellule sane, il terreno si livellerebbe e la partita si riequilibrerebbe.

Nei modelli di esofago murino, un farmaco comunissimo per il diabete, la metformina, ha riprodotto proprio quel profilo metabolico nelle cellule non mutate, bloccando l’espansione dei cloni con mutazioni PIK3CA. È come se la terapia avesse spostato il baricentro della competizione interna, restituendo forza alle cellule buone. Al contrario, una dieta ricca di grassi sembra offrire terreno fertile ai cloni sbagliati — un promemoria biologico su quanto lo stile di vita possa influenzare il destino molecolare del nostro corpo.

Ma le mutazioni non raccontano tutta la storia. Molti dei fattori che accendono il motore del cancro non risiedono nel DNA, ma nell’ambiente che lo circonda. È qui che entra in gioco un altro protagonista, silenzioso e pervasivo: l’infiammazione cronica.

Per anni abbiamo attribuito la causa del cancro ai mutageni, sostanze capaci di danneggiare il codice genetico. Ma studi recenti hanno mostrato che la maggior parte dei cancerogeni non induce nuove mutazioni, ma le risveglia. Lo fa sfruttando il sistema immunitario, spingendolo a reagire continuamente fino a trasformare il tessuto in una ferita che non guarisce mai.

Le particelle dell’inquinamento urbano, le radiazioni solari, il reflusso gastrico, persino alcune infezioni batteriche croniche, sono tutti stimoli che alimentano microfocolai di infiammazione, in cui le cellule “driver” trovano un terreno fertile per espandersi. In uno studio della Francis Crick Institute di Londra, pubblicato su 
Nature nel 2023, l’esposizione prolungata all’aria inquinata ha scatenato nei topi un processo infiammatorio nei polmoni sufficiente a trasformare semplici mutazioni latenti in tumori veri e propri. Bastano tre anni di vita in una grande città, hanno calcolato i ricercatori, per innescare questo meccanismo.

Capire che il fuoco dell’infiammazione è spesso la miccia che trasforma una cellula mutata in una cellula tumorale sta cambiando il modo stesso di pensare alla prevenzione. Sempre più scienziati credono che il futuro delle terapie preventive non passi soltanto per la genetica, ma per l’immunomodulazione: imparare a calmare il sistema immunitario quando la sua difesa diventa distruzione. In alcuni esperimenti, farmaci che bloccano la proteina interleuchina-1β, una delle chiavi dell’infiammazione, sono riusciti a sopprimere la formazione di tumori in modelli esposti all’inquinamento atmosferico.

Non solo uccidere le cellule malate, quindi, ma modificare il contesto che le spinge a proliferare. Un nuovo equilibrio tra genetica, ambiente e sistema immunitario, dove la cura più efficace potrebbe non essere quella che colpisce, ma quella che riporta armonia.

Mentre la scienza impara a fermare il cancro prima che inizi, un’altra rivoluzione silenziosa sta cambiando il modo di curarlo. Non più bisturi, né cicatrici, ma onde sonore.

Tutto è cominciato per caso, in un laboratorio dell’Università del Michigan, dove la ricercatrice Zhen Xu stava sperimentando un metodo per distruggere i tessuti malati senza chirurgia. Regolando la frequenza delle onde per ridurre il rumore che infastidiva i colleghi, Xu notò che le onde più brevi, concentrate in micro-impulsi, erano in grado di disintegrare il tessuto malato in pochi secondi.

Da quell’esperimento è nata la istotrissia, una tecnica che usa fasci di ultrasuoni ad altissima energia per creare microbolle nel tessuto tumorale. Le bolle si espandono e collassano in un battito di ciglia, frantumando le cellule cancerose senza calore, senza tagli, senza dolore. Il corpo, poi, si occupa di ripulire i frammenti. È come se la malattia venisse “smontata” dall’interno, mentre il paziente resta intatto.

Approvata negli Stati Uniti per i tumori del fegato e in sperimentazione nel Regno Unito, la tecnica ha già mostrato risultati promettenti: in oltre il 95% dei casi i tumori trattati vengono distrutti, con complicazioni minime. E il paziente, nella maggior parte dei casi, torna a casa lo stesso giorno.

L’istotrissia non è la sola. C’è anche la HIFU (High-Intensity Focused Ultrasound), una tecnologia che “cuoce” il tumore concentrando il calore in un punto preciso. Funziona bene, ad esempio, nel carcinoma prostatico, dove i risultati sono comparabili alla chirurgia ma con un recupero più rapido.

La vera frontiera, però, è l’integrazione. Gli ultrasuoni non solo distruggono il tumore, ma lo rendono visibile al sistema immunitario. Le cellule danneggiate rilasciano segnali che “risvegliano” le difese del corpo, trasformando un trattamento locale in un potenziale effetto sistemico. Alcuni ricercatori ipotizzano che un giorno sarà possibile trattare un solo tumore per spingere il sistema immunitario a riconoscerne e combatterne altri in tutto il corpo.

In Canada e negli Stati Uniti si stanno sperimentando combinazioni tra ultrasuoni, microbolle e immunoterapia. Le microbolle, stimolate dal suono, possono aprire temporaneamente la barriera emato-encefalica per far penetrare farmaci nel cervello o aumentare l’efficacia della chemioterapia e della radioterapia, riducendone gli effetti collaterali. È una medicina di precisione che non taglia, non brucia e non avvelena, ma dialoga con il corpo.

In fondo, la rivoluzione che si sta compiendo ha una logica comune: prevenire potenziando e curare senza distruggere. Dal metabolismo delle cellule all’eco delle onde sonore, l’oncologia sta passando da una guerra di annientamento a un’arte di equilibrio. Non più “contro” il corpo, ma insieme a lui.

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