Giovanni Paolo I

Giovanni Paolo I, il papa che durò solo 33 giorni (e non fu il pontificato più breve)

Trentatré giorni, il tempo di una luna sinodica, un ciclo di maree, un mese di agende appena abbozzate. Così durò il pontificato di Giovanni Paolo I. Non il più breve nella storia secolare del cattolicesimo (la cronaca antica allinea lampi ancora più rapidi: Stefano “il Breve”, tre giorni; Urbano VII, tredici; Bonifacio VI, quindici; Marcello II, ventidue; Leone XI, ventisei), ma di certo il più percepito tra i brevi, perché collocato nel punto sensibile della modernità cattolica: l’immediato postconcilio, l’anno 1978, quello dei “tre papi”, una Chiesa sospesa tra riforma e stanchezza.

Appena eletto, Albino Luciani, vescovo di montagna dal passo quieto e dalla voce sottile, cominciò a svuotare il trono dei suoi orpelli per restituirgli un respiro umano. Rinunciò alla tiara, all’incoronazione, al plurale maiestatis. Scelse una Messa al posto del rito regale, e persino la sedia gestatoria tornò in uso solo per permettere ai fedeli di vederlo, non per elevarlo sopra di loro. In molti scambiarono quella semplicità per bonomia, ma era tutt’altro. Era il tentativo di disinnescare la retorica del potere e di ricondurre il papato al suo nucleo originario: quello del vescovo di Roma, pastore tra pastori, non monarca tra sudditi.

I suoi trentatré giorni furono una lista minuta di riforme scritte in filigrana, un lessico del cambiamento trattenuto e silenzioso. Giovanni Paolo I immaginava una Chiesa meno verticistica e più sinodale. Voleva un consiglio stabile di vescovi a fianco del papa e un Sinodo finalmente deliberativo. Confermò il cardinale Villot alla Segreteria di Stato per evitare rotture, ma aprì, nel frattempo, nuove finestre di luce: le catechesi del mercoledì dedicate a fede, speranza e carità; l’immagine sorprendente, eppure radicata nella Scrittura, di un Dio “padre, e più ancora madre”; l’intuito diplomatico che lo spinse a sostenere gli accordi di Camp David, a sognare un viaggio di pace in Libano, e a scrivere per frenare le tensioni tra Argentina e Cile sul canale di Beagle. La sua era una politica dell’essenziale: meno architettura, più coscienze; meno apparato, più parola.

Com’è morto Giovanni Paolo I?

Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, il Vaticano si svegliò in un silenzio attonito: Giovanni Paolo I era morto, appena trentatré giorni dopo la sua elezione. Secondo il referto ufficiale, firmato dal medico di fiducia, la causa fu un infarto miocardico acuto. Nulla di inaspettato, a leggere oggi la storia clinica di Albino Luciani. Già in giovinezza aveva sofferto di problemi cardiaci, e nella sua famiglia le malattie di cuore avevano lasciato più di una traccia.

Eppure, quell’alba del 1978 non sembrò soltanto l’inizio di un lutto, ma di un sospetto. La morte improvvisa, il corpo ritrovato seduto sul letto con i fogli di appunti ancora tra le mani, e soprattutto l’assenza di autopsia — mai prevista dal protocollo vaticano — alimentarono un alone di mistero che da allora non si è più dissolto del tutto.

Nel giro di pochi giorni presero forma le prime teorie del complotto. La più celebre evocava un possibile avvelenamento, e al centro finì il nome di monsignor Paul Marcinkus, potente presidente dello IOR, la Banca Vaticana. Secondo alcune voci, Giovanni Paolo I avrebbe progettato di rimuoverlo dopo aver scoperto irregolarità finanziarie e legami sospetti con figure come Michele Sindona, Roberto Calvi e Licio Gelli, capo della loggia P2.

Altri scenari, più sfumati ma ugualmente suggestivi, parlavano di tensioni interne alla Curia romana, spaventata dalle aperture “eretiche” del nuovo pontefice. Tutto in lui appariva come un ritorno alla misura evangelica e, forse proprio per questo, come una minaccia alle liturgie del potere.

Negli anni successivi, la storiografia e le indagini giornalistiche hanno smontato una a una le ipotesi di complotto, trovando riscontri solidi solo alla versione ufficiale: Luciani morì di cause naturali, in un contesto di fragilità fisica reale e documentata. Ma il mistero, come spesso accade, sopravvive alla verità.

Il confronto con gli altri pontificati brevissimi aiuta a capire perché quei trentatré giorni di Giovanni Paolo I pesino così tanto nella memoria collettiva. Quei papi vissero in un’epoca in cui l’informazione non circolava, i ritratti si spegnevano con la cera delle candele, e il tempo cancellava più di quanto conservasse. Erano assenze, non memorie. Luciani, invece, morì dentro la piena luce dei riflettori. È il primo a scegliere un doppio nome, Giovanni Paolo, per cucire idealmente Roncalli e Montini, e il Concilio; il primo a trasformare la sobrietà in stile di governo; forse l’ultimo a credere che la catechesi — quella quotidiana e narrativa — potesse ancora orientare il disordine della modernità. In poco più di un mese, la sua calligrafia resta nitida.

In un tempo più lungo, avrebbe potuto tradurre quelle intuizioni in norme; così, invece, ci ha lasciato un taccuino di intenzioni, un abbozzo di mappa che altri, dopo di lui, avrebbero forse potuto completare.

E allora, no, quei trentatré giorni non furono il pontificato più breve della storia. Ma se la domanda diventa un’altra — quale brevità ha inciso di più sulla memoria contemporanea della Chiesa? — la risposta è quasi certa.

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