nigel farange calcio

Come il calcio inglese è diventato il nuovo campo di battaglia della destra populista

Il 9 settembre, davanti al Red Bar di Belgrado, una dozzina di tifosi inglesi cantava a squarciagola. Non era il solito repertorio di canti da trasferta, ma qualcosa di diverso, di più carico. “Stop the boats, stop the boats. Nigel Farage, we’re all voting for Reform UK.” In vista della sfida contro la Serbia, il tifo per la nazionale si era trasformato in una dichiarazione politica.

Non è un caso isolato. Da mesi, il calcio britannico è diventato un nuovo fronte della battaglia culturale. Dai cori contro il primo ministro Keir Starmer (“Starmer is a w***er”, gridato al Villa Park durante la partita contro Andorra) alle bandiere Stop the Boats che sventolano accanto alle croci di San Giorgio, il linguaggio politico ha invaso gli stadi. Oggi, tra gli spalti e le strade d’Inghilterra, il tifo è una cartina di tornasole dell’identità nazionale che cambia, del risentimento sociale che monta, di un Paese che anche attraverso il calcio sta scegliendo da che parte stare.

Reform UK, il partito guidato da Nigel Farage, è passato in pochi anni dall’essere un esperimento marginale a una delle forze più monitorate della politica britannica. Con appena cinque seggi su 650 alla Camera dei Comuni, il suo peso parlamentare appare minimo, ma i sondaggi raccontano una crescita costante.

Fondato nel 2018 come Brexit Party, il partito di Farange ha cambiato pelle nel 2021, allargando la propria agenda a temi come tassazione, immigrazione, sanità e sovranità economica. Ma dietro l’immagine di partito “del popolo” convivono anime più radicali. Tra i relatori delle ultime convention compaiono negazionisti del cambiamento climatico, complottisti e figure legate all’orbita di Donald Trump.
Un populismo 2.0 che non si accontenta di occupare la scena politica, ma cerca di riscrivere, simbolicamente, anche quella calcistica.

Dati elettorali e sondaggi

Secondo un sondaggio Ipsos, Reform UK ha il 34 % delle intenzioni di voto, con un vantaggio di 12 punti sui laburisti (22 %) e di 20 sui Conservatori (14 %).  E il modello MRP di YouGov stima che, se le elezioni si tenessero ora, Reform UK potrebbe ottenere 311 seggi, a soli 15 seggi dalla maggioranza necessaria alla Camera dei Comuni.

Una delle mosse più astute e più inquietanti di Farage è stata quella di trasformare la politica in merchandising calcistico. Alla conferenza annuale del partito, il leader di Reform UK ha presentato la maglia Reform FC, completa di numero e stemma, sulla falsa riga dell’operazione di marketing dei cappellini rossi del movimento MAGA di Donald Trump. Del resto, anche il presidente americano ha intuito il valore politico del calcio.

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Nigel Farage e altri esponenti di spicco di Reform UK con le loro magliette | Foto: Oli Scarff/AFP tramite Getty Images

Fuori e dentro gli stadi le bandiere “Stop the Boats” e le sciarpe con l’immagine di Trump sono ormai un accessorio da tifoso. Così il linguaggio del tifo si confonde con quello della militanza, e chi partecipa non si percepisce più come semplice spettatore, ma come membro di una comunità ideologica.

Secondo Danny Fitzpatrick, docente di scienze politiche all’Aston University, ciò che un tempo apparteneva ai margini dell’estrema destra “è uscito dall’ombra”. Oggi si manifesta apertamente nelle curve, tra cori, vessilli e slogan che mischiano patriottismo, nostalgia e rabbia sociale.

Farage non è mai stato un vero tifoso (lo ha amesso lui stesso, raccontando di seguire “da lontano” il Crystal Palace, la squadra più vicina alla sua città natale), ma la sua comprensione del potere simbolico del calcio è lucidissima. Dopo aver predicato per anni la separazione tra sport e politica, oggi ne fa uno dei suoi strumenti più efficaci: si mostra accanto a calciatori, posa con maglie da spogliatoio, lancia campagne di merchandising dal sapore patriottico. L’obiettivo è trasformare i tifosi in un pubblico politico stabile, capace di riconoscersi in una narrativa di appartenenza nazionale più che in un partito.

L’uso del calcio come strumento politico non è un’invenzione recente, ma un tassello ormai classico del repertorio nazionalista. Già negli anni Trenta Mussolini aveva intuito il potenziale dello sport come teatro del consenso, trasformando il Mondiale del 1934 in una vetrina per il regime fascista.
Lo stesso copione si ripete oggi in chiave più moderna con ad esempio Viktor Orbán, alleato di Farage, che ha costruito il proprio culto politico attorno a stadi, club e simboli calcistici.

Anche in Serbia, Russia e Israele, alcune tifoserie incarnano apertamente valori di estrema destra, mescolando religione, patriottismo e xenofobia. Persino in Germania, dove la memoria storica pesa come un monito, piccole frange radicali continuano a trovare nel calcio un punto di aggregazione.

Il populismo di estrema destra è legato al calcio da decenni, in Paesi come Polonia, Ungheria e Russia. Sono molto più radicali di Reform, ma il meccanismo è lo stesso: sfruttare l’emotività e il senso di appartenenza.

Anand Menon, professore al King’s College di Londra

E qui sta il paradosso di Farage. Da un lato, cerca la rispettabilità populista, quella che trasforma il tifo in patriottismo e l’identità nazionale in marketing politico. Dall’altro, deve evitare di essere associato ai cori xenofobi o alle derive violente che la destra estrema inglese aveva già cavalcato negli anni Settanta. Allora, il National Front distribuiva volantini fuori dagli stadi, approfittando dell’isolamento sociale dei tifosi e del malcontento economico diffuso. L’hooliganismo e il razzismo endemico di quell’epoca offrirono un terreno fertile, anche se la spinta ebbe scarso impatto duraturo.

Oggi Reform UK non ripete quella violenza, ma ne eredita la logica, dando voce ai disillusi, ai tifosi delle città impoverite, ai club dimenticati dalle grandi metropoli del calcio moderno.

Il nazionalismo, nel tifo inglese, c’è sempre stato. Riemerge ciclicamente nei cori e nei rituali da stadio, come nella celebre e controversa “Ten German Bombers”, intonata a ogni grande torneo, o nei video che circolarono dopo il referendum sulla Brexit del 2016, quando gruppi di tifosi inglesi in trasferta agli Europei scandivano: “F** off Europe, we all voted out”. Ma oggi la scala è diversa. Se in passato episodi del genere erano confinati a tifoserie con rancori specifici (come quella del Liverpool, che non ha mai perdonato i Conservatori per la crisi economica degli anni Ottanta e per la gestione della tragedia di Hillsborough, arrivando nel 2013 ad esporre striscioni che celebravano la morte di Margaret Thatcher), oggi la politicizzazione del tifo è più diffusa e trasversale.

E il clima politico teso nel Regno Unito contribuisce a questa trasformazione. Lo dimostrano le manifestazioni di piazza come Unite the Kingdom, organizzate a Londra da Tommy Robinson, figura simbolo dell’estrema destra britannica. Robinson, pseudonimo di Stephen Yaxley-Lennon, è un ex hooligan del Luton Town, più volte incarcerato per aggressione e frode, che ha trasformato la violenza calcistica in un linguaggio politico.
Nel 2017 aveva aderito alla Football Lads Alliance (FLA), nata ufficialmente per combattere l’estremismo ma presto degenerata in una piattaforma apertamente anti-islamica. La situazione divenne talmente grave che la Premier League dovette intervenire, avvertendo i club sui rischi legati all’esposizione di striscioni e slogan del gruppo dentro gli stadi.

Non era la prima volta. Già nel 2009 Robinson aveva fondato la English Defence League (EDL), un movimento nazionalista e anti-musulmano che raccoglieva i residui più radicali delle firm inglesi. La sua influenza, amplificata dai social network e da un culto personale sempre più transnazionale con fan che lo celebrano come “martire della libertà di parola”, persino con il plauso di figure come Elon Musk, è oggi visibile anche nelle curve minori.

Per gli studiosi, il fenomeno riflette un mutamento sociale e simbolico. Il calcio, spiega Fitzpatrick “ha sempre avuto un senso di ribellione e disordine, ma oggi c’è anche un elemento performativo: i tifosi si costruiscono un’identità attraverso il conflitto, tra patriottismo, nostalgia e reazione”. Quando un gruppo viene etichettato come xenofobo o razzista, continua il professore, “alcuni si oppongono, ma altri si appropriano dell’etichetta, quasi come una sfida”.

È il riflesso di una società polarizzata, dove il dibattito politico si è spostato sempre più a destra e lo sport, con il calcio in prima linea, diventa specchio e amplificatore delle tensioni culturali.

Quest’anno è entrato in vigore il Football Governance Act, che istituisce un regolatore indipendente e impone controlli su proprietà, licenze e coinvolgimento dei tifosi. Ovviamente, Reform UK ha attaccato la legge, sostenendo che potrebbe danneggiare il modello tradizionale del campionato inglese. Tutto questo mentre l’elettorato tradizionale del Labour si sta sgretolando. E così le aree industriali del Nord e delle Midlands, dove il calcio è elemento centrale dell’identità locale, sono diventate terreno fertile per il messaggio populista.

In questo quadro, ogni partita assume un peso diverso. Dietro il coro, c’è una geografia politica che non è più così marginale.

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