Ci sono errori che restano episodi e altri che diventano radiografie. Il rigore assegnato a Giovanni Di Lorenzo in Napoli–Inter appartiene alla seconda categoria. Non c’era contatto, non c’era dinamica, non c’era nulla, eppure l’arbitro Mariani ha fischiato. Una decisione nata male e finita peggio, perché anche la catena di controllo ha fallito. Secondo la Commissione Arbitri Nazionale (CAN), la colpa si divide in modo quasi scientifico: 60% all’assistente Bindoni, che da trenta metri segnala un contatto inesistente; 30% a Mariani, che non “annusa il pericolo” e si fida del collega; 10% al VAR Marini, che non richiama nessuno alla revisione.
Un rigore brutto, dicono a Coverciano, e concesso nel peggiore dei modi. Ma più che un errore tecnico, è il sintomo di una decadenza strutturale.
L’Italia ha perso il senso del limite e della responsabilità. È un calcio che si illude di essere moderno perché ha le telecamere, ma resta provinciale nella mentalità. Il VAR, nato per correggere, è diventato un anestetico che paralizza e cancella il coraggio. Gli arbitri non decidono più, si proteggono. Collaborano fino all’ingerenza, temono l’errore più del ridicolo. Ogni settimana l’AIA pubblica note, relazioni, percentuali di correttezza. Ma non serve. Gli errori si moltiplicano e le spiegazioni pure.
È da mesi che la Serie A vive prigioniera di un cortocircuito. Errori, correzioni mancate, VAR usato come scudo o dimenticato nei momenti decisivi. Non è un problema di tecnologia, ma di uomini. In Italia il VAR ha smesso di essere un aiuto, diventando una coperta di sicurezza dietro cui nascondere la paura di decidere.
Eppure altrove si ragiona in modo diverso. Mentre in Italia si discute se coinvolgere o meno gli ex calciatori nel protocollo VAR, in Inghilterra li fanno direttamente arbitrare. È il progetto Player to Match Official, lanciato dalla PFA (l’assocalciatori inglese) e dalla PGMOL, l’ente responsabile degli arbitri. Un’iniziativa che che offre borse di studio retribuite per tre anni, destinate a chi sceglie di restare nel calcio con la divisa nera e i cartellini nel taschino. Il programma fa parte dell’Elite Refereeing Development Plan, nato per risolvere la carenza di direttori di gara e, soprattutto, per riportare il gioco dentro l’arbitraggio.
Il metodo è semplice: dieci tra arbitri e guardalinee si alternano ogni mezz’ora nei tre ruoli, osservati da ex fischietti di Premier League come Lee Mason e Phil Dowd. Dopo le partite si analizzano i video, si discutono le decisioni, si correggono gli errori. Nessuna gerarchia, nessuna paura. Solo formazione, dialogo, confronto. Tutto avviene alla luce del sole, con la supervisione di Dan Meeson, ex assistente di Premier League.
Coinvolgere ex calciatori è una scelta logica. Conoscono i tempi, le distanze, la psicologia del campo. Sono persone che il calcio l’hanno vissuto, non studiato sui manuali.
In Italia, invece, l’arbitro resta un burocrate. Lo scrive Roberto Antonietti su RDES: la figura dell’arbitro è stata “giurisdizionalizzata”, trasformata in giudice più che in interprete. Si parla di “errore umano” come di una sentenza errata, non di una lettura sbagliata del gioco. L’arbitro italiano studia il regolamento, ma non capisce il ritmo di una partita. Quando il contesto lo travolge, si aggrappa al protocollo come a una scialuppa.
Questo produce un sistema rigido e chiuso, che punisce il dialogo e premia la prudenza. Rocchi invoca il “coraggio”, ma come può pretenderlo da uomini cresciuti nella paura di sbagliare? Napoli–Inter ne è l’ultima, ennesima prova.
Eppure il calcio italiano ha tutto per tornare credibile. Ha la tecnologia, la storia, la passione. Ma gli manca la cosa più semplice: la cultura della responsabilità. In un campionato dove un punto può valere milioni, un rigore inesistente non è più un dettaglio. È una variabile economica. Le società investono in allenatori, analisti, data scientist, recovery room, ma basta un fischio sbagliato per compromettere un progetto. Nel 2024, secondo Deloitte, la differenza media di fatturato tra un quarto e un settimo posto in Serie A è stata di oltre 35 milioni di euro. Un contatto inventato e il VAR che non interviene, possono cambiare il destino di una società. Eppure il sistema arbitrale resta immune da ogni responsabilità. Nessuna sanzione pubblica, nessuna retrocessione trasparente, nessuna autocritica.
Il calcio italiano investe in intelligenza artificiale, in sensori GPS, in software di performance. Ogni aspetto del gioco è tracciato, migliorato, misurato. Tutto tranne l’arbitraggio. La tecnologia cresce, la competenza decresce. La formazione resta ancorata a un tempo gerarchico e chiuso.
Serve un cambiamento profondo. Non tecnologico, ma culturale. Serve aprire l’arbitraggio al mondo reale, renderlo visibile, spiegato, umano. Perché il calcio è già un’industria fragile. Non può permettersi di perdere anche la fiducia.
Il rigore di Di Lorenzo resterà un episodio, ma anche un simbolo. Un errore che racconta un sistema incapace di guardarsi allo specchio. Se il calcio italiano vuole tornare credibile, deve cominciare dagli uomini che fischiano, che vedono, che giudicano.
Non serve un nuovo VAR. Serve una nuova coscienza arbitrale.







