one piece proteste
Foto: Vincent Koebel/NurPhoto

Altro che Che Guevara,oggi la rivoluzione la fa Luffy. Come “One Piece” è diventato il nuovo simbolo del dissenso globale

Negli ultimi mesi, da Kathmandu a Giacarta, da Manila ad Antananarivo, un’ondata di giovani ha riportato la politica nelle strade. Non chiedono più solo riforme o dimissioni, ma vogliono riscrivere il patto tra potere e cittadini per spezzare un sistema percepito come corrotto e irriformabile. E sopra quelle piazze affollate, tra lacrimogeni e canti di protesta, sventola un simbolo che nessun manuale politico avrebbe potuto prevedere: un teschio sorridente con un cappello di paglia, la Jolly Roger della ciurma di Monkey D. Luffy, protagonista di One Piece, il manga giapponese che ha conquistato mezzo miliardo di lettori nel mondo.

Quella che un tempo era l’emblema di una saga d’avventura è diventata, oggi, il linguaggio di una generazione che si sente tradita, esclusa eppure connessa come mai prima. Non è un caso che la bandiera sia apparsa per la prima volta durante le manifestazioni pro-Palestina del 2023, a Jakarta e Londra, e che oggi compaia sui cancelli dei palazzi governativi in fiamme a Kathmandu o sui muri di quartieri poveri di Manila.

Come raccontavamo in questo articolo, il caso nepalese è stato il punto di rottura. Le proteste, scoppiate contro la corruzione endemica e la disoccupazione giovanile, hanno portato alla caduta del governo. «Volevamo un simbolo che parlasse a tutti noi» — ha spiegato Rakshya Bam, ventiseienne organizzatrice delle manifestazioni — «La bandiera dei pirati è diventata una lingua comune. È la nostra idea di libertà

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Foto, in senso orario: Sunil Pradhan / Anadolu via Getty Images; Yasuyoshi Chiba / AFP; Ezra Acayan / Getty Images; Rijasolo / AFP.

In effetti, non serve aver visto ogni episodio della serie per comprenderne il significato: Luffy è il giovane che sfida un ordine corrotto, un sistema di potere che si autolegittima attraverso la violenza e la menzogna. È, a seconda dei punti di vista, un terrorista o un eroe. E il suo cappello di paglia, ereditato da un vecchio capitano, è diventato l’allegoria di una trasmissione generazionale di coraggio e disobbedienza.

L’anime, creato da Eiichiro Oda nel 1997, è oggi il manga più venduto della storia, con oltre 500 milioni di copie pubblicate nel mondo, tradotto in decine di lingue e rilanciato da una serie live action di Netflix.

In Indonesia, il suo uso ha irritato le autorità. Alla vigilia della festa nazionale del 17 agosto, la bandiera è stata esibita da migliaia di giovani, provocando reazioni furibonde da parte del governo. Un deputato l’ha definita «un simbolo che divide la nazione», e un altro ha parlato addirittura di “atto di tradimento”.

Gli analisti hanno osservato che questo tipo di reazione istituzionale non fa che aumentare il potere dei simboli nati dal basso. Come osserva Irfan Khan, un altro manifestante nepalese: «Il pirata rappresenta chi non accetta più ingiustizia e corruzione».Non è, dunque, solo estetica ma è politica culturale. La bandiera dei pirati non incita al caos, ma rivendica la libertà di rompere schemi imposti da élite che parlano un linguaggio ormai distante dai giovani.

È la metafora perfetta di una generazione che cresce tra disuguaglianze, precarietà e populismi, ma trova in una cultura condivisa — digitale, pop e globale — la base di un nuovo linguaggio politico.

Giovani di Paesi lontanissimi sventolano la stessa bandiera perché cresciuti con le stesse storie, gli stessi schermi e le stesse frustrazioni. Come già accadde in Thailandia e Myanmar, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita di Hunger Games, anche oggi la cultura pop fornisce simboli di coesione e ribellione. Ma questa volta la connessione è planetaria, istantanea, alimentata da social network che trasformano ogni protesta in un racconto condiviso.

Il direttore del Center for the Study of Organized Hate, Raqib Naik, ha parlato di una «nuova era dell’attivismo, che unisce politica e cultura digitale, creando un lessico comune tra ragazzi di continenti diversi». È un fenomeno che ricorda le rivoluzioni romantiche dell’Ottocento, ma senza confini né leader; è un movimento diffuso, fluido, orizzontale.

L’aspetto più sorprendente è la concretezza dei risultati. In Nepal, le proteste hanno portato alla caduta del governo. In Madagascar, lo stesso simbolo è riemerso sulle mura della capitale, poco prima della dissoluzione dell’esecutivo. E anche se l’efficacia del dissenso va misurata nel lungo periodo con svolte e concessioni politiche impattanti, queste proteste stanno mostrando come, dietro ogni bandiera sventolata, c’è una generazione connessa e consapevole, capace di usare le icone della cultura globale per costruire una nuova forma di cosmopolitismo politico, una resistenza senza frontiere, nutrita di ironia, rabbia e immaginazione.

Del resto, la forza di One Piece sta in quel semplice e chiaro messaggio per cui la libertà non è concessa, ma va conquistata. E in un’epoca in cui i simboli nazionali sembrano svuotati, il teschio con il cappello di paglia è forse diventato il simbolo di una generazione che non vuole più sopravvivere all’interno del sistema, ma riscriverlo da capo.

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