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Viviamo in una società con troppe regole?

Ho spesso la sensazione di vivere dentro un labirinto di regole. Ci sono quelle che rassicurano, che proteggono dall’arbitrio e garantiscono una convivenza civile. E ci sono quelle che, al contrario, esasperano, che sembrano fatte per intralciare la vita quotidiana più che per migliorarla. Non parlo solo delle leggi dello Stato, che pure abbondano, ma di quella selva di regolamenti, circolari e vincoli minuti che scandiscono ogni aspetto della nostra vita. Per rinnovare un documento mi ritrovo sommerso da moduli e code; per un piccolo intervento edilizio servono settimane di attese e autorizzazioni. È un Paese che appare iper-regolato eppure, paradossalmente, disordinato.

So che il mio è un sentimento che trova un consenso trasversale, e che non riguarda sono l’Italia, ma è comune a molti – se non tutti – i Paesi del mondo. “Non è solo il governo, ma anche il tuo operatore di telefonia mobile, la tua azienda di servizi pubblici, la tua banca e la tua scuola“, ha scritto il filosofo Barry Lam nel suo ultimo libro Fewer Rules, Better People. In tutta la società, la tendenza generale è verso “le regole e la loro applicazione, piuttosto che scambi informali tra persone basati sulla fiducia, sulle amicizie, sulle conoscenze e sugli accordi verbali“. Lam, che è ampiamente progressista in politica, dedica gran parte del suo libro al sistema di giustizia penale, in cui le linee guida per l’irrogazione delle pene, gli obblighi di arresto e altre norme severe contro la criminalità costringono giudici e poliziotti ad agire in modo più severo di quanto altrimenti sceglierebbero.

Forse abbiamo dimenticato a cosa servono davvero le regole. Non soltanto come funzionano o quando applicarle, ma anche il loro senso ultimo, e perfino le alternative possibili. È così che ci ritroviamo in una società che appare allo stesso tempo ingabbiata e mal governata.

Fewer Rules, Better People

Vale allora la pena fermarsi e chiedersi: perché abbiamo bisogno di regole? Senza leggi, dicono le serie post-apocalittiche, popolate da zombie e mostri vari, saremmo condannati a una giungla di violenza e anarchia. Ma la vera questione è: perché mai abbiamo finito per accumulare un numero sterminato di norme dettagliatissime, capaci di invadere ogni anfratto della nostra vita?

A questa domanda ha risposto, in modo sorprendente, un pensatore lontano nel tempo e nello spazio: Han Fei, filosofo cinese del III secolo a.C., ultimo grande esponente del Legalismo. In un’epoca di guerre intestine, quando i feudi si stavano fondendo in un’unica nazione, la questione cruciale era come governare un Paese immenso. Per Fei, il problema era il personale. Un buon governo sarebbe stato possibile solo se si fosse potuto contare sull’eccellenza perpetua dei funzionari pubblici. Ma lui, a differenza di Hobbes che vedeva nell’uomo un lupo, e persino di Machiavelli che diffidava della natura umana, non riteneva gli esseri umani brutali o malvagi per natura. Li considerava mediocri. E la mediocrità, sosteneva, è inevitabile: oggi puoi avere amministratori brillanti, domani burocrati disastrosi. In una società di grandi dimensioni non è possibile legare tutti gli aspetti positivi che si desiderano da un buon governo (persone ben nutrite, sviluppo economico, commercio senza conflitti, una moneta comune, risoluzione dei problemi senza violenza) a qualcosa di così tenue e mutevole come la qualità delle persone nel proprio governo.

Ecco perché servono regole capaci di compensare quella mediocrità strutturale, garantendo almeno un livello minimo di stabilità e ordine.

Di fronte all’inevitabile mediocrità umana, le regole esercitano un fascino particolare perché promettono di garantire almeno un livello accettabile di competenza. È un argomento forte che qui in Occidente, però, ha trovato un’accezione diversa, basata non tanto sull’efficienza del governo quanto sulla paura dell’arbitrio. Dal pensiero di Hobbes fino ai filosofi del diritto contemporanei, la regola è stata intesa come antidoto al capriccio del potere. Un governo che decide per legge è meno spaventoso di un sovrano che governa per umore.

Il problema è che, quando le regole si moltiplicano, diventano leve oscure di potere, accessibili solo a chi conosce i meccanismi nascosti di un processo sempre più intricato. In Italia lo vediamo di continuo: la norma che dovrebbe tutelare diventa strumento per bloccare, rinviare, rinviare ancora, fino a trasformare il processo in un fine a se stesso. Michel Crozier parlava di “società burocratica bloccata”. E in effetti, più che una macchina al servizio dei cittadini, sembra di vivere in un ingranaggio che produce inerzia.

Ed è qui che si apre il paradosso più amaro. Perché quelle stesse regole, create per sottrarci all’arbitrio, finiscono per generare nuovi arbitri nascosti, più pericolosi perché non dichiarati. Non è più il sovrano a decidere per capriccio, ma il sistema stesso, con i suoi cavilli e i suoi buchi, a imporre esiti casuali. E noi, cittadini, ci adattiamo, barando pur di sopravvivere a un gioco che nessuno riesce più a prendere sul serio.

Forse esiste una via di mezzo, un modo per non restare schiacciati né dall’anarchia né dall’ossessione regolatoria. Lam propone di restituire spazio alla discrezionalità individuale. Non più regole minute e ossessive, ma cornici più ampie, che lascino margine al giudizio. Racconta di aver aggiornato persino la lista delle faccende domestiche della figlia nella quale invece di un elenco puntuale di compiti, si era limitato di inserire un’indicazione vaga ma efficace di mantenere le stanze “in un ordine ragionevole”. Forse la vaghezza non è un difetto, ma un modo per responsabilizzare chi decide.

Bisognerebbe provate a buttare via molti manuali prescrittivi e sostituirli con pochi principi generali. Dare libertà di azione e poi controllare il risultato. È facile immaginare un mondo così, con meno regole a confonderci e più responsabilità affidata alle persone. Ma significherebbe anche più esposizione, più rischi, più possibilità di abuso. La legittimità del sistema dipenderebbe non dalle carte, ma dalla visibilità delle decisioni, dal giudizio di revisori e commissari chiamati a controllare. La responsabilità diventerebbe un lavoro quotidiano, quasi artigianale, da esercitare e da temere.

E qui torna utile la lezione di Aristotele. Nell’Etica Nicomachea affianca la phrónesis, la “saggezza pratica” al nomos, la legge scritta,. La saggezza concerne le cose umane ed è la capacità di deliberare riguardo al migliore dei beni realizzabili dall’uomo. Non si limita agli universali, ma riguarda i particolari, le situazioni concrete, quelle in cui è necessario deliberare sul bene possibile. È la facoltà che permette di trasformare la norma astratta in scelta concreta, di far coincidere la legge della polis con l’agire dell’uomo. Non a caso Aristotele afferma che saggezza e politica sono in fondo la stessa cosa: l’una istituisce le leggi, l’altra le applica nel contesto della comunità, della famiglia e del singolo. Senza phrónesis, ogni regola rischia di diventare cieca; con essa, invece, la legge si fa giustizia, perché trova nella decisione concreta la sua misura.

Resta allora la domanda più profonda: siamo responsabili solo delle nostre azioni, o anche delle regole che costruiamo? Non è forse giusto che anche chi concepisce la regola porti il peso morale delle sue conseguenze?

Alla fine, il problema non è scegliere tra regole e assenza di regole. È capire come combinare norme, principi e giudizio individuale, evitando sia l’arbitrio che la paralisi. Le regole servono a darci forma, ma devono anche lasciarci spazio. Senza quest’ultimo, la legge diventa solo un altro muro; con esso, può diventare un sostegno. Ed è proprio in quella soglia che la phrónesis di Aristotele, la saggezza capace di connettere sapere e azione, potrebbe tornare a essere la chiave dimenticata della nostra convivenza civile.

Non “meno regole” o “più regole”, ma regole che lascino margini di discernimento. Non la burocrazia impersonale, ma la responsabilità del giudizio. Perché, come ci ricorda Aristotele, una società giusta non si misura dal numero di leggi che produce, ma dalla facoltà di educare i cittadini alla capacità di scegliere il bene concreto, caso per caso, nel tessuto della vita quotidiana.

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