ammutinamento bounty

L’ammutinamento del Bounty

L’ammutinamento del Bounty del 1789 è una delle storie più celebri e controverse della marineria britannica. Un gruppo di marinai, sedotti dal fascino dei Mari del Sud e dalle promesse di Tahiti, abbandonò il proprio comandante alla deriva, scegliendo una vita di fuga dalla Royal Navy. Al centro della vicenda, due figure diventate leggendarie: William Bligh, il capitano tradito, dipinto nei secoli come un severo tiranno, e Fletcher Christian, il secondo ufficiale che guidò la ribellione.

La tradizione, alimentata da romanzi e film, ha ridotto la storia a una lotta tra libertà e autorità, ma i fatti reali sono più sfumati e complessi. Sappiamo con certezza che Bligh sopravvisse a un’odissea marina incredibile, venne scagionato dall’accusa di cattiva condotta e continuò la sua carriera navale; che alcuni ammutinati furono catturati e giustiziati a Londra; e che Christian, invece, trovò rifugio con pochi compagni sull’isola remota di Pitcairn, dove si perse tra leggende e misteri.

Tra questi pochi punti fermi si distende una trama di fustigazioni, passioni proibite, omicidi, e due fughe straordinarie (una dal mare e l’altra dalla giustizia).

Una spedizione botanica

Nel dicembre 1787, la Royal Navy affidò il comando della HMS Bounty al trentatreenne tenente William Bligh. Nonostante fosse chiamato “capitano”, il suo grado era in realtà inferiore: la Bounty era una nave di piccole dimensioni, un cutter adattato a compiti speciali, e i regolamenti navali non richiedevano un ufficiale di rango più elevato. Per Bligh, che aveva già servito come esperto navigatore accanto a James Cook, si trattava di una prima, bruciante delusione, un riconoscimento inferiore al prestigio che si aspettava per una spedizione tanto ambiziosa.

Il compito che l’Ammiragliato gli aveva affidato era singolare: salpare per Tahiti, nel cuore del Pacifico meridionale, e raccogliere il maggior numero possibile di esemplari di albero del pane (Artocarpus incisa), una pianta dai grandi frutti che ricordavano pagnotte appena sfornate. Quelle piantine, accuratamente sistemate nei vasi e nutrite con l’acqua di bordo, sarebbero state poi trasportate nelle colonie britanniche delle Indie Occidentali. Lì, l’albero del pane sarebbe dovuto diventare una risorsa alimentare a basso costo per gli schiavi delle piantagioni.

william bligh
William Bligh

Oltre a questo compito, Bligh doveva poi mappare con precisione lo stretto tra la Nuova Olanda (l’attuale Australia) e la Nuova Guinea. Era un percorso che conosceva bene, dato che dieci anni prima, aveva seguito la stessa rotta come ufficiale sotto il comando di Cook. Accanto a lui, come secondo ufficiale, c’era Fletcher Christian. La loro relazione sarebbe diventata leggendaria, ma già dalle prime settimane a bordo i rapporti apparivano tesi. Eppure, avevano già navigato insieme in due occasioni e fu proprio Bligh a raccomandarlo per il posto sul Bounty.

La tradizione popolare ci ha consegnato l’immagine di un Bligh tirannico, contrapposto a un Christian ribelle e affascinante. La realtà era più ambigua. Bligh era certamente severo, ma molto meno di altri comandanti della Royal Navy del suo tempo. Si vantava persino di ricorrere raramente alla frusta. E forse fu proprio questa relativa indulgenza a incrinare la disciplina. Molti marinai erano stati reclutati con la forza, mentre altri non avevano alternative di sopravvivenza a terra. Proprio per questo, i comandanti sapevano che ogni approdo poteva trasformarsi in una tentazione irresistibile di fuga. Un equipaggio poco controllato era un equipaggio a rischio di sparire alla prima spiaggia accogliente del Pacifico.

La vita a bordo del Bounty

Il viaggio del Bounty verso Tahiti non iniziò sotto i migliori auspici. Bligh dovette affrontare difficoltà che avrebbero messo alla prova anche il comandante più esperto. Innanzitutto, dovette rinunciare alla cabina personale. Quel locale spazioso, con i suoi lucernari e un minimo di comodità, era stato trasformato in un vivaio galleggiante per centinaia di piantine di albero del pane. Gli ingegneri della Royal Navy vi avevano installato un sistema di riciclo dell’acqua e persino una piccola stufa, per proteggere le giovani piante dai climi più rigidi.

Inoltre, un ritardo imposto dall’Ammiragliato aveva costretto la nave a salpare fuori stagione. Ciò significava affrontare le terribili tempeste di Capo Horn, il promontorio che i marinai consideravano l’inferno in terra (o meglio, in mare). Per oltre un mese, Bligh tentò invano di doppiare quel tratto di oceano in burrasca, finché fu costretto a rinunciare. La nave invertì la rotta e si diresse verso sud, scegliendo il percorso più lungo: circumnavigare il Capo di Buona Speranza, attraversare l’Oceano Indiano e infine risalire fino al Pacifico. Una deviazione che aggiungeva 10mila miglia di mare a un viaggio già estenuante.

La nave, piccola e sovraccarica, ospitava troppi uomini per offrire condizioni confortevoli. Ma l’Ammiragliato, con una decisione che si sarebbe rivelata fatale, non aveva imbarcato alcun marine armato. In quasi tutte le spedizioni nel Pacifico, persino James Cook aveva sempre preteso almeno una dozzina di soldati a bordo per mantenere la disciplina. Sul Bounty, invece, l’unica autorità era quella di Bligh, senza alcun apparato repressivo a sostenerlo.

Il capitano cercò comunque di migliorare la vita quotidiana degli uomini. Modificò i turni di guardia, portandoli da due a tre, in modo che ogni marinaio potesse godere di otto ore di sonno ininterrotto. Ma altre innovazioni non furono accolte con entusiasmo. L’ispezione domenicale, in cui il comandante arrivava a controllare persino lo stato delle unghie dei marinai, suscitava più irritazione che rispetto. E le obbligatorie sessioni di ballo sul ponte, da lui ritenute indispensabili per mantenere l’equipaggio in salute, furono accolte come una ridicola tortura. Non aiutava il fatto che il medico di bordo, più incline al rum che alla scienza, fosse giudicato da tutti un inetto; in un contesto del genere, la mania igienista del comandante appariva più ossessione personale che reale strategia sanitaria.

Nonostante ciò, Bligh non era un comandante particolarmente crudele. Lo dimostrano i suoi stessi registri. Durante tutta la traversata verso Tahiti, ricorse alla fustigazione solo in due occasioni, una per insubordinazione e l’altra per negligenza. Per gli standard della Royal Navy, dove cento colpi di frusta potevano essere inflitti per un semplice furto di biscotti, si trattava di un livello di clemenza inusuale.

Emblematico è un episodio avvenuto durante il difficile passaggio a Capo Horn. Bligh rimproverò aspramente il carpentiere della nave, accusandolo di trascuratezza. Il litigio degenerò e, formalmente, il comandante avrebbe potuto sottoporlo a corte marziale, un procedimento che avrebbe comportato mesi, se non anni, di prigionia. Eppure decise di perdonarlo. Il motivo, è evidente, non era generosità disinteressata, ma il fatto che non poteva privarsi di un artigiano indispensabile per la sopravvivenza della nave in mare aperto.

Quella scelta, però, ebbe un effetto sottile. Alcuni marinai iniziarono a percepire non tanto la clemenza, quanto la debolezza del comandante. In un mondo dove l’autorità si fondava sulla distanza e sulla durezza, il gesto di Bligh poteva sembrare un cedimento. E forse fu proprio in quegli istanti che maturò, silenziosa, la convinzione che quell’uomo potesse essere sfidato.

Tahiti, il paradiso proibito

Quando nell’ottobre del 1788 il Bounty gettò finalmente l’ancora a Tahiti, dopo oltre dieci mesi di navigazione, l’equipaggio aveva alle spalle tempeste e privazioni. L’impatto con l’isola fu dirompente. I marinai, abituati alle stive soffocanti, alle razioni di gallette ammuffite e all’odore rancido del grasso di maiale, si trovarono davanti un paesaggio che agli occhi europei sembrava un nuovo Eden: coste verdi, cieli limpidi, frutti dolcissimi che pendevano dagli alberi e, soprattutto, un popolo accogliente. Non è un caso che persino un secolo dopo quell’isola sedusse il genio creativo di Paul Gauguin.

I tahitiani offrirono non solo ospitalità, ma anche una forma di convivenza che i britannici non avevano mai sperimentato. Cibo, feste, danze, e relazioni sentimentali con le donne dell’isola trasformarono il soggiorno in un sogno ad occhi aperti. Un guardiamarina, George Tobin, annotò stupito che “in questo luogo la terra dona senza fatica e le donne senza riserve”.

Per cinque mesi, la nave rimase ferma per permettere la raccolta e la cura delle piantine di albero del pane, e in quel periodo, molti marinai intrecciarono rapporti stabili con giovani donne locali. Lo stesso Christian si legò a una ragazza di nome Maimiti, che in seguito lo avrebbe seguito nell’esilio a Pitcairn. Altri membri dell’equipaggio si sposarono secondo i riti dell’isola o si abbandonarono a relazioni effimere, ma tutte segnate da una libertà mai provata prima.

Per Bligh, invece, quel soggiorno divenne un incubo silenzioso. In ogni lettera e appunto traspare la sua frustrazione. Scrisse: “I miei uomini si lasciano corrompere dai piaceri di questa terra. Se li lasciassi, diventerebbero selvaggi”. Ogni giorno, infatti, cresceva l’apatia verso i doveri di bordo: chi era stato sedotto da Tahiti faticava a obbedire al richiamo delle trombe e al ritmo del lavoro navale.

E, infatti, la partenza, fissata per l’aprile 1789, fu vissuta dall’equipaggio come una strappo doloroso. Quegli uomini che avevano conosciuto la dolcezza di un’esistenza senza ordini, senza punizioni e con un senso di abbondanza naturale, si trovarono di nuovo rinchiusi tra le tavole umide della nave. Il contrasto tra la libertà dell’isola e la severità del ponte del Bounty divenne insopportabile.

Tra i marinai si diffuse la convinzione sempre più chiara che Tahiti era la loro destinazione finale, non Londra, non le piantagioni dei Caraibi.

La scintilla dell’ammutinamento era ormai accesa.

L’ammutinamento

Quando il Bounty, carico di piantine di albero del pane, lasciò Tahiti nella prima settimana di aprile 1789, il rapporto tra il comandante e il suo secondo era ormai logoro. Bastarono poche raffiche di vento per accendere un nuovo scontro: Bligh accusò Christian di negligenza nella gestione delle vele, e pare che il giovane ufficiale rispose: «Signore, i vostri insulti sono così gravi che non posso fare il mio dovere con piacere. Sono settimane che sono all’inferno con voi».

La tensione non si placò. Durante una breve sosta in una delle isole Tonga, scoppiò un altro alterco, causato dal fatto che gli uomini di Christian avevano fraternizzato con la popolazione locale, contro gli ordini espliciti di Bligh, e in due giorni andarono perduti un’ascia, un’accetta e un rampino, strumenti preziosissimi per la vita di bordo. Per gli isolani, privi della nozione di proprietà privata, quegli oggetti erano semplicemente bottino desiderabile, ma per Bligh, invece, erano segni di incompetenza, al punto che Bligh definì Christian un «vigliacco mascalzone».

Alba del 28 aprile 1789. Il Bounty navigava a circa 1.300 miglia da Tahiti, in acque apparentemente tranquille. Christian, tormentato da giorni, aveva preso la sua decisione. Secondo una testimonianza, si confidò con un compagno: “Non so che diavolo mi abbia preso, ma sono deciso”. All’improvviso, insieme a una ventina di uomini armati, salì sul ponte e diede avvio a quella che sarebbe diventata una delle ribellioni più famose della storia navale.

Il capitano Bligh fu svegliato di soprassalto nella sua cabina. Il carpentiere William Purcell ricordò che gridò con voce rotta dall’incredulità: “In nome di Dio, cos’è questo?”. Lo legarono rapidamente, immobilizzandolo con corde grezze. I fedeli ufficiali che tentarono di difenderlo furono sopraffatti senza grande resistenza.

Bligh e diciotto uomini furono spinti in una scialuppa di appena sette metri, poco più che una barca da lavoro, e i ribelli concessero loro alcune bussole, un sestante, carte nautiche e provviste minime: un po’ di pane secco, qualche pezzo di carne salata, acqua e un po’ di rum. Era, a tutti gli effetti, una condanna a morte. Eppure Bligh, lucido anche nel disastro, ordinò: “Portate tutto ciò che potrà servirci, non un attimo dev’essere sprecato”.

Christian rimase sul ponte, immobile, mentre il capitano veniva calato in mare. Alcuni testimoni lo descrissero pallido, quasi sopraffatto dalla gravità delle sue azioni. Non era il gesto di un rivoluzionario sicuro, ma quello di un uomo diviso tra rimorso e determinazione.

Il viaggio epico di Bligh

Mentre Christian e i suoi compagni vagavano tra Tahiti e nuove rotte di fuga, Bligh guidò la piccola imbarcazione attraverso mari ostili. Impose un razionamento severo, ma sempre equo, e mantenne la disciplina con una lucidità che lasciò stupiti i suoi uomini. Dopo una sosta a Tofua, dove riuscì a rifornirsi, tracciò una rotta impossibile: 47 giorni di navigazione ininterrotta (oltre 3.600 miglia nautiche), attraversando le Figi, le Nuove Ebridi, il Mar dei Coralli, costeggiando il nord dell’Australia e infine entrando nel Mar di Timor.

Dopo quest’odissea, il capitano riuscì a rientrare in patria nel marzo del 1790. Portava con sé i diari, le mappe e le testimonianze dei suoi uomini: un dossier completo sull’ammutinamento che aveva scosso la Royal Navy e l’opinione pubblica britannica.

L’ottobre successivo, come da regolamento, si tenne la corte marziale per giudicare la perdita della nave. L’udienza, celebrata a Portsmouth, stabilì che non vi fosse alcuna colpa imputabile a Bligh: nessuna cattiva gestione, nessuna decisione avventata che potesse spiegare razionalmente la ribellione. Era stato vittima, non artefice. Lo scandalo non travolse lui, ma gli uomini che lo avevano tradito. E pochi mesi dopo, l’Ammiragliato lo promosse a capitano.

La stampa britannica celebrò il suo ritorno come una vera epopea marinaresca. I giornali esaltavano l’impresa dei 47 giorni di navigazione in mare aperto, definendola una delle più straordinarie storie di sopravvivenza mai raccontate. Bligh divenne, suo malgrado, una figura pubblica.

Intanto, la Royal Navy non poteva permettere che l’ammutinamento restasse impunito. L’oltraggio all’autorità e l’umiliazione della bandiera richiedevano una risposta esemplare. Fu così che nell’agosto del 1790 venne armata la HMS Pandora, una fregata da 23 cannoni, con l’ordine preciso di rintracciare, catturare e riportare in Inghilterra i fuggitivi del Bounty. La caccia era ufficialmente iniziata.

Il periglioso viaggio di ritorno del capitano William Bligh e dei pochi uomini a lui fedeli nel film Il Bounty del 1984, con Anthony Hopkins e Mel Gibson, nei panni rispettivamente di William Bligh e Fletcher Christian.

L’ultima fuga verso Pitcairn

Dopo aver lasciato Tahiti, Christian guidò un piccolo gruppo di otto ammutinati e alcune famiglie tahitiane verso un rifugio remoto. Nel gennaio 1790 approdarono a Pitcairn, un’isola dimenticata dal mondo, 1.300 miglia a est di Tahiti, fertile, ricca d’acqua e, soprattutto, mal segnata sulle carte nautiche.

Gli ammutinati smontarono la nave, recuperarono ogni oggetto utile e infine incendiarono il Bounty, lasciandolo affondare nella baia. Era il punto di non ritorno: senza nave, nessuno avrebbe potuto pentirsi e fuggire né tantomeno tradirli. A Pitcairn iniziò così una nuova vita, fatta di isolamento, speranze e tensioni. Ma presto la convivenza tra europei e tahitiani degenerò in conflitti feroci, omicidi e vendette.

Intanto, nel marzo 1791 la fregata Pandora raggiunse Tahiti. Qui si presentarono spontaneamente i quattro uomini che, pur innocenti, erano stati costretti a unirsi agli ammutinati. Bligh stesso li aveva dichiarati estranei alla ribellione, ma il comando li condannò comunque e furono incatenati insieme agli altri.

Sull’isola la Pandora catturò altri sedici uomini, reduci da litigi e violenze che avevano già falcidiato il gruppo originario. Caricati in catene, furono imprigionati nella famigerata Pandora’s Box, una cella angusta ricavata nella stiva. Per tre mesi la nave cercò altre tracce dei fuggitivi, ma Christian e i suoi restavano invisibili. E alla fine la spedizione si concluse tragicamente con la Pandora che naufragò su una barriera corallina al largo dell’Australia settentrionale.

Quattro degli ammutinati morirono annegati insieme a decine di marinai, mentre i sopravvissuti giunsero infine a Londra per essere processati. Tre ottennero la grazia mentre altri tre furono impiccati agli alberi di una nave da guerra sul Tamigi, davanti a una folla accorsa per assistere all’esecuzione. La vendetta dell’Impero era stata compiuta, almeno in parte

Il destino di Bligh

Per Bligh, la vita continuò sotto il segno dell’ambivalenza. Tornò a Tahiti in un secondo viaggio, portando finalmente a termine la missione dell’albero del pane. Ironia della sorte, una volta arrivate nei Caraibi, le piante si rivelarono inutili, dato che gli schiavi si rifiutarono di mangiarne i frutti.

Ma la sua carriera proseguì. Comandò diverse navi in tempo di guerra e di pace, raggiunse il grado di viceammiraglio e fu nominato governatore del Nuovo Galles del Sud, in Australia. Anche lì, però, il destino sembrò inseguirlo. Nel 1808 fu deposto da un altro ammutinamento, quello del cosiddetto Rum Corps, una rivolta di coloni e ufficiali contro le sue riforme.

Morì a Londra nel 1817, a 64 anni, stroncato da un malore improvviso mentre si recava dal suo medico. La sua vita, segnata da gloria e infamia, restò sospesa tra due immagini opposte: quella del tiranno maledetto dai suoi uomini e quella del navigatore geniale che aveva compiuto una delle più grandi odissee di sopravvivenza della storia.

E gli altri ammutinati?

Con una superficie di appena 4,5 km², la minuscola Pitcairn era davvero difficile da trovare. Per anni gli ammutinati del Bounty riuscirono a vivere indisturbati, finché nel 1808 la loro sorte fu rivelata al mondo quasi per caso. Un cacciatore di foche americano, il capitano Mayhew Folger della nave Topaz, approdò sull’isola e scoprì una comunità inaspettata: 34 persone, tutte donne e bambini, guidate da un unico uomo sopravvissuto, John Adams.

Adams raccontò al capitano come i compagni del Bounty avessero costruito case, coltivato la terra fertile e sfruttato le ricchezze naturali dell’isola: palme da cocco, pesci, uccelli selvatici e persino alberi del pane. Per i primi anni, la colonia aveva prosperato. Ma poi era esplosa la violenza; i tahitiani portati come servi si erano ribellati contro gli europei, sterminandoli quasi tutti in una notte. Solo Adams era sopravvissuto.

Secondo alcune versioni, Christian era riuscito a fuggire dall’isola, tornando in Inghilterra con l’oro del Bounty, mai ritrovato a Pitcairn e probabilmente inutile per gli isolani.

Quando nel 1814 due navi britanniche raggiunsero Pitcairn, i capitani visitarono l’insediamento e scoprirono un dettaglio curioso: nella piccola biblioteca di Adams, che un tempo apparteneva a Bligh, ogni volume riportava il nome del comandante sulle prime pagine. Ma sotto, con gesto simbolico e quasi provocatorio, compariva quello di Fletcher Christian. Come se il destino dei due uomini, rivali per sempre, non potesse essere separato nemmeno nei libri.

John Adams morì nel 1829, a circa 66 anni. L’unico superstite maschile dell’ammutinamento lasciava in eredità una comunità che prese il nome di Adamstown, capitale di Pitcairn. I discendenti degli ammutinati e delle donne tahitiane vivono ancora lì, benché oggi l’isola conti meno di cinquanta abitanti; un frammento sperduto di storia, dove mito e realtà si intrecciano ancora.

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