zheng he flotta cinese

La più grande flotta della storia, svanita nel silenzio, di cui nessuno parla più

Sono circa ottanta, per quello che fu riferito, che nella detta città arrivarono certe navi di uomini con capelli lunghi come allemani, e le barbe avevano tre il naso e la bocca e il resto tutto raso, Come fanno i Costantinopoli i Cortigiani, che chiamano quelle barbe Mostacchi. erano armati di corazze coperte, celate e baviere e certi armi in estate è li navili avevano Bombarde, ma più curte di quelle che si usan al presente. hanno dapoi restato di andarvi, se non ogni due o tre anni una volta, con 20 e 25 navi. Non sanno dire costoro, che genti siano, né che mercanzia vi portino, salvo che tele di lino finissime e ottoni; e caricano le navi di specie, le quali sono di quattro arbori, come queste di Spagna. Nientedimanco aspettiamo di sapere il tutto per questo pilotto che dette loro il re moro di Melinde, che parla italiano e viene nel baloniere del capitano, e lo portano contro la sua volontà. 

Il mercante fiorentino Girolamo Sernigi, che nel 1499 scriveva dal Portogallo alla sua famiglia, era perplesso. Chi erano quei forestieri giunti nelle Indie decenni prima di Vasco da Gama, nella cui flotta lui stesso aveva investito cospicue somme? Tedeschi con le loro cocche anseatiche? Russi? O qualcun altro? Le informazioni di Sernigi erano di seconda mano: frammenti raccolti attraverso più passaggi di traduzione e, per di più, tutt’altro che aggiornati. Erano infatti trascorse due generazioni dall’ultima volta in cui quei misteriosi “forestieri” si erano fatti vivi. Eppure, quando erano attivi, avevano mostrato di possedere una flotta imponente e un’organizzazione impeccabile. Poi, improvvisamente, il silenzio.

I loro magazzini e uffici erano ormai occupati da altri mercanti; al porto, marinai di ben altre nazioni riparavano le vele all’ancora, mentre facchini affaccendati svuotavano le stive. Sernigi poteva ormai dormire sonni tranquilli: quella potenza marittima enigmatica apparteneva al passato, svanita da tempo. Le notizie frammentarie che gli erano arrivate attraverso la sua rete di informatori erano solo un’eco sbiadita di un impero colossale, fiorito per qualche decennio e poi, per ragioni ignote, dissoltosi nel nulla.

Come spesso accade quando le informazioni attraversano culture e lingue diverse, anche Sernigi era un anello di una lunga catena di fraintendimenti e mezze verità. Eppure, almeno sul piano cronologico, il suo racconto combacia perfettamente con i fatti storici.

Quella misteriosa flotta era salpata per la prima volta nel 1405 e, tra le tante tappe, si era fermata anche sulle coste indiane. A Calcutta, forse, erano giunte una ventina di imbarcazioni; ma l’armata al gran completo era di tutt’altra scala. All’orizzonte, la distesa di alberi, vele e vessilli formava un intrico imponente, mentre le chiglie di oltre trecento navi facevano ribollire le acque. Cinquanta o sessanta di esse restano ancora oggi le più grandi imbarcazioni in legno mai costruite: autentiche meraviglie dell’ingegneria navale, lunghe oltre 120 metri e larghe 50 (più di un campo da calcio) con nove alberi, quattro ponti e decine di cannoni. Erano vere e proprie fortezze galleggianti, armate fino ai denti e in grado di trasportare 2.500 tonnellate di carico, superiori perfino all’Armada spagnola; era la flotta più impressionante che i mari avessero mai visto.

Sottocoperta trovavano posto 28mila uomini. Non solo equipaggi, ufficiali, mercanti, dragomanni e artigiani, ma anche soldati con i loro cavalli, un’intera orchestra, un corpo diplomatico, studiosi, medici e astronomi, pronti a viaggiare per mesi e mesi. Nel 1405, durante la prima spedizione, il formidabile contingente aveva toccato le coste del Vietnam e della Thailandia, si era fermato a Giava, aveva attraversato lo stretto di Malacca; in seguito aveva raggiunto Kochi, nel Kerala, e infine Calcutta.

Nel corso delle missioni successive, la flotta aveva navigato nel Golfo Persico e nel Mar Rosso, inviando emissari fino alla Mecca, e si era spinta persino a Mogadiscio, in Africa Orientale. In ogni scalo, una delegazione sbarcava tra cerimonie e spettacoli solenni, portando doni, riscuotendo tributi e stringendo accordi commerciali. In alcuni porti erano state fondate basi stabili, lasciando a terra parte dell’equipaggio per gestire gli interessi della grande potenza.

Se Sernigi avesse saputo in tempo di quella presenza colossale nell’Oceano Indiano, forse avrebbe scelto di investire altrove i suoi capitali.

Quei misteriosi concorrenti dalla pelle chiara, con i capelli lunghi come i tedeschi e i baffi sottili da nobili bizantini, non erano né cristiani né musulmani. Neppure il malcapitato interprete italofono che, a quanto si racconta, Vasco da Gama aveva fatto rapire senza troppe cerimonie, possedeva la chiave dell’enigma.

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Zheng He

L’ammiraglio di quella colossale flotta era un musulmano dell’entroterra asiatico, fatto prigioniero da bambino da soldati nemici, evirato e ridotto in schiavitù. Il suo vero nome era Ma He, ma la storia lo ricorda con il titolo onorifico conferitogli dal suo imperatore: Zheng He, ammiraglio della flotta di Sua Maestà Yongle (1360-1424), il terzo sovrano della dinastia Ming.

L’ascesa di Zheng He (1371-1433/1435) — da schiavo bambino a eunuco di corte, fino a diventare uno degli uomini più potenti dell’Impero cinese — è una vicenda che affascina per la sua straordinarietà. Nato nello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, era cresciuto in un ambiente musulmano, figlio di una famiglia di funzionari dell’amministrazione imperiale. I suoi antenati paterni provenivano da Bukhara, in Asia centrale, e sia il padre che il nonno avevano compiuto lo hajj, il pellegrinaggio alla Mecca. È facile immaginare che il giovane Ma He fosse cresciuto circondato da racconti di terre lontane e rotte esotiche.

La sua famiglia, tuttavia, non godeva di una posizione politicamente inattaccabile. Uno dei suoi antenati aveva governato lo Yunnan per conto degli Yuan, la dinastia mongola rovesciata dai Ming. E i nuovi signori, di etnia Han, guardavano con diffidenza tutti i forestieri. Quando, nel 1381, l’esercito imperiale marciò sullo Yunnan e spazzò via ciò che restava dell’apparato politico degli Yuan, la repressione colpì anche alcune tra le famiglie musulmane più influenti. Il padre di Ma He cadde combattendo contro gli invasori cinesi, e fu allora che il bambino venne strappato alla sua casa, castrato e destinato al servizio della corte imperiale. Non passò molto prima che il giovane si facesse un nome tra gli eunuchi di corte. Intelligente, astuto e ambizioso, divenne il braccio destro del nuovo imperatore Yongle, salito al trono con un colpo di mano e dunque abituato ad agire con estrema cautela o con brutale determinazione.

La più grave minaccia per la stabilità dell’Impero, da secoli, proveniva dalle steppe del nord-ovest, dove eserciti di arcieri a cavallo dominavano un impero che, nel momento di massimo splendore, si estendeva dalla Crimea fino ai confini cinesi. La Grande Muraglia era stata costruita per contenerli e, se non altro, rallentare un’eventuale invasione.

Ma Yongle era convinto che l’unico modo per scoraggiare il nemico ancestrale da un attacco fosse una dimostrazione di potenza senza precedenti. Avrebbe guidato personalmente campagne militari contro i Mongoli a nord, mentre un generale di origini vietnamite avrebbe condotto, per suo conto, un esercito verso sud. Ma anche sul mare, l’imperatore voleva affermare la supremazia cinese. Ordinò così la costruzione di una flotta talmente imponente che la sola vista delle sue navi sarebbe bastata a incutere timore a qualsiasi avversario. E il comando di quei colossi galleggianti venne affidato a Zheng He: l’eunuco musulmano, ponte naturale tra la Cina e le città dell’Occidente.

Le sette spedizioni volute dai Ming non avevano nulla a che vedere con i viaggi di scoperta in senso classico. Una flotta tanto immensa e poderosa non era certo lo strumento più adatto a esplorazioni improvvisate. Oltretutto, le rotte percorse dalle imbarcazioni imperiali erano già note, almeno in parte, ai mercanti arabi e ai commercianti del Sud-Est asiatico.

L’impresa della grande flotta aveva soprattutto un valore politico: un gesto di potenza, una proiezione dell’autorità imperiale oltre i confini. L’obiettivo dichiarato era “civilizzare” i Paesi barbari, ma a condizione che riconoscessero l’egemonia della Cina e versassero tributi annuali. Non si trattava di conquistare territori per costruire un impero coloniale nel senso europeo del termine.

A bordo viaggiava un intero esercito, con tanto di cavalleria, in grado di costituire una forza d’invasione vera e propria. Occupare territori poco difesi sarebbe stato facile, ma la Cina non ne aveva bisogno; possedeva già terre in abbondanza. Lo scopo di Zheng He era controllare le vie marittime e, di conseguenza, dominare la vita commerciale della regione, soffocando sul nascere l’ascesa di eventuali rivali.

Per questo, l’ammiraglio creò una rete di fortini armati in punti strategici, ciascuno con caserme per i soldati e magazzini per tributi, merci e provviste. Come spiegò lui stesso, il fine era “raccogliere tributi dai barbari d’oltremare”. I sovrani che accettavano le condizioni imposte dall’Impero si inserivano in un sistema non sempre a loro gradito, ma che almeno garantiva protezione; i più restii, invece, imparavano a conoscere l’ira dell’imperatore.

Lo capì bene Vira Alakesvara, re di Kotte, un piccolo regno sulla costa occidentale di Ceylon (oggi Sri Lanka), che tentò di giocare su due tavoli: commerciava con i cinesi, ma, al contempo, si arricchiva attaccando o favorendo chi attaccava le loro navi. Quando Zheng He sbarcò con duemila uomini, il re cercò di attirare le truppe verso l’entroterra per isolare la “flotta dei tesori” e saccheggiarne le stive. Ma i cinesi sbaragliarono le sue forze, presero la capitale e uccisero suo fratello, deportando il sovrano in Cina.

L’imperatore Yongle, magnanimo, decise di graziarlo e rimandarlo in patria, non prima però di aver insediato a Kotte un sovrano fantoccio e una guarnigione cinese. In cambio della cooperazione, i nuovi leader erano disposti a compromessi di ogni sorta, pur di mantenere una parvenza di autorità.

Flessibile, pragmatico e abile nel leggere i contesti, Zheng He si rivelò non solo un comandante, ma anche un politico accorto e un amministratore capace, alla guida di un sistema coloniale embrionale che si estendeva fino alle coste africane. Nella prima metà del XV secolo, la Cina dei Ming, con le sue navi gigantesche, esercitava un dominio incontrastato sulle rotte marittime asiatiche. Nessuna potenza al mondo avrebbe potuto competere. In meno di vent’anni, Zheng He e i suoi uomini avevano creato una rete efficiente di Stati vassalli e scali commerciali. All’imperatore, ora, restava la possibilità di trasformare questo potere marittimo in un impero senza precedenti, sia per terra che per mare.

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Ma, dopo il settimo viaggio, le cose presero una piega inattesa. Dal 1433 la “flotta dei tesori” non salpò più. Il progetto stesso cominciò a essere percepito come politicamente sospetto. E sul finire del secolo, varare un’imbarcazione con più di due alberi era diventato un crimine punito con la pena di morte. Nel 1525 l’autorità imperiale arrivò persino a ordinare lo smantellamento di ogni nave capace di affrontare l’oceano, confiscando tutti i documenti relativi alle leggendarie imprese di Zheng He.

Le basi commerciali all’estero furono abbandonate, e la presenza cinese nei porti lontani come Calcutta svanì fino a ridursi a un ricordo sfocato: una leggenda tramandata di seconda mano su uomini dalla pelle chiara che viaggiavano a bordo di imbarcazioni gigantesche, portando lino finissimo e preziosi recipienti in ottone.

Cosa fosse accaduto non è del tutto chiaro. È probabile che l’interruzione dell’impresa sia stato il risultato di una serie di fattori. Per quanto i tributi e le merci preziose affluissero senza sosta, e la Cina avesse insediato governanti in terre lontane dimostrando la propria forza militare, i veri problemi dell’impero si trovavano vicino a casa. La minaccia mongola tornava a incombere e Yongle decise di spostare la capitale: da Nanchino, la città più popolosa del mondo (mezzo milione di abitanti e un porto gigantesco sulla foce del Fiume Azzurro, riservato proprio alla grande flotta), a Pechino, più vicina al confine nordoccidentale e dunque all’epicentro politico-militare.

Il baricentro dell’ambizione imperiale cambiò. Ora Yongle voleva costruire una capitale degna di un sovrano assoluto. La vecchia Pechino venne rasa al suolo per lasciare spazio alla Città Proibita, un complesso monumentale senza precedenti, al centro di un sistema urbanistico a cerchie concentriche, simbolo di una corte sempre più chiusa in se stessa. Un milione di operai fu mobilitato per il progetto. Intere foreste vennero abbattute per ricavare legname, e un grande canale fu ampliato appositamente per far affluire materiali da costruzione.

Ma la caduta in disgrazia della flotta dipese anche da faide interne alla stessa corte reale. Zheng He e molti dei suoi sostenitori appartenevano alla fazione degli eunuchi, che esercitava un’influenza considerevole a corte, ma che si scontrava regolarmente e violentemente con l’apparato dei funzionari di carriera. Le “navi dei tesori” erano viste da molti come un’impresa costosa e inutile, legata più al prestigio di una fazione che a reali necessità strategiche, soprattutto quando i sogni urbanistici dell’imperatore assorbivano somme enormi.

Il ceto mercantile, dal canto suo, era ostile: quelle spedizioni equivalevano di fatto a un monopolio statale sul redditizio commercio estero. E con la morte di Yongle, anche la sua politica espansionistica venne bruscamente interrotta. Il figlio, Hongxi, stanco dell’avventurismo paterno e delle casse esauste, si concentrò sulla politica interna, ridusse le tasse — gonfiate dalle spese faraoniche — promosse letterati a ruoli militari e inaugurò una nuova era.

E così le grandi uscite in mare caddero nell’oblio. Nel 1433 Zheng He tornò per l’ultima volta in patria, scortando gli ambasciatori di undici Stati tributari, tra cui Malesia, Calcutta, Kochi, Ceylon, Dhofar, Aden, Hormuz e persino la Mecca.

L’ammiraglio morì due anni dopo, anche se alcune fonti sostengono che la sua vita si spense già durante il viaggio di ritorno, e che sulla nave ammiraglia diretta a Nanchino viaggiassero soltanto le sue scarpe. Con lui si chiudeva non solo l’epoca delle “navi dei tesori”, ma anche un intero capitolo della “storia possibile” che la Cina avrebbe potuto scrivere sul mare e non solo.

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