Dopo essersi stabiliti in alcune regioni della costa occidentale dell’Anatolia, i Greci, nel corso dell’età arcaica, avviarono una delle più straordinarie imprese migratorie della storia antica: fondarono almeno 150 nuove poleis disseminate lungo tutto il Mediterraneo. Circa un terzo di queste sorsero in Italia meridionale e in Sicilia; altre presero forma lungo le coste della Gallia, dell’Africa settentrionale e della Tracia egea; mentre una cinquantina si affacciava sulle rive del Bosforo e del Mar Nero. Come osservò Platone con una celebre immagine, i Greci si disposero “come rane intorno a uno stagno”, con il grande stagno che era appunto il Mediterraneo.
Queste nuove città, chiamate apoikiai (da apò, “lontano” e oikos, “casa” o “patria”), erano realtà politiche indipendenti, spesso sorte da iniziative private, senza alcun intervento ufficiale da parte della polis madre, al punto che i legami con la patria d’origine erano per lo più simbolici o religiosi, e si manifestavano nella condivisione di culti o festività.
Ma cosa spinse tanti uomini a lasciare la propria terra per imbarcarsi in un’impresa incerta e pericolosa? La mobilità era certamente una componente della cultura greca, ma la migrazione di massa non avviene mai senza una spinta forte. E quella spinta era quasi sempre la necessità. Molte poleis non riuscivano a garantire a tutti i cittadini una condizione di vita dignitosa: alcuni rischiavano di restare senza terra, altri, sconfitti nelle lotte intestine tra aristocratici, venivano costretti all’esilio.
E se alcune colonie, grazie alla loro posizione geografica, si dedicarono al commercio, la maggior parte dei coloni continuò a fare ciò che faceva, o sperava di fare, in patria: coltivare la terra. L’agricoltura restava la base dell’economia e il possesso di un lotto di terra il primo obiettivo per chi partiva verso l’ignoto.
Il viaggio
Quello che ricostruiamo è un modello ideale, una struttura teorica che raramente trovò piena corrispondenza nella realtà dei fatti.
Alla guida della spedizione c’era l’ecista, quasi sempre un aristocratico la cui permanenza in patria era diventata problematica per ragioni politiche, economiche o personali. Una volta giunto a destinazione, l’ecista assumeva il ruolo di fondatore ufficiale della nuova polis, e per questo, dopo la morte, veniva venerato come eroe fondatore.
I coloni che partecipavano all’impresa erano di norma non più di duecento, stipati in due o tre navi. Nessuna donna faceva parte dell’equipaggio: le compagne sarebbero state cercate o conquistate sul posto, con le buone o con la forza, una volta approdati.
Il viaggio non era mai del tutto cieco. Il Mediterraneo era già da secoli solcato da navi e carovane, e chi lo attraversava riportava racconti, esperienze, indicazioni. Le voci circolavano, spesso vagliate o condizionate dalla consultazione dell’oracolo di Apollo a Delfi, tappa quasi obbligata prima della partenza.
All’arrivo, si sbarcava in un luogo prescelto che rispondesse a tre criteri fondamentali: doveva essere facilmente raggiungibile via mare, difendibile e dotato di fonti d’acqua. Se il sito si rivelava adatto, l’ecista dava inizio alla fondazione della nuova polis: si offrivano sacrifici agli dèi e si procedeva con la distribuzione egualitaria dei lotti di terreno tra tutti i partecipanti, l’atto più simbolico e concreto della colonizzazione.
Salvo rare eccezioni, però, la storia delle fondazioni greche è una storia di conflitti. Le nuove città spesso sorgevano su terre già abitate, e le popolazioni indigene — tutt’altro che primitive — furono nella maggior parte dei casi scacciate, sottomesse o assorbite con la forza. Come scrisse lo storico D. Asheri:
Come tutte le storie coloniali, anche quella greca è prevalentemente una storia di sopraffazioni, di violenze, di assimilazione e di resistenza. Non è lecito, neanche con le migliori intenzioni, addolcire questa vicenda per trasformarla in una storia idilliaca di convivenza volontaria e civile fra le genti.
Le principali poleis
Pitecusa-Cuma (740 a.C. circa). La prima fondazione d’Occidente è anche una delle più complesse da ricostruire. Secondo la tradizione, coloni calcidesi ed eretriesi avrebbero inizialmente stabilito un emporio sull’isola d’Ischia, l’antica Pitecusa, per poi fondare, qualche anno dopo, una vera e propria polis sul continente: Cuma. A questa seconda impresa avrebbero partecipato anche altri gruppi di coloni. Ma, dal punto di vista archeologico, non esistono elementi netti per distinguere Pitecusa da Cuma; è probabile che l’insediamento originario di Ischia fosse costituito da un insieme di villaggi sparsi, privo di un centro urbano unitario, rendendo sfumata la distinzione tra emporio e polis.
Taranto (706 a.C.). Unica colonia spartana attestata, nacque in un territorio fertile ma già abitato da una popolazione agguerrita, gli Iapigi. Le continue guerre con gli indigeni, spesso difficili e non sempre vittoriose, segnarono i primi secoli di vita della città. Secondo la tradizione, Taranto fu fondata all’epoca della prima guerra messenica per espellere da Sparta i parteni, un gruppo di cittadini dalla nascita considerata impura. Grazie alla sua posizione strategica e al porto naturale, Taranto divenne in età classica la polis più prospera dell’Italia meridionale.
Sibari e Crotone (720 – 710 a.C). Furono fondate da coloni provenienti dall’Acaia, nel nord del Peloponneso. Sorsero a breve distanza di tempo l’una dall’altra, verso la fine dell’VIII secolo, sulla costa ionica della Calabria. La fertilità della zona permise loro di accumulare ricchezze considerevoli: Sibari, in particolare, divenne presto sinonimo stesso di lusso e abbondanza. Ma accanto alla ricchezza, nacquero anche profonde rivalità. I rapporti tra le poleis ioniche erano segnati da tensioni e guerre, e nel 510 a.C., Crotone annientò Sibari in uno scontro risolutivo.
Siracusa (733 a.C.). Fu fondata da coloni corinzi. Inizialmente l’abitato sorse sull’isoletta di Ortigia, facilmente difendibile, per poi estendersi sulla terraferma. I rapporti con le popolazioni sicule furono sin dall’inizio violenti: una parte degli indigeni venne ridotta in uno stato di semi-schiavitù, simile a quello degli iloti a Sparta. Ma Siracusa era destinata a diventare una potenza: nella prima età classica, era già la polis più ricca, popolosa e influente del mondo greco occidentale.
Megara Iblea (728 a.C.). Si distingue per almeno due ragioni. Dal punto di vista letterario, rappresenta uno dei rarissimi casi in cui la tradizione tramanda una collaborazione pacifica tra coloni e indigeni. Si narra infatti che il re siculo Iblone — da cui il nome della città —, incontrando i Greci appena sbarcati e ancora senza una sede stabile, avesse offerto loro le terre su cui fondare la polis. La seconda ragione è archeologica: Megara Iblea rappresenta uno degli scavi più completi e significativi mai condotti su una fondazione coloniale al momento della sua nascita.
In età classica, probabilmente furono proprio i circoli pitagorici, tanto influenti in molte di queste comunità, a introdurre il termine Megálē Hellàs, riferito all’Italia meridionale, ma non alla Sicilia, che poi i Romani tradussero in Magna Grecia.
La Sicilia, dal canto suo, divenne per molti secoli un’isola profondamente greca. Nonostante la conquista romana, fu necessario più di un secolo perché il latino cominciasse a scalfire davvero la diffusione del greco come lingua corrente sull’isola.
Quando la guerra contro i Persiani era ormai imminente, Erodoto racconta che ambasciatori di Atene e Sparta si recarono da Gelone, il tiranno di Siracusa, per chiedere il suo aiuto. Gelone avrebbe acconsentito solo se avesse ottenuto il comando supremo, per terra e per mare, dell’intero esercito greco. Al rifiuto, scelse di non partecipare. Episodio forse leggendario, ma emblematico del prestigio raggiunto da Siracusa e, più in generale, dalle fondazioni occidentali all’inizio del V secolo a.C. È probabile, infatti, che Siracusa avesse già superato molte poleis della Grecia continentale sia per numero di abitanti che per risorse disponibili.

Innovazione e instabilità
Fondare una polis in territori nuovi e ancora ampiamente disabitati significava molto più che costruire mura e case. Implicava una profonda riflessione su questioni fondamentali come l’organizzazione urbanistica, l’eventuale necessità di erigere fortificazioni, la suddivisione delle terre in modo equo tra i coloni, il concetto stesso di uguaglianza — seppure all’interno di un’élite — e l’elaborazione di norme di convivenza condivise. Ogni fondazione costituiva, in fondo, un laboratorio politico e sociale.
Questo ci permette di comprendere un punto cruciale: il processo di evoluzione della polis non fu unidirezionale, dalla Grecia continentale verso le colonie, ma si sviluppò in un continuo scambio tra madrepatria e apoikiai, in cui le fondazioni d’oltremare non ebbero affatto un ruolo marginale. Le poleis della Magna Grecia furono spesso all’avanguardia (nella poesia, nell’architettura, nella filosofia con le scuole eleatica e pitagorica) pur vivendo una costante fragilità strutturale. L’instabilità era cronica: città sorgevano e scomparivano nel giro di pochi anni. Un vero clima da Far West, ricco di opportunità ma privo di forti controlli sociali, dove si poteva diventare ricchi in fretta o cadere in disgrazia con altrettanta rapidità.
Nel corso del VI secolo, Sibari raggiunse un livello di ricchezza e potere tale da essere considerata la polis più importante della Magna Grecia. La tradizione ci parla di un vero e proprio “impero sibarita”, composto da 25 città e abitato da cittadini notoriamente dediti al lusso. Sebbene probabilmente esagerati, questi numeri sono indizi di una fase storicamente favorevole, tanto da far definire Sibari la “polis dell’eccesso”.
Tutto cambiò bruscamente alla fine del secolo. Nel 510, Crotone le dichiarò guerra. Un ruolo decisivo lo ebbe Pitagora, rifugiatosi a Crotone dalla natia Samo intorno al 530 a.C., che divenne presto una figura centrale nella vita intellettuale e politica della città. Sibari venne distrutta. Ma anche l’alleanza tra Pitagora e l’aristocrazia crotoniate si sgretolò. Portatore di valori comunitari e di un rigoroso percorso iniziatico per la crescita individuale, Pitagora dovette lasciare la città e trovò rifugio a Metaponto, dove rimase fino alla morte intorno al 490 a.C.
Nel frattempo, nel nord della regione, a Cuma, la minaccia etrusca si fece concreta. La città riuscì a difendersi grazie alla figura di Aristodemo, che instaurò una tirannide dai forti tratti anti-aristocratici, ma alla sua morte, però, l’avanzata etrusca riprese vigore, fino a spingere nel 474 al decisivo intervento di Ierone, tiranno di Siracusa.
Taranto, invece, mantenne per tutto il IV secolo una consapevole egemonia sulla Magna Grecia. Quanto ai superstiti di Sibari, dispersi in diverse città, essi tentarono più volte di ricostruire la loro polis. Si rivolsero a Sparta e ad Atene, dove trovarono ascolto presso Pericle. Dopo un tentativo fallito di rifondare Sibari sul sito originario, nacque poco distante la nuova città di Turî, nel 444 a.C.
Questa nuova colonia aveva un carattere panellenico (vi confluirono uomini da tutta la Grecia), anche se, almeno nei primi anni, fu forte l’influenza ateniese, testimoniata dalla partecipazione all’impresa di figure di spicco come il filosofo Protagora, il grande storico Erodoto e l’urbanista Ippodamo, che si occupò dell’impianto razionale della nuova città.

Già in età arcaica, molte poleis della Sicilia erano dominate da ristrette oligarchie terriere, il cui potere si fondava sull’appartenenza presunta al gruppo dei fondatori originari. Questa struttura sociale si trovava esposta a molteplici tensioni: da un lato i rapporti spesso conflittuali con le popolazioni indigene, dall’altro la minaccia costante dei Cartaginesi, a cui si aggiungevano frequenti turbolenze interne. Un contesto simile favorì, fin dal VI secolo, l’emergere di numerose tirannidi, su cui le fonti antiche non sempre forniscono informazioni chiare. La più celebre di queste prime esperienze è quella di Falaride ad Agrigento, che governò tra il 570 e il 554 a.C.
La fine del VI secolo fu un periodo di grande fermento politico e militare nell’isola. Intorno al 510, Dorieo, fratello del re spartano Cleomene I, tentò di stabilirsi a Eraclea, ma fu respinto da una coalizione tra Cartaginesi ed Elimi, una popolazione indigena parzialmente ellenizzata, il cui centro principale era Segesta, insieme ad Entella.
Pochi anni dopo, nel 505, un aristocratico di nome Cleandro rovesciò l’oligarchia al potere a Gela e instaurò una tirannide. Alla sua morte, nel 498, il potere passò al fratello Ippocrate, che in soli sette anni trasformò radicalmente la geografia politica della Sicilia orientale, ponendo le basi per un vero e proprio Stato territoriale. Un elemento di novità fu l’uso sistematico di mercenari, provenienti sia dalla Grecia continentale che dall’Asia Minore, e di contingenti indigeni: una caratteristica che diventerà tipica delle tirannidi siceliote nel secolo successivo.
Comandante della cavalleria sotto Ippocrate era Gelone, che alla morte del tiranno nel 491 riuscì ad imporsi al potere, respingendo i tentativi dell’aristocrazia geloa di restaurare una forma di governo costituzionale. Negli stessi anni, ad Agrigento, Teone instaurava a sua volta una tirannide, sancendo con Gelone un’alleanza solida, suggellata da matrimoni dinastici che sopravvissero persino alla morte dei due fondatori.
Nel 485 Gelone occupò Siracusa e ne fece la sua nuova capitale, lasciando Gela al fratello Ierone. Fu un passaggio epocale: Siracusa conobbe un rapido incremento demografico grazie al trasferimento forzato degli abitanti di Kamarina, Megara Iblea e parte della stessa Gela. Gelone, inoltre, concesse la cittadinanza a oltre 10mila mercenari del proprio esercito. La cittadinanza, solitamente concessa con estrema parsimonia, veniva ora elargita per motivi politici e militari, e l’esistenza stessa delle città poteva essere sconvolta da deportazioni di massa.
Gelone morì nel 478, al culmine del suo potere. Al fratello Ierone spettò il compito di mantenere unito quello che era ormai diventato un potente Stato territoriale, con il controllo diretto della Sicilia orientale e l’egemonia, seppur indiretta, su quasi tutta l’isola.
La società siciliana dell’epoca era fortemente instabile. Le città greche erano circondate da un vasto entroterra abitato da popolazioni indigene, fonte sia di ricchezza che di tensione continua, e sfruttato per la manodopera a basso costo. Non sorprende quindi che le tirannidi si sviluppassero soprattutto a Gela, Agrigento e Siracusa, dotate del più ampio e ricco retroterra agricolo.
In quanto regione di frontiera, la struttura della cittadinanza nelle poleis siceliote era più fluida e fragile rispetto a quella della Grecia continentale. In questo scenario complesso, i tiranni cercarono anche forme di legittimazione culturale. Le corti, in particolare quella di Ierone, diventarono centri d’eccellenza intellettuale. Poeti e artisti come Simonide, Pindaro, Bacchilide e lo stesso Eschilo trovarono ospitalità a Siracusa, contribuendo alla costruzione di un’immagine pubblica che faceva dei tiranni i custodi e i salvatori dello spirito ellenico.
Dopo la cacciata di Trasibulo, successore di Ierone, Siracusa adottò un sistema di governo che a prima vista richiamava la democrazia ateniese, tanto da imitarne perfino le pratiche più estreme, come l’ostracismo (l’esilio dei nemici politici). Ma vi era una differenza sostanziale: a Siracusa, le magistrature erano elettive e non retribuite, il che le rendeva di fatto inaccessibili al demos. Si trattava dunque di una forma di aristocrazia mascherata da democrazia.
Crisi e decadenza
A partire dalla fine del V secolo a.C. le vicende della Sicilia e della Magna Grecia sono sempre più segnate dal rapporto, spesso conflittuale ma anche inevitabile, tra le fondazioni greche e le popolazioni indigene che circondano le poleis. Se in passato tali tensioni avevano avuto un ruolo importante, ora diventano decisive per comprendere la traiettoria storica dell’intero Occidente greco.
In Sicilia, nonostante le numerose guerre e difficoltà interne, i Greci riescono a mantenere faticosamente lo status quo nei confronti della potenza cartaginese. È questo, paradossalmente, il massimo risultato che le città greche dell’isola riescono a ottenere, anche sotto la guida energica e carismatica di Dionisio I. Per espellere definitivamente i Cartaginesi dalla Sicilia, infatti, bisognerà attendere oltre un secolo e l’intervento risolutivo di Roma.
Il lunghissimo governo di Dionisio I, che mantenne il potere per quasi quarant’anni, rappresenta un passaggio cruciale nella storia politica siceliota. Sotto la sua direzione si assiste alla costruzione di uno Stato territoriale di ampiezza senza precedenti, ben più esteso di quello che Gelone e i suoi successori avevano potuto realizzare.
Se la situazione in Sicilia è difficile, quella della Magna Grecia lo è ancor di più. In meno di un secolo, i Greci perdono il controllo di gran parte delle città che avevano fondato lungo le coste italiane. La crescente rilevanza politica e culturale delle popolazioni indigene, spesso ellenizzate nei costumi, nella lingua e nella religione, modifica radicalmente l’equilibrio dell’intera area. Le antiche poleis non riescono più a mantenere la propria centralità.
Eppure, in mezzo a questo panorama di decadenza e instabilità, alcune esperienze brillano per originalità e tensione ideale. A Taranto, la più importante tra le città della Magna Grecia, così come nella Siracusa di Dionisio, si registra nella prima metà del IV secolo un tentativo consapevole di collegare potere politico e riflessione filosofica. Ne sono testimoni i progetti di governo “illuminato” sostenuti da Archita a Taranto e, in modo più problematico, da Dione a Siracusa, entrambi in dialogo con il filosofo Platone.
La conquista romana cominciò lentamente. Nell’89 a.C., tutte le città superstiti della Magna Grecia furono definitivamente sottomesse. Ma l’eredità culturale sopravvisse a lungo: nei templi, nei culti, nei versi di Pindaro e nelle pietre di Siracusa.







