Prima che Tesla diventasse sinonimo di avanguardia tecnologica e mobilità sostenibile, anche l’Italia aveva sognato un futuro elettrico. E lo aveva fatto molto presto. Nei primi anni del Novecento, mentre le strade erano ancora un misto di fango e ciottoli, nelle officine di Torino, Milano e Firenze si sperimentava una nuova forma di mobilità: silenziosa, pulita, e alimentata da batterie.
Sì, perché la storia dei veicoli elettrici non è una novità del XXI secolo. All’inizio del Novecento, in Europa come negli Stati Uniti, i mezzi elettrici non solo esistevano, erano considerati più moderni e affidabili di quelli a benzina. In città come New York, un terzo dei taxi era elettrico già nel 1897. A Detroit, la Baker Electric veniva venduta come l’auto perfetta per le signore della borghesia. E in Italia?

Milano, capitale dell’innovazione elettrica
Nel 1884 viene fondata a Milano la Società Italiana di Elettricità Sistema Edison, che oltre a produrre energia elettrica inizia a interessarsi anche ai mezzi di trasporto. Negli stessi anni a Torino, viene brevettato un carro a trazione elettrica, mentre aziende come Diatto, Società Piemontese Automobili e Zust cominciano a produrre modelli sperimentali di auto elettriche, con velocità massime che sfiorano i 30 chilometri orari.
Le vetture elettriche si rivelano ideali per l’ambiente urbano: niente fumi, niente rumore e nessuna manovella da girare con fatica per avviare il motore. Molte pubblicità le propongono come mezzi raffinati, adatti a un pubblico femminile o altoborghese. In alcune carrozze sono previsti addirittura scomparti per cappelli ingombranti e specchi da trucco. Non è un caso se negli Stati Uniti, come racconta Jay Leno – che conserva nel suo garage una Baker Electric del 1909 – molte pubblicità dell’epoca recitavano: “Fai il regalo più felice: regala a tua moglie un’auto elettrica.”
Il sogno si spegne però in fretta. In Italia, come nel resto del mondo, il predominio dell’elettrico viene offuscato dal boom del motore a combustione. Il motivo è semplice: la benzina costa meno, le auto come la Ford Model T sono più economiche da produrre e da mantenere, e le infrastrutture – ancora scarse – vengono pensate sempre di più per il rifornimento di carburante.
Inoltre, l’energia elettrica non è ancora diffusa capillarmente nel Paese. Solo con il piano di elettrificazione nazionale del secondo dopoguerra le campagne italiane iniziano ad accedere alla corrente, troppo tardi per salvare i primi veicoli elettrici. E come osservava Andrew Riker, pioniere dell’elettrico, né in America né in Italia “non c’erano stazioni di ricarica agli angoli delle strade”.
A ciò si aggiunge una narrazione culturale che relega l’elettrico al mondo femminile o domestico, mentre il rombo del motore a scoppio diventa simbolo di virilità e progresso. È una retorica che arriva fino ai giorni nostri, e il fascino della velocità, del motore sportivo e del design Ferrari ha finito per mettere da parte la riflessione sull’ecologia.

Lezione dimenticata o occasione perduta?
Quella breve stagione dell’elettrico in Italia è oggi quasi scomparsa dalla memoria collettiva. Eppure ci dice molto. Ci parla di un Paese capace di innovare, che ha flirtato con la sostenibilità ben prima delle crisi climatiche. Ma anche di quanto le scelte tecnologiche non siano mai solo tecniche: dipendono da infrastrutture, incentivi, potere politico e cultura.
All’estero, oggi, le vendite di auto elettriche continuano a crescere a ritmi sostenuti: +35% in Cina, +25% in Europa. In Italia, il cammino è più incerto, rallentato da infrastrutture ancora carenti, costi elevati e scelte politiche spesso contraddittorie. E viene da chiedersi: siamo sicuri che la storia non possa ripetersi?
Mentre Jay Leno guida il suo gioiello elettrico per le strade di Burbank, suscitando meraviglia e nostalgia, in Italia dovremmo forse rispolverare quegli esperimenti d’inizio Novecento. Non per romanticismo, ma per capire che ogni progresso può essere effimero se non è accompagnato da visione, coerenza e volontà collettiva.
Il futuro dell’auto elettrica non è scontato. Ma una cosa è certa: più di cent’anni fa, anche l’Italia aveva acceso il motore del cambiamento. Poi l’ha spento troppo presto.







