Quando si pensa alla medicina medievale, la mente corre a immagini grottesche: salassi a sangue vivo, unguenti a base di escrementi e pozioni improbabili. Ma la realtà, come spesso accade, è più complessa e sorprendente. Un recente studio dell’Università di St. Andrews ha riscoperto centinaia di manoscritti dimenticati che gettano nuova luce sulla medicina dell’Alto Medioevo. Tra le ricette emersespiccano uno shampoo alla lucertola, pozioni depurative a base di erbe e le cosiddette “sfere della morte” per prevedere la sorte del malato. Ma dietro a questi rimedi apparentemente assurdi si cela un mondo curioso, colto e più globale di quanto si immagini.

La medicina medievale, lungi dall’essere un agglomerato di superstizioni, si basava su un sistema teorico articolato, noto come la teoria degli umori. Riprendendo Galeno e Ippocrate, si credeva che la salute derivasse dall’equilibrio tra bile nera, bile gialla, sangue e flegma, ciascuno associato a un elemento (terra, fuoco, aria, acqua) e a una stagione. L’intervento medico consisteva dunque nel ripristinare l’armonia perduta, tramite diete, salassi o decotti. Persino l’astrologia aveva un ruolo con le fasi lunari o l’influsso dei pianeti che determinavano il momento giusto per operare, somministrare un rimedio o prevedere l’esito della malattia attraverso diagrammi circolari noti come “sfere della vita e della morte”.
Shampoo alla lucertola e cosmetica monastica
Tra i rimedi più curiosi ritrovati nei manoscritti monastici, alcuni colpiscono per la loro modernità. Oltre al celebre shampoo a base di lucertola, a cui si aggiungevano ricette che prevedevano l’uso di grasso animale, essenze esotiche e minerali importati da lontano, erano frequenti preparazioni cosmetiche per la cura dei capelli e della pelle. Questi trattati dimostrano che l’interesse per l’igiene personale e il benessere estetico era vivo, anche nei luoghi più austeri della cultura medievale.
Pozioni, unguenti e sfere globali
Il Medioevo non fu affatto un periodo isolato. Molti ingredienti delle pozioni medicamentose provenivano da terre lontane: chiodi di garofano dall’Indonesia, cannella dallo Sri Lanka, cumino e zafferano dalla Persia. I monasteri, spesso inseriti in reti commerciali estese, erano luoghi di sintesi tra saperi greco-romani, medicina araba e tradizioni locali. Il celebre “aceto dei quattro ladri”, un infuso di erbe e spezie usato dai profanatori di tombe per immunizzarsi dalle infezioni della peste, è un esempio di questo sincretismo.
Ci dimostra che, in quello che si supponeva essere un periodo buio per la conoscenza medica, esisteva un grande interesse nel raccogliere cure e nel condividere consigli sanitari affidabili. Inoltre, siamo riusciti a dimostrare che i cristiani medievali adottavano conoscenze della medicina greca antica, non cristiana, per comprendere le strutture razionali della natura.
Professor James Palmer, della Facoltà di Storia dell’Università di St. Andrews.
La peste e il fallimento del sapere antico
Il culmine della crisi medica medievale fu la Peste Nera (1347-1352), che sterminò circa un terzo della popolazione europea. In assenza di una comprensione batteriologica, i rimedi oscillavano tra superstizione, alchimia e fede. Si passava dal salasso con sanguisughe all’applicazione del “metodo Vicary” (la parte spennata di un pollo vivo veniva applicata sui bubboni della persona malata ritenendo che potesse assorbire la malattia), dall’inalazione di fumi d’incenso alla preparazione di teriache con decine di ingredienti, tra cui oppio, carne di vipera e ambra grigia. Alcuni bevevano urina o si cospargevano di feci, convinti di purificarsi. Altri invocavano la protezione divina, si flagellavano in pubblico, o perseguitavano comunità ebraiche accusate di avvelenare i pozzi.
Il vero rimedio
Tra i pochi strumenti davvero efficaci vi fu la quarantena, introdotta a Ragusa (l’odierna Dubrovnik) nel 1377 dove le navi venivano isolate per 30 giorni (poi diventati 40); misura che salvò molte vite. A Milano, le autorità furono inflessibili: murarono le case degli infetti e costruirono ospedali dedicati fuori dalle mura. Mentre i medici del tempo tentavano ogni rimedio, il distanziamento rimase la strategia più efficace.

Una lezione per il presente
Contrariamente allo stereotipo dell’Età Buia, come dimostrato da questo studio, la medicina medievale fu un campo dinamico, contaminato da culture diverse e sostenuto da una genuina sete di sapere. Certo, molte pratiche erano inefficaci o pericolose, ma erano basate sulle migliori conoscenze disponibili all’epoca. Il Medioevo ci appare così, oggi, non come un tempo cieco, ma come un laboratorio di idee, a metà tra fede e scienza, tra l’unicorno e il microscopio.







