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La stagione infinita

La stagione calcistica sembra non finire mai. Non è solo una sensazione alimentata dall’infaticabile ciclo televisivo, dalle telenevole sul calciomercato o dalle lamentele di allenatori e calciatori. È una verità aritmetica, fatta di numeri sempre più preoccupanti. I top club europei hanno chiuso il 2024/25 con oltre 60 partite ufficiali, eppure – e forse questo è il dato più curioso – a guidare la classifica della fatica non sono il Paris Saint Germain e il Chelsea, che si devono ancora sfidare nella finale del Mondiale per Club, bensì i club brasiliani.

Secondo i dati raccolti da Sofascore, nel periodo compreso tra giugno 2024 e giugno 2025, il Flamengo ha disputato ben 78 partite ufficiali (escludendo le partite del Mondiale per Club). Un numero che avvicina il calcio verdeoro ai livelli dell’NBA, con un calendario frenetico e spietato.

E non si tratta di un caso isolato: il Botafogo ha totalizzato 73 partite, il Fluminense 72 e il Palmeiras 70. Complice una struttura federale che impone la partecipazione ai campionati statali (come il Carioca o il Paulistão), al Brasileirão, alle coppe nazionali e continentali, il calendario brasiliano è l’esempio più estremo di quanto possa essere spremuto un club, e con lui i suoi calciatori.

Anche nel Vecchio Continente i ritmi sono insostenibili. Pep Guardiola è tra i principali critici del calendario europeo, definendolo una “maratona senza fine”. L’Inter, finalista di Champions League, ha chiuso la stagione con 63 partite, il PSG con 64 e il Real Madrid con 68, solo per dare alcuni numeri.

E ora anche chi scende in campo dice basta. Maheta Molango, presidente della Professional Footballers’ Association (PFA), il principale sindacato dei calciatori inglesi, ha lanciato l’allarme in un’intervista che ha fatto molto rumore:

I calciatori sono vicini allo sciopero. Il calendario è diventato assurdo, disumano. È una situazione insostenibile, e se le istituzioni non ascolteranno, dovremo fermarci.

La protesta ha trovato eco anche in Italia con l’Associazione Nazionale Calciatori, la quale ha stimato che con le nuove riforme FIFA e UEFA si arriverà a oltre 60 partite a stagione come media per i top club. Ma in un contesto dove la percentuale di infortuni muscolari è aumentata del 20% in cinque anni, il rischio è che il calcio si autodistrugga.

Da anni l’AIC, insieme a FIFPro, sta portando avanti una battaglia contro l’attività agonistica esasperata. I top player, impegnati con i club nelle competizioni nazionali e internazionali, arrivano a disputare fino a 70 partite all’anno percorrendo più di 90mila chilometri per gli spostamenti. È evidente che non si può immaginare di continuare con questi ritmi

Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione Calciatori

Molango ha definito il calcio moderno una catena di montaggio che non si ferma mai, in cui i calciatori sono trattati come prodotti da spremere e non come esseri umani. La minaccia di sciopero non è più retorica sindacale: è una possibilità concreta, che mette a nudo il cortocircuito tra spettacolo, salute e business.

Ma è evidente che l’attuale sovrapproduzione calcistica è figlia di una logica economicista esasperata. Le partite non nascono più da una domanda reale del pubblico, ma da una volontà politica e commerciale delle federazioni: UEFA e FIFA agiscono di fatto come monopolisti che aumentano l’offerta per massimizzare i ricavi, ignorando ogni equilibrio sostenibile.

Ma questa dinamica ha effetti collaterali: l’eccesso di partite abbassa la qualità dello spettacolo, sia perché i campioni si infortunano, sia perché si gioca spesso senza recuperare fisicamente e mentalmente. E, alla lunga, il pubblico rischia di allontanarsi. Non solo per stanchezza visiva, ma perché il calcio diventa indistinguibile da un qualunque contenuto di intrattenimento inflazionato. Quando ogni partita è un evento, nessuna lo è davvero.

C’è poi il tema strutturale: oltre la metà dei club di Serie A è ormai controllata da investitori stranieri, perlopiù fondi americani; una tendenza comune anche in Premier League, in Ligue 1 e nella Liga. Queste entità non sono interessate a una visione sportiva di lungo periodo, ma a massimizzare i ritorni economici nel più breve tempo possibile. Ogni nuova competizione è un’opportunità di monetizzazione; ogni finestra libera un’occasione commerciale. Il risultato è un’industrializzazione estrema del gioco, che sacrifica profondità sportiva, identità e salute degli atleti.

Il calcio ha bisogno di una riflessione profonda. Non solo sui numeri, ma sul senso. La crescita infinita è una favola pericolosa: più partite non significano automaticamente più guadagni né più coinvolgimento. La qualità del gioco sta cedendo il passo alla quantità e il tifoso, tra una partita di Conference League il giovedì e una Supercoppa il lunedì in Arabia, rischia di perdere l’interesse.

Il vero rischio, dunque, non è solo la stanchezza fisica dei calciatori. È la disaffezione di chi guarda, l’erosione lenta ma inesorabile della magia del gioco. Fermarsi non è un lusso, ma una necessità. Anche per chi vuole che il calcio continui a essere un business.

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