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Calcio, potere e soft power: cosa racconta la vittoria dell’Al Hilal contro il Manchester City sul nuovo ordine globale

Nella notte americana di Orlando, la scena ha assunto contorni quasi epici: Marcos Leonardo solleva la bandierina del calcio d’angolo come fosse una fiaccola olimpica, mentre il cielo della Florida si tinge di esultanza saudita. È la metafora perfetta di una transizione già in atto, ma di cui ora il mondo del calcio non può più ignorare la forza: l’ingresso dell’Arabia Saudita nell’élite sportiva globale non è più una previsione, ma un fatto compiuto.

Con una clamorosa vittoria per 4-3 ai tempi supplementari contro il Manchester City negli ottavi di finale del Mondiale per Club 2025, l’Al Hilal ha infranto non solo una barriera sportiva, ma una frontiera culturale e politica.

L’Al Hilal, orfano delle sue due stelle Mitrovic e Al Dawsari, ha saputo piegare la squadra che meglio incarna l’eccellenza tattica ed economica del calcio europeo.

Non è un’impresa sportiva isolata. È il segnale che il progetto saudita, spesso liquidato come “effimero” o “gonfiato dal denaro”, è invece strutturato, pianificato e, soprattutto, coerente con una visione geopolitica di lungo termine.

Nel 2016, Riyadh ha annunciato il piano Vision 2030, volto a diversificare un’economia dipendente dal petrolio, per ridefinire l’immagine internazionale del Paese e farne un hub globale per il turismo e lo sport. Da allora, il Regno ha acquistato squadre, costruito infrastrutture, ospitato eventi sportivi di prima fascia: dalla Formula 1 alla boxe e al tennis.

Il calcio, però, è il campo più visibile e delicato. È un linguaggio universale. Ed è per questo che la vittoria dell’Al Hilal ha un peso che va oltre la cronaca sportiva. È un gesto di posizionamento simbolico, capace di riscrivere le gerarchie.

Dietro le quinte di questo Mondiale per Club, si muove una triangolazione strategica che unisce FIFA, la piattaforma DAZN e il Public Investment Fund saudita (PIF). Quest’ultimo ha investito un miliardo di dollari nella piattaforma di streaming, permettendo la trasmissione gratuita del torneo in tutto il mondo. In cambio, la FIFA ha messo sul piatto un montepremi da un altro miliardo.

L’obiettivo? Fare del calcio un veicolo per l’espansione d’influenza. Una Bretton Woods dello sport, dove le regole non sono più scritte solo a Nyon, Zurigo o Londra, ma anche – e soprattutto – a Riyadh.

La strategia saudita viene spesso accusata di sportswashing: usare lo sport per ripulire la propria immagine internazionale, oscurando le enormi criticità sui diritti umani. Nel 2024, l’Arabia Saudita ha eseguito 330 condanne a morte – il numero più alto degli ultimi decenni – nonostante le promesse di modernizzazione del principe ereditario Mohammed bin Salman.

La FIFA, nel suo rapporto di valutazione per l’assegnazione del Mondiale 2034, ha valutato come “medio” il rischio per i diritti umani, scatenando la reazione violenta di Amnesty International che ha definito la scelta una “stupefacente opera di sbiancamento”.

Eppure, dentro e fuori dagli stadi, l’entusiasmo popolare non può essere ignorato. Migliaia di tifosi sauditi hanno seguito l’Al Hilal negli Stati Uniti.

Non è lavaggio, è investimento” – ha raccontato Abdulaziz, arrivato da Riyadh e intervistato da The Athletic – “Ogni Paese ha diritto di usare il soft power. Quando lo fa la Francia o il Regno Unito nessuno parla. Ma se lo fa l’Arabia Saudita, allora è uno scandalo“.

Alla base di tutto c’è un progetto culturale: normalizzare la presenza saudita nei grandi eventi, rendere familiari volti, nomi, squadre e bandiere. In breve, rendere l’Arabia Saudita protagonista non solo della cronaca, ma dell’immaginario collettivo.

Con Cristiano Ronaldo all’Al Nassr, Benzema e Kanté ingaggiati, e con club di proprietà pubblica controllati al 75% dal PIF, il calcio saudita non è più un’esotica anomalia. È un attore centrale del sistema. Un sistema che la stessa FIFA, sotto la guida di Infantino, ha incentivato e accompagnato.

Nel 2023, l’Arabia Saudita ha ospitato il Club World Cup; nel 2024 ha eseguito il più massiccio programma di acquisti calcistici mai visto; nel 2025, ha battuto il Manchester City sul campo; e nel 2034, ospiterà il Mondiale. Nulla è stato lasciato al caso.

La vittoria dell’Al Hilal non è (solo) una favola sportiva. È un pezzo di un disegno più grande. Un disegno in cui il pallone non rotola più solo per gioco, ma per diplomazia, influenza e potere.

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