Quando pensiamo all’antica Roma, è facile lasciarsi sedurre dall’immagine di una civiltà disinibita, immersa in una libertà sessuale senza confini. Ma questa visione moderna, così affascinante, rischia di essere un’illusione. Guardare ai romani con le nostre lenti culturali ci fa spesso travisare ciò che per loro contava davvero. Per comprendere l’amore, il sesso e il matrimonio nella Roma antica, bisogna prima cambiare prospettiva: non si trattava tanto di orientamento, quanto di potere.
È un’eredità che Roma raccoglie direttamente dalla Grecia, dove l’amore tra uomini era codificato dentro un preciso schema pedagogico e sociale. Ma i romani resero tutto più rigido, più funzionale all’ordine della città e della famiglia. Il sesso era una questione di posizione — e non in senso figurato. Il cittadino maschio libero, al vertice della piramide sociale, poteva legittimamente esercitare la propria virilità su donne, schiavi, liberti e persino adolescenti, purché conservasse sempre il ruolo attivo. Chi penetrava dominava; chi veniva penetrato, per definizione, era subordinato.
Questa dinamica era così radicata da riflettersi perfino sul giudizio morale riservato agli imperatori. Adriano poté avere una relazione appassionata con il giovane Antinoo senza suscitare scandalo, a differenza di Nerone o di Eliogabalo: il primo si fece vedere in abiti da sposa, il secondo arrivò a farsi chiamare “regina”. In entrambi i casi, il problema non era l’attrazione per altri uomini, ma l’aver scardinato i ruoli imposti dall’ordine romano. Essere “passivi” non significava amare in modo diverso, ma vivere fuori dal proprio posto. E questo, in una società così ossessionata dal controllo e dalla gerarchia, era inaccettabile.

Una società fondata sul pater familias
Per capire davvero come funzionavano le relazioni nell’antica Roma, bisogna osservare il matrimonio. Più che un’unione sentimentale, era un patto sociale, spesso stretto tra famiglie per ragioni di prestigio, potere o denaro. Il cuore pulsante dell’ordine romano era la domus, la casa, governata dal pater familias, figura di autorità assoluta su mogli, figli e schiavi. Tutto ruotava intorno a lui.
Questo sistema si reggeva su una precisa divisione dei ruoli. L’uomo stabiliva le regole; la donna le rispettava. Il mito del Ratto delle Sabine, con le donne rapite che finiscono per accettare e difendere i loro nuovi mariti romani, riflette perfettamente questa logica: l’uomo conquista, la donna si adatta. Persino nella cerimonia nuziale, la sposa veniva letteralmente “consegnata” dal padre al marito, e in alcuni casi, simulando persino un rapimento rituale.
Le forme di matrimonio variavano: dalla confarreatio aristocratica, alla coemptio plebea (che in origine era una vera e propria compravendita), fino all’usus, l’unione che nasceva dalla convivenza prolungata. Ma la logica restava la stessa: l’uomo prendeva, la donna entrava nel suo mondo.
Tra le diverse forme di matrimonio previste dal diritto romano, tre spiccano per la loro diffusione e per il modo in cui riflettono la struttura sociale dell’epoca.
La più solenne era la confarreatio, tipica dell’aristocrazia patrizia. Il suo nome deriva da una focaccia di farro (farreum) offerta a Giove durante la cerimonia, simbolo di consacrazione religiosa dell’unione. In questo rito, il padre della sposa passava letteralmente “la mano” della figlia al marito, trasferendogli così la sua autorità (manus), in un gesto che sanciva il completo passaggio della donna da una casa all’altra.
Più pratico e meno solenne era invece il matrimonio per coemptio, diffuso tra i plebei. Il termine significa letteralmente “acquisto”, e non è un caso: l’unione era infatti formalizzata come una sorta di compravendita simbolica della donna, a prescindere dal valore economico effettivo dell’accordo tra le famiglie.
Infine, esisteva la forma più informale e quotidiana: l’usus. In questo caso, non servivano né riti né contratti. Bastava convivere per un anno perché il marito acquisisse, per consuetudine, la mano della compagna, un po’ come accade con l’usucapione dei beni materiali. Anche l’amore, a Roma, poteva essere regolato dalla legge come si fa con i possedimenti.
L’amore? Un lusso per pochi
Il romanticismo, così come lo intendiamo oggi, non era al centro della vita coniugale romana. Non mancavano certo relazioni affettuose – ne troviamo traccia nelle lettere di Plinio il Giovane o negli epitaffi scolpiti sulle tombe – ma erano eccezioni. Più spesso, l’amore si viveva fuori dal matrimonio. E a raccontarlo erano soprattutto i poeti.
Catullo canta il suo amore per Lesbia con parole appassionate, implorando baci, in una delle più celebri liriche della letteratura latina. Ma Lesbia non era una donna libera: era Clodia, moglie infelice di un politico potente. Il loro amore, per quanto travolgente, non aveva futuro.
Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
Carme V
E de’ più rigidi vecchi i rimproveri
Meno d’un misero asse stimiamo.
Tramontar possono gli astri e redire:
Noi, quando il tenue raggio dileguasi,
Dobbiam perpetua notte dormire.
Baciami, baciami, vuo’ che mi baci;
A cento scocchino, a mille piovano
Qui su quest’avida bocca i tuoi baci.
E poi che il numero sfugge a noi stessi,
Baciami, baciami, sì che l’invidia
Non frema al còmputo de’ nostri amplessi.
Anche Ovidio, con la sua Ars Amatoria, ci restituisce un’immagine vivace e libertina dei rapporti amorosi. Ma è Sulpicia, unica voce femminile giunta fino a noi, a offrire uno sguardo davvero raro: quello di una donna innamorata che rivendica il proprio desiderio senza vergogna. La sua storia d’amore con Cerinto, purtroppo, si conclude con un tradimento. Ma le sue parole restano una delle poche testimonianze di soggettività femminile nella Roma antica.
Finalmente è giunto l’amore, un amore tale che per me causa sarebbe di maggior vergogna più la reputazione di averlo tenuto nascosto che non quella di averlo a qualcuno svelato.
Carme I
Invocata dalle mie Camene ispiratrici, Citerea lo ha quivi recato deponendomelo in seno. Venere ha mantenuto le sue promesse; e le mie delizie finiscano pure sulla bocca di colui che sarà detto non averne di proprie:
non m’importa confidare alcunché a tavolette sigillate per tema che qualcuno legga prima del mio amato; ché mi aggrada peccare, e mi dà tedio atteggiare il volto alla buona reputazione: che mi si dica esser stata, io degna di lui, con uno degno di me.
La religione, le leggi e il corpo
Anche gli dèi avevano un ruolo nel regolare la sessualità. Le sei coppie divine dei Dii Consentes, emblemi di un ordine cosmico, riflettevano l’equilibrio – o meglio, lo squilibrio – tra potere maschile e subordinazione femminile. Giove tradiva Giunone senza troppe conseguenze; le dee, al contrario, dovevano essere modello di virtù.
I dodici dèi principali del pantheon romano, noti come Dii Consentes, formavano una sorta di “consiglio supremo” dell’Olimpo latino, guidato da Giove. Erano sei coppie divine — una struttura chiaramente ispirata ai Dodekatheon greci e agli dèi etruschi — che riflettevano l’ordine cosmico e sociale su cui si fondava Roma. Non erano solo figure mitologiche, ma modelli simbolici del comportamento umano, compreso quello sessuale e coniugale.
Queste sei coppie – Giove e Giunone, Nettuno e Minerva, Marte e Venere, Apollo e Diana, Vulcano e Vesta, Mercurio e Cerere – rappresentavano ruoli, equilibri (o squilibri) e relazioni archetipiche, che si riflettevano anche nella vita quotidiana dei romani, rafforzando l’idea di un ordine naturale in cui ciascuno doveva sapersi collocare.
In questo contesto, la castità era una virtù politica. Le Vestali, le sacerdotesse di Vesta, facevano voto di verginità: se infrangevano il giuramento, la punizione era crudele, spesso la morte. Ma fuori da questi ruoli ritualizzati, la sessualità era vissuta con maggiore libertà. I cittadini romani potevano intrattenere relazioni con chi volevano, a patto che non venissero violati alcuni principi fondamentali: non si toccavano le Vestali, non si violentavano cittadini liberi, non si metteva a rischio l’ordine pubblico.
Le feste, come i Lupercalia, celebravano apertamente la fertilità e il desiderio. La prostituzione aveva un posto riconosciuto nella società. Non godeva di rispetto, ma di tolleranza. Il meretricio era considerato un servizio necessario, come pulire le strade o svuotare le latrine. E i rapporti sessuali erano parte della vita quotidiana, l’omosessualità non era mai vista come una “categoria” distinta: ciò che contava era chi dominava e chi si lasciava dominare.

Non esistevano concetti come “diritto al piacere” o “libertà sessuale” come li intendiamo oggi. Esistevano regole non scritte che assegnavano ad ogni corpo, ad ogni gesto, una posizione sociale. Il sesso non era mai neutro, ma espressione di potere: del cittadino sullo schiavo, dell’uomo sulla donna, dell’anziano sul giovane.
Anche nel contesto domestico, le relazioni coniugali erano regolate da ruoli fissi. In caso di dissidi, ci si poteva perfino rivolgere alla dea Viriplaca, una sorta di mediatrice divina, presso il suo tempio sul Palatino. Ma la “pace” era spesso, prevedibilmente, a vantaggio dell’uomo.
E infine, il divorzio
Pur essendo fondato sull’unità familiare, il matrimonio romano non era indissolubile. Il divorzio era comune e socialmente accettato, tanto da diventare frequente in epoca imperiale. Le donne potevano chiedere la separazione, ma solo in certi casi. Più spesso, era il marito ad avere la meglio, anche nella gestione delle conseguenze economiche e sociali.
Con il passare del tempo, il valore simbolico del matrimonio andò affievolendosi. Nell’età imperiale, il calo delle nascite divenne tale da spingere l’imperatore Augusto a promulgare leggi che premiavano le coppie con figli. Il matrimonio si stava svuotando della sua carica sacrale, trasformandosi in un’istituzione sempre più fragile.







