Com’è possibile che gente proveniente da Hong Kong, dal Giappone, dagli Stati Uniti e da ogni angolo del pianeta sia disposta a svegliarsi all’alba per uscire nel gelo e assistere alla cosa forse più tetra del mondo: una mattina d’inverno a Reykjavík? A porsi la domanda, con la sua solita ironia tagliente, è Hallgrímur Helgason, scrittore di culto islandese, celebre per il suo ritratto generazionale 101 Reykjavík.
La verità è che l’aurora boreale esercita un potere quasi magico sull’immaginario collettivo. È quel fenomeno etereo che tutti sognano di vedere almeno una volta nella vita, mentre gli islandesi, non se ne curano un granché. Eppure, fortunatamente per loro, proprio quell’onda di sogni venuti da lontano ha salvato l’Islanda dalla spaventosa crisi del 2008, quando tutte le banche sono saltate in una settimana e l’isola è finita praticamente in bancarotta. La reputazione del Paese era in pezzi e in un gesto di estrema disperazione il governo ha deciso di giocarsi le ultime fiches nella più grande campagna di pubbliche relazioni della storia del paese chiamata Inspired by Iceland.
In molti, allora, storsero il naso. Sembrava che il Paese stesse svendendo se stesso e la propria immagine, eppure funzionò. Fin troppo bene. Invece di spaventarsi di fronte a un Paese eccentrico e vulcanico (in Islanda si contano circa 130 vulcani, 32 dei quali attivi; e come non ricordare l’eruzione del vulcano Eyjafjöll che nel 2010 paralizzò il traffico aereo europeo per giorni?), i turisti arrivarono in massa, travolgendo l’isola in uno tsunami turistico senza precedenti. Si è passati dai circa 500mila visitatori del 2010 a oltre due milioni nel 2024. Una cifra enorme per una nazione di appena 393mila abitanti.
E con i turisti, sono arrivati anche gli aneddoti. L’isola è diventata teatro di scene esilaranti, raccontate con affetto e un pizzico di sarcasmo dagli abitanti. C’è il turista americano che indica una montagna innevata e chiede: “È quello il Polo Nord?“. Oppure l’austriaco che domanda ad una guida, serio: “Se cado nella lava, posso nuotare come al solito?“. Una coppia cinese ha trascorso ore nel parcheggio della compagnia di noleggio auto, guardando tutorial su YouTube per capire come si guida con il cambio manuale. Ma la storia più celebre resta quella della coppia che si precipita alla reception di un hotel chiedendo: “A che ora accendono l’aurora boreale?“.
C’è persino una credenza giapponese che aggiunge poesia al tutto: si dice che un bambino concepito sotto un cielo illuminato dall’aurora avrà una vita piena di successo. Forse è per questo che tante giovani coppie nipponiche vagano, speranzose, tra i ghiacci islandesi. Tra cinquant’anni è probabile dunque che la classe dirigente di Tokyo sarà tutta Made in Iceland.

Nel frattempo, dopo più di un decennio di turismo sfrenato l’Islanda è cambiata. Profondamente. Le vecchie case si sono trasformate in Airbnb. I supermercati si sono rifatti il look per adattarsi ai gusti internazionali. I camerieri somigliano a hipster hamish: barbe lunghe, bretelle, pantaloni con risvolto. Ogni cascata è diventata cornice di matrimoni improvvisati. Gli islandesi si sono reinventati tutti, o quasi, come guide turistiche. E il turismo ha riacceso la vita nelle campagne: i villaggi del nord fanno a gara per fregiarsi del titolo di “capitale del whale watching”, mentre quelli del sud rivendicano fieramente la loro “anima vichinga”.
Ma è soprattutto Reykjavík ad aver subito la maggior trasformazione. Dove una volta si contavano sulle dita di una mano i ristoranti e gli hotel, ora ogni settimana apre un nuovo locale: stile minimalista, legno grezzo, metallo arrugginito, atmosfera da rivista di design nordico.
101 Reykjavík non è solo il codice postale del quartiere più vecchio della città, è anche il romanzo più famoso di Helgason in cui ha raccontato di come oggi quell’autenticità islandese, malinconica e solitaria, è stata inghiottita dalla moda. Il quartiere è diventato il regno di quelli che lui definisce “fighetti hipster“, li chiama lui. Sono loro gli unici, forse, a sapersi godere ancora quella sensazione tutta islandese: quell’uggia nel nevischio in attesa di un autobus in ritardo che all’arrivo schizzerà gelida fanghiglia marrone.
C’è un’espressione che gli islandesi usano spesso: Þetta reddast. Significa più o meno “tutto si sistemerà“. È una filosofia di vita, una forma di resistenza. Chi è nato su quest’isola sa che lamentarsi serve a poco: la natura è più forte di tutto, e in un modo o nell’altro si va avanti. Perciò, anche di fronte a un turismo che ha trasformato l’identità del Paese, nessuno si straccia le vesti. Al massimo, quando un turista chiederà – con occhi pieni di aspettativa – a che ora inizia lo spettacolo dell’aurora boreale, troverà qualcuno che, con un sorriso imperturbabile, gli risponderà: “Stasera comincia alle 23:30 e finisce alle 00:30. I biglietti? Si comprano giù al porto, all’Harpa“.







