Trentaquattro anni. Un’intera generazione. È passato tutto questo tempo dall’ultima volta che il Pisa giocava in Serie A. Un tempo lungo abbastanza da far diventare leggenda una fotografia sbiadita, quella in cui un giovanissimo Diego Pablo Simeone indossa la maglia nerazzurra, con lo sguardo che promette battaglia e una chioma ribelle da cui emerge tutta la fame di un ventenne appena sbarcato dal Sudamerica.
Quella squadra, stagione 1990/91, fu l’ultima ad affacciarsi sull’Olimpo del calcio italiano. Da allora, solo tentativi andati a vuoto, fallimenti, retrocessioni, risalite lente, speranze che sembravano ogni volta troppo fragili per resistere al tempo. Fino a domenica scorsa.

Una promozione che sa di destino
Il verdetto è arrivato da un incrocio di risultati: il Pisa perde 1-0 a Bari, ma lo Spezia, terzo in classifica, cade anche lui. E allora è fatta. Con due giornate d’anticipo, la matematica spalanca le porte della Serie A. I nerazzurri sono di nuovo lì dove sognavano di tornare da più di trent’anni. Non serve nemmeno vincere. A volte il destino si concede il lusso dell’ironia: proprio una sconfitta certifica il trionfo.
Eppure, era nell’aria. Dopo la beffa del 2022 – una finale playoff persa con il Monza dopo una stagione da protagonisti – Pisa aveva rimesso insieme i pezzi. Due stagioni a metà classifica, poi l’arrivo di Filippo Inzaghi. Un nome pesante, ma anche un uomo che conosce bene la fatica di conquistarsi la Serie A partendo dal basso. Lo aveva già fatto a Benevento e a Venezia. A Pisa ha trovato la combinazione giusta: talento giovane, solidità e una tifoseria che non si arrende mai.
Pisa, città di passione e pallone
Ma per capire davvero cosa significa questo ritorno, bisogna andare più indietro. Tornare in un’epoca in cui il calcio era meno azienda e più passione. Quando i presidenti non si misuravano a bilancio, ma a carisma. E a Pisa, carisma voleva dire una sola cosa: Romeo Anconetani.
Non era un uomo qualunque. Era un personaggio da commedia all’italiana, di quelli che sembrano usciti da un film di Monicelli. Religioso e scaramantico, amava portare la squadra in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Montenero, ma intanto spargeva chili e chili di sale sul prato dell’Arena Garibaldi per scacciare la sfortuna. Si dice che prima di un Pisa-Cesena ne abbia buttati ventisei.
Era tutto e il contrario di tutto: severo con i medici (“troppa garza!“), inflessibile con i cuochi (“questa pasta è scotta!“), eppure adorato dalla curva, dove non mancava mai. Organizzava “treni speciali” per i tifosi, li portava in trasferta per diecimila lire come se fosse il tour operator del cuore.

Il suo vero terreno di caccia era il calciomercato. Non aveva capitali da investire, ma aveva fiuto. Si racconta che avesse un archivio cartaceo con più di diecimila nomi, annotati a mano, con commenti e osservazioni. Da lì pescava i suoi futuri campioni. Come Simeone, appunto. Arrivato a Pisa nel 1990 grazie a un fax: una manciata di foto in bianco e nero, un nome, una riga di descrizione. “Questo ha la faccia giusta“, disse. E lo comprò.
O come Dunga, che qualche anno dopo avrebbe alzato la Coppa del Mondo da capitano del Brasile. O ancora Henrik Larsen, che trionfò all’Europeo con la Danimarca. E poi italiani come Michele Padovano, che a Pisa si guadagnò la chiamata del Napoli, e Alessandro Calori, che dieci anni dopo segnò quel gol sotto il diluvio di Perugia che consegnò lo scudetto alla Lazio.
Anconetani aveva fondato un piccolo impero calcistico, con le sue regole, il suo linguaggio e la sua magia. E lo aveva fatto senza sponsor, senza finanziatori, con una radiolina in mano e la fede incrollabile che anche una piccola città toscana potesse tenere testa ai giganti.
“Berlusconi ha il mondo, io ho il calcio. E qui comando io“, diceva. E ci credeva davvero.
Quando morì, nel 1999, il calcio era già cambiato. Ma il suo nome restò incollato allo stadio, che oggi si chiama Arena Garibaldi – Romeo Anconetani. Una dedica che non è solo un ricordo: è un monito. Pisa non dimentica. E anche se oggi la squadra è gestita da una proprietà americana, con progetti a lungo termine e budget pianificati, l’anima resta la stessa.
L’anima di una città che soffre, ama, canta, e sogna. Una città che non si accontenta del ruolo da comparsa e che, appena può, si infila di nuovo nel grande ballo del calcio che conta. A modo suo. Con passione, con rabbia, con tutto il cuore.
E adesso che la Serie A è di nuovo casa, viene da chiedersi cosa direbbe il Presidente. Forse sorriderebbe, poi si avvicinerebbe al campo e spargerebbe una manciata di sale, giusto per non perdere il vizio. O forse si metterebbe in curva, a cantare con gli ultras, proprio come quella volta a Cremona, quando il Pisa vinse la partita della vita.
In fondo, il Pisa non è solo tornato in Serie A. Ha ritrovato se stesso. E Romeo, da lassù, starà pensando che sì, ce l’hanno fatta ancora. A modo loro. Con la faccia giusta.







