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I gatti nel Medioevo

Durante il Medioevo i gatti vennero legati all’immaginario della stregoneria e del diavolo. Se in passato, civiltà come quella cinese, egizia o romana li avevano apprezzati e rispettati, nell’Europa del XIII secolo il loro ruolo si era ridotto a quello di “spazzini” contro ratti e topi. Amati? Non proprio. Erano tollerati solo per pura convenienza.

Questa caduta di status fu in gran parte responsabilità della Chiesa, che contribuì a farli diventare simboli delle forze oscure. In un clima in cui si combattevano le vecchie credenze pagane, anche il povero gatto finì quindi per essere visto come un alleato delle tenebre. Come osserva lo studioso Desmond Morris:

I bigotti di ogni religione hanno spesso usato l’espediente di trasformare gli eroi delle fedi precedenti in nemici, per rafforzare la propria autorità. Così, l’antico dio con le corna venne trasformato nel diavolo del Cristianesimo, e il gatto, sacro e venerato in Egitto, divenne il famigerato compagno delle streghe dell’Europa medievale. Questo segna l’inizio del periodo più buio nella lunga storia del rapporto tra il gatto e l’essere umano. Per secoli fu perseguitato, spesso con il beneplacito della Chiesa.

L’antico prestigio del gatto

La venerazione del gatto nell’antico Egitto è ben documentata. Secondo Erodoto, in caso d’incendio, gli Egizi cercavano prima di tutto di mettere in salvo i propri gatti, e solo in seguito tentavano di domare le fiamme. Quando uno di loro moriva, la famiglia osservava veri e propri rituali di lutto, come se fosse scomparso un parente: venivano mummificati con lino pregiato e sepolti con onori.

Il gatto era associato alla dea Bastet, divinità del focolare, della casa, delle donne e dei segreti femminili. Bastet era tra le più amate del pantheon egizio, poiché prometteva pace domestica e prosperità. Ogni anno, migliaia di fedeli si recavano a Bubastis per celebrarla. Tanto era il rispetto per questa dea che, nel 525 a.C., a Pelusium, l’esercito egizio preferì arrendersi ai Persiani piuttosto che rischiare di ferire i gatti che questi avevano radunato davanti alle mura.

Gli Egizi erano così gelosi dei loro gatti da punire con la morte chi tentava di portarli fuori dal regno. Nei porti, squadre speciali controllavano ogni nave in partenza per evitare “fughe feline”. Eppure, evidentemente qualcuno ci riuscì lo stesso. Probabilmente furono i marinai fenici, maestri del commercio e signori dei mari, a favorirne la diffusione.

Anche se in Grecia e a Roma i gatti non venivano venerati come divinità, erano comunque benvoluti. I Greci li apprezzavano per la loro abilità nel cacciare i topi e li tenevano in casa. I Romani, invece, preferivano le donnole come “disinfestatori”, ma riservavano comunque coccole e affetto ai gatti domestici. Autori latini e raffigurazioni funerarie raccontano di famiglie affrante per la perdita del loro micio, trattato quasi come un figlio.

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La dea Bastet, rappresentata con il volto di un felino

Gatti, donne ed Ebrei: i bersagli perfetti della paura medievale

Con il tempo, i gatti non solo furono associati al male, ma finirono anche coinvolti in tutta una rete di pregiudizi culturali e religiosi. I Fenici, che viaggiavano per tutto il Mediterraneo, diffondevano non solo merci, ma anche miti e leggende. Tra queste, la figura della dea greca Ecate — e della sua versione romana, Trivia — ebbe un ruolo centrale nella nuova fama oscura dei gatti. Ecate era la dea della morte, della magia, della notte e dei fantasmi. Si diceva che i cani potessero percepire il suo arrivo e ululassero per annunciarlo.

Ma c’era anche un racconto molto popolare che collegava Ecate direttamente ai gatti: la storia di Galinzio, una serva che aveva aiutato Alcmena a dare alla luce Eracle (il nostro Ercole). Era, moglie di Zeus e nota per la sua gelosia, punì Galinzio trasformandola in un gatto e mandandola a servire Ecate negli inferi. Questo mito, diffuso soprattutto grazie alle Metamorfosi di Antonino Liberale, circolò per secoli, passando di bocca in bocca anche nel Medioevo.

E anche se la gente comune non sapeva leggere, poco importava: queste storie si trasmettevano oralmente, nei villaggi, attorno al fuoco, o tramite sermoni domenicali. L’idea del gatto come creatura misteriosa, legata alle tenebre e alla magia, divenne così sempre più radicata.

A peggiorare la situazione c’era l’associazione dei gatti con le donne — un’eredità dell’antico Egitto. Nel Medioevo, però, la figura femminile non era affatto ben vista. Prima della diffusione del culto della Vergine Maria e della nascita dell’amor cortese, le donne erano considerate creature peccaminose per natura, eredi di Eva e colpevoli della caduta dell’umanità. In questo contesto, donne e gatti formavano una coppia “perfetta” per alimentare sospetti di stregoneria.

Come se non bastasse, anche gli Ebrei finirono nel mirino. Accusati di essere gli “uccisori di Cristo”, vennero spesso rappresentati come adoratori dei gatti. Alcuni sostenevano addirittura che potessero trasformarsi in questi animali per entrare nelle case dei cristiani e lanciare maledizioni, o che crocifiggessero i felini in riti blasfemi. In un mondo dominato da una cultura profondamente patriarcale e carica di pregiudizi, il gatto divenne così una delle creature più detestate in assoluto.

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Illustrazione medievale di un gatto braccato

I gatti come strumenti divinatori

Nonostante tutto, continuavano ad avere un certo “utilizzo pratico”. Oltre a tenere lontani topi e ratti — cosa sempre molto apprezzata in case, granai e persino sulle navi — venivano anche usati per predire il futuro: osservando i loro movimenti, si cercava di trarre presagi. Questa pratica, chiamata ailuromanzia, era piuttosto diffusa. Se un gatto si comportava in modo strano, era segno che stava per accadere qualcosa: forse stava arrivando un temporale o magari un ospite inatteso.

Ma l’ailuromanzia aveva anche risvolti molto più oscuri. In Scozia, ad esempio, si praticava un rito chiamato taghairm, andato avanti fino al XVI secolo, che consisteva in una delle torture più crudeli e assurde: si legava un gatto vivo a uno spiedo e lo si arrostiva lentamente su una fiamma. Le sue urla — secondo la credenza — avrebbero attirato il diavolo in persona, che, mosso a pietà, sarebbe intervenuto per salvarlo. A quel punto, chi compiva il rituale gli chiedeva qualcosa in cambio, come una visione del futuro. Solo dopo aver ottenuto la promessa, la sofferenza del gatto veniva interrotta.

Come se non bastasse, ci si mise anche la Chiesa ufficiale ad alimentare queste convinzioni. Il cronista medievale Walter Map, vissuto tra il 1140 e il 1210, raccontava che alcuni gruppi eretici — come i Patarini e i Catari — praticavano riti oscuri che coinvolgevano l’adorazione di un grande gatto nero. Questo un estratto del suo racconto:

Alla prima veglia della notte, con le porte, gli ingressi e le finestre chiuse, le famiglie si siedono in silenzio, ognuna nella propria “sinagoga”, e aspettano. E in mezzo a loro arriva, appeso a una corda, un gatto nero di grandi dimensioni. Non appena vedono questo gatto, le luci vengono spente. Non cantano o recitano inni in modo distinto, ma li mormorano a denti stretti e tastano nel buio verso il punto in cui hanno visto il loro signore e, quando lo trovano, lo baciano, nel modo più umile a seconda della loro follia, chi sulle zampe, chi sotto la coda, chi sui genitali. 

Questa storia, probabilmente scritta con intenti satirici, divenne comunque molto popolare, tanto che, anni dopo, contribuì a ispirare un documento ufficiale: la Vox in Rama, una bolla papale emessa da Papa Gregorio IX nel 1233. In risposta ai resoconti dell’inquisitore Konrad von Marburg, il papa condannò apertamente i gatti — in particolare quelli neri — come creature diaboliche. Anche se questa bolla non fu diffusa ovunque, il messaggio arrivò forte e chiaro: per la Chiesa, i gatti erano creature sospette, pericolose, e degne di essere eliminate.

E come spesso accade, le parole dall’alto si trasformarono in azioni concrete nelle campagne e nei villaggi: sermoni, chiacchiere, sospetti e… persecuzioni. Le donne anziane che vivevano da sole con un gatto divennero, in particolare, bersagli ideali.

Una donna anziana che viveva da sola, senza parenti che potessero aiutarla, spesso aveva come caro amico e unico compagno un gatto. Il gatto e la vecchia stavano sempre insieme e il gatto si divertiva a giocare mentre lei lavorava, soprattutto quando lei cercava di spazzare il giardino con una scopa di ramoscelli. Qualsiasi abitante del villaggio, nascosto tra i cespugli in cerca di prove di stregoneria, poteva vedere il gatto balzare sul fascio di ramoscelli e fare un giro sul terreno sconnesso, e scopa e gatto spostarsi in aria per l’impatto con una pietra nascosta. In quello stesso momento, in un castello vicino, un altro gatto amato poteva fare lo stesso giro giocoso sullo strascico di seta della sua padrona, mentre andava da una finestra allo specchio, con i presenti che sorridevano affettuosamente a quello spettacolo. Ma c’erano sorrisi anche sui volti di quegli abitanti del villaggio che spiavano e correvano a casa riferendo di avere le prove di una stregoneria. 

Virginia C. Holmgren

Il ritorno del gatto

Con il passare dei secoli, il destino dei gatti cominciò lentamente a cambiare. Dopo quasi 500 anni di persecuzioni, qualcosa si mosse con l’arrivo della peste nera nel 1348. Per lungo tempo si è detto che il massacro dei gatti, seguito alla Vox in Rama di Papa Gregorio IX, avesse indirettamente favorito la diffusione della peste, perché con meno gatti aumentavano i topi. Anche se questa teoria non è del tutto confermata, è certo che in quel periodo i roditori proliferarono, e questo non aiutò di certo.

Peccato che all’epoca nessuno sapesse che la peste era causata da un batterio, lo Yersinia pestis, trasmesso dalle pulci dei ratti. La spiegazione ufficiale era che si trattasse di una punizione divina per i peccati dell’umanità. I gatti, ancora una volta, vennero visti come simboli del male e continuarono ad essere maltrattati e uccisi.

Lo storico Desmond Morris racconta che addirittura nel 1658, Edward Topsel, autore di un’enciclopedia sulla natura, scriveva che “i famigli delle streghe appaiono solitamente nella forma di gatti” e che questi animali erano “pericolosi per l’anima e il corpo“.

Fu solo nel XVIII secolo, con l’Illuminismo, che le cose iniziarono a cambiare davvero. Con il declino del potere della Chiesa, la gente cominciò a mettere in discussione molte credenze antiche, compresa quella secondo cui i gatti fossero creature demoniache. Pian piano, si tornò a considerarli per quello che erano sempre stati: affettuosi, intelligenti e ottimi compagni.

Ma fu solo nell’epoca vittoriana che il gatto tornò davvero a brillare. A guidare il cambiamento fu niente meno che la regina Vittoria. Grande appassionata di cultura egizia, adottò due gatti persiani blu e si fece conoscere come amante e allevatrice di gatti da esposizione. E quando una regina ama i gatti, il resto del Paese non può che seguirla.

Grazie alla sua influenza e alla stampa che ne raccontava ogni passione, i gatti tornarono in auge. In America, la rivista Godey’s Lady’s Book, molto popolare all’epoca, diffuse il suo amore per i felini, mentre scrittori come Sarah Josepha Hale e Mark Twain ne lodavano le qualità e la compagnia.

Alla fine del XIX secolo, l’immagine medievale del gatto — demoniaco, inquietante, stregonesco — era ormai superata. Al suo posto, si affermava quella che oggi conosciamo bene: il gatto come tenero, indipendente e affezionato membro della famiglia. Un ritorno alle origini.

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