Crisi India-Pakistan: la rivalità che rischia di incendiare il mondo

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Illustrazione: Newsweek/Getty Images

Un tempo, la differenza tra India e Pakistan appariva netta: da un lato la più grande democrazia del mondo, laica e pluralista; dall’altro, uno stato militare fortemente influenzato dall’ideologia islamica e da decenni di governo autoritario. Oggi, nonostante una retorica pubblica ancora intrisa di ostilità reciproca, i due Paesi si rispecchiano in dinamiche di potere sempre più simili. Entrambe le leadership, infatti, si legittimano attraverso la repressione del dissenso interno, il controllo dei confini e il ricorso a narrazioni suprematiste che alimentano le rispettive basi nazionaliste. Una convergenza pericolosa, che contribuisce a intensificare la spirale di accuse e provocazioni tra Nuova Delhi e Islamabad.

Questo schema si è reso evidente nelle settimane successive al brutale attacco terroristico di Pahalgam, in Kashmir, dove un commando di militanti ancora non identificati ha ucciso 26 persone (25 turisti e un residente locale, intervenuto per difendere i primi) quasi tutte indù, dopo aver chiesto loro di dichiarare pubblicamente la propria fede o recitare la kalma, la professione di fede islamica. L’attacco ha colpito nel cuore il fragile tessuto turistico della valle di Baisaran, alimentando sgomento e rabbia in tutta l’India.

Cinque giorni prima del massacro, il generale Asim Munir, capo delle Forze Armate pakistane, aveva pronunciato un discorso infuocato a Islamabad, nel quale aveva rilanciato le fondamenta ideologiche dello Stato pakistano: la contrapposizione insanabile tra musulmani e indù, e l’indissolubile legame del Pakistan con la causa kashmira, descritta come “vena giugulare” della nazione. Un linguaggio che, seppur ricorrente nella retorica militare pakistana dagli anni Cinquanta, ha assunto un tono ancora più radicale e perentorio, proprio alla luce della crisi interna che attraversa l’establishment pakistano dopo l’incarcerazione dell’ex premier Imran Khan, il leader politico più popolare del Paese.

Le relazioni tra India e Pakistan, conflittuali sin dalla nascita di quest'ultimo nel 1947, sono segnate dalla traumatica partizione che provocò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Il principale motivo di scontro resta la regione del Kashmir, a maggioranza musulmana ma annessa all’India, che ha causato tre guerre (1947-48, 1965, 1999) e continui episodi di violenza. Attualmente, la regione è divisa tra India, Pakistan e Cina, secondo l’Accordo di Simla.

Oltre al Kashmir, altre dispute alimentano la rivalità, tra cui controversie sulle risorse idriche, confini contesi, competizione commerciale e contrasti sull’influenza politica nella regione, specie in Afghanistan. Islamabad accusa Nuova Delhi di sostenere separatismi interni al Pakistan, mentre l’India denuncia il supporto pakistano a gruppi jihadisti responsabili di attacchi terroristici nel territorio indiano.

Sul piano politico, il Pakistan considera la rivalità con l’India una priorità strategica, mentre Nuova Delhi, sempre più protagonista sulla scena globale, guarda oltre le tensioni regionali, puntando a consolidare la propria posizione nel G20 e nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nonostante la diffidenza reciproca, la pressione internazionale, almeno fino all'attentato di Pahalgam, ha spinto entrambi a evitare guerre aperte, come dimostrato dalla mancata escalation dopo l’attentato di Mumbai.

In India, l’attentato di Pahalgam ha innescato una reazione immediata. Il premier Narendra Modi ha sfruttato l’emozione nazionale per consolidare ulteriormente la sua posizione di uomo forte, pronunciando un discorso durante un comizio elettorale in cui ha promesso di “inseguire i terroristi fino ai confini del mondo“, utilizzando l’inglese come a rivolgersi alla comunità internazionale. E la risposta militare non si è fatta attendere: nella notte tra l’8 e il 9 maggio, l’esercito indiano ha colpito nove obiettivi in territorio pakistano, spingendosi ben oltre le linee del Kashmir conteso e centrando installazioni nel Punjab, il cuore politico e militare del Pakistan, dove si trovano Lahore e Rawalpindi, sede del quartier generale delle Forze Armate.

Questo ulteriore allargamento del teatro operativo rappresenta una svolta nella strategia di deterrenza punitiva perseguita da Modi dal 2019, quando, in risposta a un altro attentato terroristico in Kashmir, l’India colpì Balakot, nella provincia pakistana di Khyber-Pakhtunkhwa. Oggi, l’obiettivo dichiarato è mostrare forza senza però varcare la soglia di una guerra aperta, bilanciando provocazioni con dichiarazioni di moderazione, nel tentativo di contenere la spirale bellica senza rinunciare al proprio posizionamento nazionalista.

Dal canto suo, il Pakistan ha risposto nel solco della sua tradizionale strategia asimmetrica, sostenendo indirettamente gruppi armati che operano in Kashmir per fomentare la divisione religiosa e destabilizzare l’India dall’interno. Questo approccio, adottato sistematicamente dagli anni Ottanta dopo la sconfitta subita nel 1971 che portò alla nascita del Bangladesh, si fonda sull’idea che un’India frammentata da conflitti interni sia più vulnerabile e meno incline a rivendicare il ruolo di potenza globale. Un calcolo che trova un insospettabile alleato nella crescente influenza del nazionalismo indù, promosso e normalizzato da Modi e dal suo partito. Le ricadute sono evidenti: subito dopo l’attacco di Pahalgam, in diverse città indiane si sono verificati episodi di violenza contro la comunità musulmana, mentre il governo ha lanciato l’Operazione Sindoor, un nome intriso di simbolismo religioso indù, accrescendo ulteriormente la polarizzazione confessionale.

La crisi attuale, per portata ed estensione, supera quella del 2019, quando l’intervento degli Stati Uniti contribuì a scongiurare un’escalation nucleare. Oggi, però, l’assenza di mediazioni efficaci, il disinteresse degli Stati Uniti per le sorti del Pakistan – ormai abbandonato nelle mani della Cina, suo principale fornitore militare – e la crescente autarchia politica di Modi rendono la situazione ancora più esplosiva. Mentre le principali città indiane e pakistane si preparano a nuovi attacchi, blackout di prova oscurano Mumbai e Nuova Delhi, alimentando un senso di vulnerabilità mai percepito da generazioni.

Molti media hanno iniziato a descrivere le ostilità come una guerra. India e Pakistan sembrano competere per il predominio dell’escalation, e avviarsi verso la catastrofe, senza una via d’uscita in vista.

Le 5 dinamiche interne che alimentano la crisi tra India e Pakistan

1. Nazionalismo speculare e autoritarismo crescente

India e Pakistan, pur mantenendo retoriche opposte, si muovono ormai su binari paralleli: repressione interna, controllo dei confini e rafforzamento di narrazioni suprematiste che trasformano ogni crisi in un’occasione per consolidare il consenso interno.

2. La crisi della democrazia in entrambi i Paesi

Se in Pakistan l’esercito rimane l’istituzione dominante, reprimendo la società civile e incarcerando il leader popolare Imran Khan, in India il governo Modi ha eroso spazi democratici e pluralismo, rafforzando il controllo autoritario sul Kashmir e alimentando la polarizzazione religiosa.

3. Kashmir: terreno di scontro simbolico e strategico

Per entrambi i governi, il Kashmir non è solo una questione territoriale, ma un potente strumento di legittimazione politica interna. Ogni crisi nella regione diventa funzionale a rafforzare l’immagine di forza e a distrarre l’opinione pubblica da crisi interne ed economiche.

4. La deriva religiosa come collante del consenso

L’establishment pakistano fa leva sulla retorica islamista per giustificare la sua postura aggressiva, mentre il governo indiano utilizza il nazionalismo indù per marginalizzare i musulmani e soffocare ogni spazio di mediazione. I due estremismi si alimentano a vicenda.

5. Isolamento internazionale e spostamento degli equilibri geopolitici

Il disimpegno degli Stati Uniti nei confronti del Pakistan e l’allineamento totale di Islamabad alla Cina hanno svuotato di contenuti ogni possibile pressione diplomatica. Nel contempo, Modi gode di un’accoglienza calorosa da parte delle potenze occidentali, che gli consente di ignorare ogni invito alla moderazione.

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