shanghai haipai

Perché negli anni Trenta Shanghai era chiamata la “Parigi d’Oriente”?

Negli anni Trenta del XX secolo, Shanghai non era solo una metropoli in crescita: era un luogo leggendario, sospeso tra realtà e mito, che guadagnò il soprannome di “Parigi d’Oriente”. Ma quel paragone con la capitale francese non si limitava all’estetica. Era qualcosa di più profondo: uno stile di vita sofisticato, decadente e moderno che faceva di Shanghai una delle città più vibranti (e contraddittorie) del mondo.

Ma per capire come si arrivò a quel fermento, bisogna tornare indietro di quasi un secolo, al 1842. Dopo la sconfitta nella Prima Guerra dell’Oppio, la Cina fu obbligata a firmare il Trattato di Nanchino, aprendo le porte al commercio occidentale. Da villaggio fluviale, Shanghai si trasformò rapidamente in uno dei cinque porti “trattati” con accesso privilegiato agli stranieri. Inglesi, francesi e americani si ritagliarono porzioni di città — le cosiddette concessioni — dove facevano valere le proprie leggi, gestivano affari, costruivano palazzi e importavano abitudini. Nacque così una Shanghai divisa ma coesa, un mosaico di culture che la rese un unicum nel panorama asiatico: cosmopolita, multiculturale e piena di energia.

Negli anni Venti e Trenta, la città esplose in una vitalità fuori dal comune. Vie come il Bund erano costellate di edifici in stile neoclassico ed Art Deco, banche, hotel di lusso, tram e insegne al neon. Ma era di notte che Shanghai si accendeva davvero. I locali notturni pullulavano di jazz band, ballerine in abiti luccicanti e clientela internazionale. Il Paramount, costruito nel 1933, era la sala da ballo più famosa dell’Asia, frequentata da stelle del cinema, uomini d’affari, diplomatici, ma anche gangster e spie. A pochi passi c’era il Ciro’s, con fontane, giardini e perfino l’aria condizionata centralizzata: un lusso raro in quegli anni.

Questa miscela di Oriente e Occidente, di modernità e tradizione, diede vita a una cultura tutta sua: lo stile Haipai — letteralmente “corrente di Shanghai”. Lo Haipai rifletteva lo spirito libero, aperto e modernista della città. Era visibile ovunque: nell’abbigliamento femminile, con qipao dalle linee più audaci e moderne; nella pubblicità, che usava illustrazioni raffinate e testi bilingue; nella letteratura urbana, nei romanzi a puntate e nel cinema che raccontava storie di donne indipendenti, detective internazionali e amori metropolitani. A differenza delle élite conservatrici di Pechino, gli intellettuali e artisti di Shanghai sperimentavano, osavano, contaminavano. Qui le donne guidavano automobili, frequentavano le università e lavoravano come attrici o giornaliste. Tutto sembrava possibile.

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Ma sotto quella patina scintillante di luci, musica e modernità, Shanghai nascondeva un volto decisamente più oscuro. La criminalità organizzata non solo era presente: era parte integrante del sistema. Interi settori economici, dal traffico di oppio al gioco d’azzardo, erano in mano alla famigerata Green Gang, una rete mafiosa potente e radicata, guidata da personaggi entrati nel mito come Du Yuesheng. Il confine tra affari e illegalità era sottile, quasi invisibile. Corruzione, estorsioni e giustizia comprata erano la norma in una città dove coesistevano ricchezza sfacciata e miseria estrema.

Il mercato del sesso era altrettanto spietato. Le yeji, letteralmente “polli selvatici”, erano prostitute di strada, spesso poco più che adolescenti, molte rapite o vendute da famiglie povere. Si stima che fossero decine di migliaia. Quartieri come Blood Alley, nel cuore della Concessione Francese, erano labirinti caotici di bar malfamati, bordelli e traffici clandestini, frequentati da militari, marinai, avventurieri e criminali di ogni nazionalità.

Eppure, malgrado tutto, Shanghai manteneva un’energia magnetica, quasi ipnotica. Era una città che non si lasciava domare, dove le tensioni politiche e le minacce esterne sembravano scivolare via sullo sfondo di un dinamismo incessante. Fino al 1937. L’invasione giapponese, con i suoi bombardamenti e l’occupazione militare, non solo cambiò il volto della città: mise fine per sempre alla sua età dell’oro.

II bombardamenti devastarono interi quartieri, le luci si spensero e con l’occupazione giapponese calò il sipario sulla stagione più sfavillante della città. Poco dopo, con l’ingresso del Paese nella Seconda Guerra Mondiale e l’attacco a Pearl Harbor, anche le ultime concessioni straniere vennero progressivamente cancellate. Il controllo giapponese divenne totale, e Shanghai perse ciò che la rendeva unica: la sua dimensione internazionale, libera e sfacciata.

Ma il colpo di grazia arrivò nel 1949, con la vittoria dei comunisti. L’atmosfera frizzante e decadente della città fu spazzata via. I locali chiusero, il jazz fu bandito, la borghesia zittita. Shanghai divenne un centro industriale controllato, sobrio, grigio. Quel mix esplosivo di Oriente e Occidente, lusso e disordine, creatività e trasgressione sembrò scomparso, sepolto sotto ideologie rigide e una nuova idea di nazione.

Eppure, qualcosa è rimasto. O forse, non se n’è mai andato davvero. La vecchia Shanghai continua ad abitare l’immaginario collettivo: ritorna nei film, nei romanzi, nelle fotografie sbiadite di dive in qipao e serate al Paramount. Lust, Caution di Ang Lee, le pagine malinconiche di Eileen Chang, le immagini dei cabaret anni Trenta: tutto racconta di una città irripetibile. La Parigi d’Oriente non c’è più, ma il suo fascino resiste — come un riflesso dorato che il tempo non è riuscito a cancellare.

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