Perché non ci basta essere semplicemente “normali”? In una società che ci bombarda quotidianamente con istruzioni su come diventare più felici, più in forma, più ricchi, il perfezionismo non è solo un atteggiamento individuale, ma una patologia culturale.
Josh Cohen, psicoanalista e docente di letteratura alla Goldsmiths University di Londra, ha raccontato un episodio della sua carriera universitaria emblematico di come il perfezionismo possa essere devastante. Vent’anni fa, quando insegnava letteratura americana dell’Ottocento, si trovò a tenere un corso in cui la maggior parte degli studenti si mostrava apatica, svogliata, incapace di apprezzare Melville o Emerson. Ma tra loro c’era Roy: brillante, intensamente coinvolto, capace di leggere con intelligenza e passione testi che i suoi coetanei trovavano impenetrabili.
Alla fine del semestre, mentre gli altri studenti consegnavano elaborati banali, Roy si presentò nello studio di Cohen chiedendo una proroga. Nonostante gli fosse stato spiegato che senza un certificato medico avrebbe subito una penalizzazione, Roy continuò a supplicare. Aveva già scritto il saggio, confessò, ma lo riteneva talmente brutto da non poterlo consegnare. Alla fine, lo consegnò con un giorno di ritardo e, malgrado la penalità, ottenne comunque un punteggio elevato. Negli anni successivi, Roy continuò ad eccellere accademicamente, ma con un prezzo sempre più alto: lavori consegnati in ritardo, crisi d’ansia, insonnia. Quando Cohen lo vide con un’eruzione cutanea sul viso, unghie mangiate fino alla carne viva, dita infiammate, lo indirizzò al servizio di consulenza universitaria. Lo studente inizialmente rifiutò, ma poi si convinse solo perché il supporto psicologico gli consentiva di ottenere proroghe più lunghe.
La sua tesi finale fu posticipata di mese in mese, fino a gennaio. A dicembre, Cohen lo incontrò nuovamente: il giovane era trasandato, lo sguardo perso nel vuoto. Disse di aver scritto la tesi, di averla letta e… di averla cancellata. Più di 20.000 parole eliminate, perché non degne del suo relatore. Da quel momento, Roy non consegnò più nulla né si fece più sentire.
Uno dei testi assegnati nel corso di Cohen era La voglia (The Birth-Mark) di Nathaniel Hawthorne, un racconto del 1843. Vi si narra la storia di Aylmer, un giovane scienziato che sviluppa un’ossessione crescente per un dettaglio apparentemente insignificante: una minuscola voglia rossa sulla guancia della sua bellissima moglie, Georgiana. Quella lieve imperfezione, ai suoi occhi, si trasforma presto in un’oscena macchia, una minaccia alla purezza ideale della bellezza. Non riesce a tollerare che qualcosa si frapponga tra lui e la perfezione assoluta che crede di vedere in lei.
Per Aylmer, quel segno non è solo una questione estetica: diventa il simbolo stesso della condizione umana, del peccato, della sofferenza e della mortalità. È convinto che quel neo rappresenti il “difetto fatale dell’umanità“: il richiamo inevitabile alla caducità e alla corruzione. E Georgiana, inizialmente ignara del potere che quel pensiero avrebbe esercitato su di lei, finisce per assorbirne l’ossessione. Nello specchio deformante dello sguardo del marito, impara a considerarsi imperfetta. Lo supplica di cancellare ciò che la Natura, a suo dire, ha lasciato incompiuto.
L’uomo la sistema in una stanza appartata, un boudoir nascosto accanto al laboratorio. Lì, isolata dal mondo, Georgiana viene sottoposta a una serie di trattamenti alchemici, mentre il marito lavora febbrilmente a un elisir in grado di purificarla. Nei momenti di solitudine, lei legge i suoi diari, scoprendo un elenco sconfortante di fallimenti:
Per quanto avesse realizzato, non poteva fare a meno di osservare che i suoi successi più splendidi erano quasi invariabilmente dei fallimenti, se confrontati con l’ideale a cui aspirava.
Eppure, Georgiana non riesce a vedere la verità più evidente: quell’ossessione per il suo difetto è il riflesso della frustrazione di Aylmer per i propri limiti, per l’incapacità di raggiungere un ideale che lo ossessiona. Invece di riconoscere tale proiezione, interpreta la sua fissazione come una forma estrema d’amore. Alla fine, Aylmer le offre una pozione misteriosa, che lui descrive come simile all’acqua di una fonte celeste. Georgiana la beve. Il segno sparisce dalla sua guancia, ma in quello stesso momento la vita abbandona il suo corpo.
Cohen vede in questa storia un’allegoria potente del perfezionismo: un desiderio autodistruttivo di eliminare ogni imperfezione, anche a costo della vita stessa. Nell’immaginario collettivo di oggi, modificare le dimensioni di un naso o di un seno è diventato più di un semplice intervento estetico: rappresenta la proiezione concreta di un sogno irraggiungibile, la promessa illusoria di un futuro finalmente perfetto. In una società dove il corpo è spesso trattato come un progetto da ottimizzare, questa trasformazione chirurgica incarna una delle più diffuse fantasie perfezioniste.
Ma il culto della perfezione non si ferma al corpo. Si insinua in ogni angolo della vita quotidiana, alimentato da un’economia dell’aspirazione. Matrimoni da copertina, case impeccabili, vacanze da sogno affollano i cartelloni pubblicitari, scorrono sui feed dei social e riempiono gli spot televisivi. Ovunque, immagini curate fin nei minimi dettagli promettono una vita migliore. Il risultato è un malessere diffuso: invidia, senso di inadeguatezza, desiderio frustrato. Miliardi di spettatori, esposti a questi standard irrealistici, si sentono costantemente in difetto, come se la felicità fosse sempre un passo più in là, dietro l’ennesimo filtro, l’ennesimo acquisto, l’ennesimo perfezionamento di sé.
Con l’inizio del lockdown, molti hanno iniziato ad allentare le rigide aspettative perfezionistiche che si erano imposti nel tempo. Le istituzioni e le aziende, costrette a ripensare alle proprie dinamiche, si sono adattate rapidamente al lavoro da casa, e per la prima volta in anni molte persone hanno sperimentato una pausa reale: una sospensione dal carico incessante di impegni, dalla sorveglianza costante, dai ritmi frenetici. In quello spazio inaspettato, hanno trovato l’opportunità di ricalibrare le proprie priorità.
Alcuni hanno riscoperto piaceri semplici, troppo a lungo trascurati: cucinare con lentezza, passeggiare senza meta, leggere per il solo gusto di farlo, chiacchierare con il partner o giocare con i figli. Per un momento, è sembrato che si riconnettessero con loro stessi e con la propria quotidianità in modo più autentico. Molti apparivano persino più sereni nei loro rapporti affettivi, come se il rallentamento collettivo avesse creato un varco di leggerezza nella pressione sociale del dover essere.
Ma quello che sappiamo del perfezionismo è che, come tutti i virus, si adatta. Tutti, chi prima chi dopo, sono tornati alla frustrazione del periodo pre-Covid.
Ma quello che sappiamo del perfezionismo è che, come tutti i virus, si adatta.
La tregua, seppur momentanea, dallo zelo perfezionista durante il lockdown, seguita dal suo inesorabile ritorno, suggerisce che il perfezionismo non sia soltanto un’abitudine culturale o un tratto della personalità, ma piuttosto un elemento profondo e persistente dell’esperienza umana. A ben guardare, i grandi racconti fondativi delle civiltà sembrano già contenerlo. La Bibbia, ad esempio, apre con la caduta di Adamo ed Eva: creature divinamente plasmate che, cedendo al peccato, scivolano nella mortalità. Una narrazione che mette fin dall’inizio in scena la perdita di una perfezione originaria e il conseguente tentativo, eterno, di ritrovarla.
Ma la religione non è solo un progetto di redenzione. È anche, e forse soprattutto, un dispositivo per farci accettare la nostra condizione di esseri imperfetti. L’impegno religioso verso il miglioramento morale e spirituale convive da sempre con una consapevolezza cupa ma fondamentale: la perfezione appartiene solo a Dio, e ogni pretesa umana di raggiungerla è, per definizione, sacrilega.
Nei testi sacri e nei miti, i mortali che tentano di elevare se stessi allo status divino – come gli architetti della Torre di Babele o Prometeo che ruba il fuoco – vengono invariabilmente puniti. Nell’immaginario religioso, dunque, l’idea stessa di perfezione umana è un atto di hybris, una bestemmia contro l’ordine cosmico. Ma con l’avvento della modernità e dell’industrializzazione, i vincoli religiosi si sono gradualmente allentati. Nietzsche, quando affermava che Dio è morto, osservava che, privati del fondamento divino, gli uomini non avevano tuttavia smesso di cercare degli dèi.
Dalla celebre apologia dell’autosufficienza di Ralph Waldo Emerson del 1841 fino all’esplosione della cultura del selfie, l’individualità è diventata il valore supremo. Il perfezionamento personale – educativo, estetico, finanziario – e il bisogno incessante di validazione esterna hanno progressivamente definito l’atmosfera che tutti oggi respiriamo: un’aria sottile e rarefatta, dove si sopravvive a fatica sotto la pressione costante dell’essere “migliori”.
Nel 2017, i psicologi britannici Thomas Curran e Andrew Hill hanno pubblicato un’indagine che ha messo in luce l’incremento vertiginoso del perfezionismo tra i giovani, individuandone le cause nei “parametri sociali ed economici sempre più stringenti” entro cui le nuove generazioni cercano di costruire un’identità e un futuro. A queste pressioni si aggiungono le dinamiche familiari, dominate da pratiche educative sempre più ansiose e stressanti. L’obiettivo non è solo l’eccellenza, ma la sopravvivenza all’interno di un sistema che richiede prestazioni continue e differenziazione costante.
Lo studio di Curran e Hill che si focalizzava sul legame tra questa pressione sistemica e una critica più ampia alla meritocrazia è stato poi ripreso dal filosofo americano Michael Sandel nel 2020, secondo il quale l’ideologia meritocratica – fondata sull’idea che chi ha successo lo meriti, e chi fallisce sia colpevole – ha prodotto una cultura della competizione permanente. In essa, la solidarietà viene erosa, e si afferma una società divisa tra vincitori compiaciuti e vinti silenziosamente umiliati. In questo contesto, è quasi inevitabile che molti giovani crescano insoddisfatti, non solo di ciò che possiedono, ma anche di ciò che sono. I social media, con la loro continua richiesta di performance visiva ed emotiva, intensificano poi questa tensione. La costruzione di un’immagine pubblica ideale diventa una seconda identità che si alimenta di confronti e si spezza davanti ad ogni imperfezione.
Privi di valori interiori stabili, molti perfezionisti finiscono per misurare il proprio merito in base a criteri esterni: i voti scolastici, le competenze tecniche, la forma fisica, la popolarità online, il riconoscimento professionale. E quando questi standard non vengono raggiunti, subentrano emozioni corrosive: vergogna, senso di fallimento, umiliazione. Questo carico di aspettative non è una novità, ma si è fatto più insidioso nel corso dei decenni, anche a causa della moltiplicazione e contraddittorietà degli standard stessi. Negli anni Cinquanta, il perfezionismo si esprimeva nella conformità; era l’adesione impeccabile a un modello dominante, ben sintetizzato nelle immagini pubblicitarie dell’ideale famigliare: uomini virili e razionali, donne eleganti e discrete. Il perfezionista di allora era colui o colei che riusciva ad assomigliare a tutti gli altri, solo un po’ di più.
Oggi, invece, il perfezionismo si è trasformato: non si basa più sulla conformità, ma sull’individualità estrema. In un’economia dell’attenzione in cui visibilità equivale a valore, il perfezionista contemporaneo si sente costretto a distinguersi con originalità, arguzia, e uno stile personale impeccabile. Non basta più essere bravi: bisogna essere memorabili.
Il perfezionismo ti porta a vivere la vita per ciò che non è, anziché per ciò che è.
Il perfezionismo può manifestarsi in diverse forme, ciascuna con caratteristiche proprie ma spesso sovrapposte. Una delle prime tipologie individuate è quella del perfezionismo egocentrico, un impulso interiore costante, quasi persecutorio, che impone l’obbligo di fare sempre di più e sempre meglio. Si tratta di un richiamo ossessivo a diventare una versione idealizzata di sé: più felici, più produttivi, più ricchi, più belli.
La seconda forma è il perfezionismo socialmente imposto. In questo caso, la pressione arriva dall’interiorizzazione delle aspettative altrui. Si attiva come un monologo interiore costante, popolato da voci critiche che giudicano ogni comportamento, ogni parola, ogni scelta. Il soggetto si immagina costantemente sotto osservazione, e anticipa commenti sarcastici o sprezzanti sul proprio modo di parlare, sul proprio abbigliamento, sulla qualità delle proprie relazioni. È una forma di controllo che prende forma della vergogna.
Infine, c’è il perfezionismo orientato agli altri, in cui la voce interiore che impone standard impossibili viene proiettata all’esterno. Chi ne soffre esige che anche le persone intorno a lui – familiari, colleghi, amici – si conformino ai suoi stessi ideali irrealistici. Questa modalità è spesso strumentale al potere, e si manifesta in dinamiche autoritarie: un genitore che chiede alla figlia perché non ha ottenuto il massimo in tutte le materie; un capo che non comprende perché una dipendente non riesca a lavorare con la febbre.
Per vivere bisogna uccidere il bambino meraviglioso
Gli psicoanalisti parlano di ideale dell’Io: l’immagine perfetta che crediamo di dover incarnare. A questa si aggiunge il Super-Io, voce interiore che giudica e punisce. Entrambe contribuiscono a quel miscuglio di amor proprio e auto-umiliazione da cui nasce il perfezionismo.
Alcuni psicologi, come DE Hamachek, sostengono che esista un perfezionismo “normale”, che non degenera in autocritica, ma per Cohen, il desiderio di essere perfetti è sempre un terreno instabile. Anche quando ci sprona a migliorarci, rischia di prosciugarci.
Serge Leclaire ha formulato un’immagine potente: nella vita, bisogna “uccidere il bambino meraviglioso“, l’ideale che i genitori hanno messo su un piedistallo. Solo accettando la perdita di quell’immagine possiamo iniziare davvero a vivere.







