teoria dei quattro umori

La teoria dei quattro umori

La prossima volta che passerete davanti a una barberia e noterete l’insegna a strisce bianche e rosse che gira, pensateci: quel classico “palo da barbiere” nasce proprio dalla pratica del salasso, un antico trattamento medico. In tempi medievali, infatti, i barbieri fungevano anche da chirurghi, cavando sangue ai pazienti per curarli, tra le altre cose. Ma per quanto bizzarro possa suonare oggi, questa cura aveva senso secondo la teoria dei quattro umori, un modello medico e psicologico che ha dominato la cultura occidentale per oltre duemila anni​

In questo articolo faremo un viaggio informale (ma accurato) attraverso la storia dei quattro umori: vedremo come è nata nell’antica Grecia con figure come Empedocle e Ippocrate, come è stata sviluppata da pensatori come Teofrasto e Galeno, e come ha influenzato la medicina, la psicologia e persino l’arte e la letteratura da Dante a Shakespeare. Preparatevi a scoprire aneddoti curiosi e a capire perché, ancora oggi, diciamo che qualcuno è di cattivo umore!

Origini antiche: dagli elementi di Empedocle agli umori di Ippocrate

Nel V secolo a.C. il filosofo Empedocle di Agrigento offrì una spiegazione “naturalistica” della realtà: tutte le cose sarebbero composte da quattro elementi fondamentali – fuoco, aria, acqua e terra – ciascuno caratterizzato da due qualità (caldo/freddo, secco/umido)​. Poco dopo, il medico greco Ippocrate di Coo (460-377 a.C.), spesso considerato il “padre della medicina”, applicò questo schema al corpo umano​. Ippocrate sosteneva che nel nostro organismo scorressero quattro fluidi essenziali, chiamati umori: il sangue, la flemma (o pituita), la bile gialla e la bile nera​. La salute, secondo Ippocrate, dipendeva dall’equilibrio (eucrasia) tra questi umori, mentre la malattia era causata dal loro squilibrio (discrasia)​. Ad ogni umore Ippocrate associò uno dei quattro elementi di Empedocle e una sede organica predominante nel corpo: la terra corrispondeva alla bile nera, accumulata nella milza; il fuoco alla bile gialla, prodotta nel fegato; l’acqua alla flemma, concentrata nella testa; l’aria al sangue, che risiedeva nel cuore​.

Questo schema del “quattro” permeava tutto: ai quattro umori si legavano le quattro qualità (caldo, freddo, umido, secco), le quattro stagioni dell’anno, le quattro età della vita e persino i quattro momenti del giorno​. Ad esempio, il sangue era collegato alla primavera, la bile gialla all’estate, la bile nera all’autunno e la flemma all’inverno, poiché si riteneva che in ciascuna stagione uno di questi umori tendesse a prevalere​. Era un sistema raffinato che mirava a spiegare l’interdipendenza tra uomo e natura: l’essere umano, un microcosmo, rifletteva nelle proprie fluidità interne l’armonia (o i conflitti) degli elementi del macrocosmo. ​

I quattro umori e i temperamenti: dal corpo alla personalità

La teoria umorale non spiegava solo perché ci si ammalava, ma anche perché le persone avevano caratteri diversi. Fu soprattutto il medico romano Galeno di Pergamo (II secolo d.C.) a sviluppare questo aspetto, trasformando la dottrina in una vera “scienza dei temperamenti”. Galeno accettò gli umori di Ippocrate e li mise in relazione con i tipi umani: in ogni individuo uno degli umori tendeva a predominare sugli altri, determinandone così il temperamento e persino l’aspetto fisico​. Se avete mai sentito definire qualcuno sanguigno, flemmatico, collerico o melanconico, ebbene questi aggettivi derivano proprio dagli studi di Galeno. Ecco una carrellata dei quattro temperamenti umorali come li descriveva la tradizione galenica:

  • Sanguigno: eccesso di sangue (aria). Il sanguigno era descritto come rubicondo, ottimista, gioioso e amante dei piaceri della vita. Analogamente, la persona “di sangue caldo” era entusiasta e socievole. Questo temperamento corrispondeva alla primavera, all’infanzia/adolescenza e a qualità calde e umide;
  • Flemmatico: eccesso di flemma (acqua). Il flemmatico aveva un’indole tranquilla, lenta e pacifica; pigro ma sereno, persino dotato di talento creativo pacato​. Fisicamente lo si immaginava paffuto o rilassato. Associato all’inverno e alla maturità, con qualità fredde e umide, il flemmatico è colui che “mantiene il sangue freddo” nelle situazioni stressanti;
  • Collerico: eccesso di bile gialla (fuoco). Il tipo collerico era magro e asciutto, di colorito acceso, ed emotivamente facile all’ira, nervoso e orgoglioso​. Da qui l’uso corrente di collera per indicare la rabbia. Era il temperamento caldo e secco, legato all’estate e alla giovinezza. Non a caso ancora oggi diciamo che una persona furiosa si rode il fegato o diventa gialla dalla rabbia;
  • Melanconico: eccesso di bile nera (terra). Il melanconico (o malinconico, dal greco melaina chole, bile nera) aveva corporatura esile, pelle pallida e umore tendente alla tristezza e all’apatia​. Era considerato freddo e secco, affine all’autunno e alla vecchiaia. La malinconia, intesa sia come umore cupo che come patologia depressiva.

Già qualche secolo prima di Galeno, il filosofo greco Teofrasto (371-287 a.C.), allievo di Aristotele, aveva mostrato interesse per i tipi psicologici. Nel suo celebre libretto I caratteri, Teofrasto tracciò una galleria di 30 “ritratti morali” – dallo spilorcio al millantatore, dal chiacchierone al superbo – osservando con ironia i difetti e le manie degli uomini della sua Atene​. E pur non parlando esplicitamente di umori, Teofrasto può essere visto come un pioniere nello studio dei temperamenti e dei comportamenti umani. Non a caso la sua opera ebbe fortuna nei secoli successivi, ispirando molti drammaturghi nel creare personaggi-tipo​. La stessa teoria umorale, d’altronde, univa corpo e anima in un unico sistema: un eccesso di umore influiva sul carattere, ma – come notò Galeno – anche viceversa uno stato d’animo prolungato poteva alterare gli umori fisici​. Mente e corpo, insomma, erano visti come inscindibili. Così, per esempio, troppa ansia poteva generare un accumulo di “flegma nero” e quindi malinconia​, mentre curare il corpo (drenando un umore in eccesso) significava anche riequilibrare lo spirito.

La medicina degli umori: pratiche e aneddoti tra antichità e Medioevo

La teoria dei quattro umori offriva una spiegazione organica delle malattie: niente demoni o punizioni divine, ma un semplice squilibrio di fluidi corporei​. Per l’epoca era un enorme passo avanti, quasi scientifico. Fin dall’antichità i medici improntarono diagnosi e terapie su questo modello. Un medico dell’antica Roma, ad esempio, di fronte a un paziente febbricitante avrebbe distinto se il male fosse dovuto a un eccesso di “caldo e secco” (bile) o di “freddo e umido” (flemma) e così via, intervenendo di conseguenza. Trattamenti comuni erano il salasso (prelievo di sangue) per ridurre l’eccesso di sangue o infiammare meno il fegato​, l’induzione di vomito o purghe per eliminare la bile, e la regolazione della dieta e del regime di vita. Si pensava infatti che molti fattori – cibo, clima, attività fisica, emozioni – potessero alterare la miscela umorale​. Ad esempio, cibi caldi e secchi come le spezie rinforzavano il temperamento collerico, mentre una vita sedentaria e cibi freddi e umidi aumentavano la flemma. I medici dovevano dunque bilanciare queste influenze con consigli appropriati.

In epoca romana Galeno stesso praticò dissezioni di animali e studiò le ferite per corroborare la teoria umorale con dati anatomici, pur mantenendo idee errate come quella che il sangue arterioso e quello venoso fossero separati​. Grazie alla reputazione di Galeno, la teoria umorale divenne così dottrina indiscussa per secoli.

Durante il millennio medievale, la medicina umorale fu accolta e arricchita dalla cultura islamica ed ebraica e trasmessa in Europa attraverso scuole mediche come quella di Salerno. Medici illustri del mondo islamico, come Avicenna, adottarono e commentarono Ippocrate e Galeno integrandoli con la propria esperienza. Nei testi salernitani compaiono elaborati consigli di dieta, esercizi, bagni per mantenere l’armonia degli umori. La cosa interessante è che la medicina umorale medievale era al contempo individualistica – si diceva che ogni persona avesse un peculiare complessione umorale, una miscela unica​ – e olistico-astrologica. Si credeva infatti che ogni aspetto del cosmo fosse collegato: pianeti, segni zodiacali, stagioni, elementi e umori danzavano in corrispondenze.

Un curioso aneddoto medievale riguarda proprio il già citato salasso. Nel 1163 la Chiesa proibì ai monaci (che spesso praticavano la medicina) di eseguire queste pratiche perché giudicati cruenti; fu così che i barbieri iniziarono a offrire questo servizio, oltre a tagliare capelli e barba​. L’insegna bianco-rossa delle barberie rappresentava simbolicamente bende insanguinate attorcigliate a un palo – un messaggio chiaro per il cliente: qui si taglia anche la vena!​

Non era insolito che qualcuno si sottoponesse a un salasso stagionale “preventivo” per mantenere gli umori in equilibrio. Certo, con il senno di poi sappiamo che molti pazienti già debilitati peggioravano perdendo troppo sangue; persino personaggi storici come George Washington morirono forse a causa delle eccessive salassate praticate dai medici. Ma per i dottori di allora era logico: se un malanno persisteva, significava che l’eccesso di umori “cattivi” non era stato ancora eliminato… quindi via un altro taglio!

Un altro aneddoto significativo: il Medico descritto da Geoffrey Chaucer nel Prologo dei Racconti di Canterbury (XIV secolo) è lodato perché conosce “la causa di ogni malattia, che fosse di caldo o di freddo, di umido o di secco, e da quale umore fosse generata“. In mancanza di strumenti moderni, i medici medievali osservavano attentamente i sintomi qualitativi: ad esempio, la pelle arida e calda suggeriva troppa bile gialla (colera), mentre un eccesso di catarro indicava troppa flemma fredda e umida. Si arrivava perfino ad “assaggiare” l’urina dei pazienti: un sapore dolciastro poteva segnalare urina ricca di flemma dolce (un segno, oggi sappiamo, del diabete), mentre un gusto amaro indicava bile in circolo.

Umori e creatività: dall’alchimia della psiche all’arte e letteratura

La teoria dei quattro umori non influenzò solo la medicina, ma pervase l’immaginario culturale dell’Occidente. Nella psicologia antica e medievale, essa costituiva praticamente l’unico modello per spiegare le differenze individuali. La predisposizione malinconica, in particolare, assunse un’aura quasi mistica nel Rinascimento: sulla scorta di un trattato attribuito ad Aristotele, si credeva che gli uomini di genio fossero perlopiù malinconici (cioè dominati dalla bile nera). Pensatori umanisti come Marsilio Ficino esaltarono la divina melancholia dell’artista ispirato. Il celebre incisore Albrecht Dürer raffigurò questo tema nel 1514 con la sua enigmatica Melencolia I, in cui una figura alata e pensierosa personifica il temperamento melanconico circondata da simboli della conoscenza e della creatività tormentata.

Melencolia I - Albrecht_Durer
Melencolia I – Albrecht_Durer

Anche ne I Quattro Apostoli (1526), Dürer rappresentò i quattro temperamenti umorali nelle sembianze degli evangelisti: Giovanni (a sinistra, in rosso) simboleggia il sanguigno ottimista; Pietro (dietro Giovanni, con la chiave) il flemmatico placido; Marco (a destra, con barba riccia scura) il collerico irascibile; Paolo (in primo piano a destra, calvo) il melanconico contemplativo​.

Anche la letteratura riflesse profondamente la teoria umorale. Abbiamo già citato Chaucer, ma pensiamo ad esempio a William Shakespeare nella Inghilterra elisabettiana. Le opere del Bardo pullulano di riferimenti espliciti ai quattro umori e ai temperamenti che essi generano​. La stessa parola humour nel linguaggio elisabettiano indicava sia i fluidi corporei sia gli stati d’animo bizzarri di un personaggio. Shakespeare creò figure memorabili enfatizzando il loro umore dominante: il giovane eroe Harry Hotspur in Enrico IV è tutto fuoco sanguigno e ardore guerresco (come nota sua moglie prendendolo bonariamente in giro)​; Jacques in Come vi piace è “melancholy” per sua stessa ammissione e ama la malinconia più del ridere​. Nella commedia Le allegre comari di Windsor c’è persino un certo Master Caius che viene chiamato flemmatico a sproposito da una locandiera ignorante, generando un effetto comico per il pubblico. Il drammaturgo Ben Jonson, contemporaneo di Shakespeare, basò addirittura delle commedie intere sui tipi umorali (come Every Man in his Humour), presentando personaggi ciascuno fissato su un umore prevalente.

In Italia, Dante Alighieri non fu immune al fascino di queste idee: nella Divina Commedia troviamo accenni umorali, come nell’ Inferno, canto XXX, dove il Poeta descrive il dannato Maestro Adamo afflitto da idropisia, la pancia gonfia d’acqua, punito da un perpetuo squilibrio di flemma (fredda e umida) – un contrappasso basato su bilanciamenti di umori​. Nel Purgatorio e nel Paradiso, poi, allude alle stelle e alle influenze astrali sui temperamenti umani, riflesso della concezione dell’uomo-microcosmo tipica della sua epoca.

Insomma, dal teatro inglese alla poesia italiana, la teoria umorale offriva un vocabolario condiviso per parlare di carattere, emozioni e salute. Termini come melancholy, phlegmatic, sanguine ricorrono nei testi classici proprio perché alludevano immediatamente a un intero profilo psicofisico. Un lettore o spettatore del XVII secolo capiva al volo che un eroe collerico avrebbe agito impulsivamente, o che un tipo flemmatico avrebbe fornito momenti di comicità con la sua lentezza.

Declino e retaggi moderni: la fine di un paradigma

Come tutte le teorie, anche quella umorale ebbe il suo tramonto. A partire dal Rinascimento, nuovi fermenti scientifici cominciarono a minarne l’autorità. Medici e filosofi come Paracelso criticarono apertamente Ippocrate e Galeno, proponendo spiegazioni diverse delle malattie (ad esempio la iatrochimica di Paracelso, basata su principi chimici anziché umori)​. Nel Seicento, l’avanzata della rivoluzione scientifica portò scoperte decisive: William Harvey nel 1628 dimostrò la circolazione del sangue, scardinando l’idea galenica che il sangue venisse consumato e ricreato di continuo. Gli studiosi come Robert Hooke e Antoni van Leeuwenhoek iniziarono a vedere al microscopio tessuti e “animaletti” invisibili, capendo che forse erano altri i meccanismi della malattia. Pian piano, la teoria dei germi e dei batteri si fece strada: nell’Ottocento, con Pasteur e Koch, divenne chiaro che molte malattie erano causate da microbi esterni e non da squilibri interni generici​. Verso la metà dell’Ottocento la medicina ufficiale aveva ormai abbandonato sanguisughe e purghe “riequilibranti”, adottando vaccini, antisettici e altre terapie basate su evidenze scientifiche precise.

Eppure, la teoria umorale non scomparve senza lasciare tracce – anzi, il suo retaggio è sorprendentemente durevole. Innanzitutto nel linguaggio quotidiano: in italiano quando diciamo avere un umore nero o essere di cattivo umore, stiamo inconsapevolmente riecheggiando gli antichi umori (l’umore, inteso come fluido, divenne poi sinonimo di stato d’animo)​. Parole come melanconia/malinconia, collera, flemmatico, sanguigno le usiamo ancora per descrivere temperamenti o emozioni​. Diciamo che una persona focosa ha un carattere sanguigno, che un impassibile è flemmatico, che chi si arrabbia è collerico, e che chi è depresso soffre di melanconia. Sono termini medici di duemila anni fa entrati stabilmente nel lessico psicologico corrente.

Anche nella medicina moderna riecheggiano concetti umorali in modo inaspettato. Si parla di risposta immunitaria umorale (contrapposta a quella cellulare) per indicare la produzione di anticorpi circolanti nei fluidi corporei: curiosamente, qui umorale significa proprio “che ha a che fare con i fluidi” – un omaggio involontario alla teoria antica​.

E la parola temperamento? In psicologia dello sviluppo si usa per descrivere la predisposizione caratteriale innata nei bambini (temperamento facile, difficile, ecc.), riprendendo il concetto che ognuno ha una combinazione di tratti di base. Persino alcuni moderni test di personalità in ambito pop-psychology fanno riferimento ai quattro temperamenti (magari con nomi aggiornati) per profilare le persone, segno che l’idea di quattro tipi fondamentali è dura a morire. Nella pedagogia Steiner-Waldorf, ad esempio, si suddividono i bambini proprio in base a temperamento sanguigno, collerico, flemmatico o malinconico, adattando metodi educativi diversi per ciascuno.

Infine, la teoria dei quattro umori sopravvive come affascinante capitolo della cultura pop. La vediamo spesso citata in film e serie TV ambientate nel passato, quando c’è il medico medievale di turno che applica le sanguisughe o parla di “vapori” – conoscere questa teoria ci aiuta a capire quelle scene e a entrare nella mentalità di quell’epoca​. E chissà quante volte incontreremo ancora riferimenti umorali: dopotutto, l’idea che la personalità e la salute siano questione di equilibri interni ha oltre venti secoli e continua a esercitare un certo fascino. Certo, oggi non cureremmo la bronchite con un salasso, ma continuiamo a cercare un equilibrio: non più tra bile e flemma, bensì tra ormoni, neurotrasmettitori, vitamine… Forse, a modo suo, Ippocrate non aveva tutti i torti a vedere nell’armonia degli elementi la chiave del benessere umano​. In fondo, mantenere un buon umore oggi significa anche quello: cercare l’armonia dentro di noi.

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