Sala Pompeiana di Villa Farnesina

Il soffitto segreto di Villa Farnesina: scoperti affreschi del XVII secolo

Immagina di salire su un’impalcatura nell’atrio di una storica tenuta romana. Noti una piccola botola nel soffitto a volta, la apri e ti trovi davanti a una cavità nascosta tra il soffitto attuale e uno molto più antico. In quest’ultimo, c’è un’altra botola. Quando illumini l’oscurità con una torcia, davanti a te si svelano ampi affreschi: cherubini che fluttuano tra dolci colline e nuvole di cardi, su uno sfondo di cielo estivo azzurro.

È proprio ciò che è accaduto a Davide Renzoni, un elettricista romano, l’anno scorso. Durante un’ispezione ai cavi nella Sala Pompeiana di Villa Farnesina, una sontuosa dimora suburbana nel quartiere di Trastevere, si è ritrovato catapultato in una sorta di tana del Bianconiglio. La villa, risalente al XVI secolo, è celebre soprattutto per i suoi affreschi sensuali di Amore e Psiche, opera del genio rinascimentale Raffaello.

I ricercatori hanno attribuito i dipinti scoperti da Renzoni a Carlo Maratta, uno degli ultimi grandi maestri del classicismo barocco, coadiuvato da due suoi allievi: Girolamo Troppa e François Simonot. Probabilmente realizzati durante un intervento di restauro della celebre serie di Amore e Psiche, alla fine del XVII secolo, questi affreschi dimenticati sono giunti fino a noi in condizioni sorprendenti, nascosti per quasi due secoli.

Il mio primo sentimento è stato di stupore, di immenso stupore.

Il primo commento di Davide Renzoni

Anche Virginia Lapenta, curatrice di Villa Farnesina, ha vissuto un’emozione simile. “Ero sopraffatta“, ha detto, ricordando quando Renzoni la invitò a salire sull’impalcatura per mostrarle lo stemma in bassorilievo della famiglia Farnese, l’antica casata nobiliare che un tempo abitava la villa.

Sala Pompeiana di Villa Farnesina

La costruzione di Villa Farnesina risale al periodo compreso tra il 1506 e il 1510, su commissione di Agostino Chigi, potente banchiere al servizio di papi e principi, nonché finanziatore di casate influenti come i Borgia e i Medici. Celebre per il suo stile di vita sontuoso e le spese fuori misura, Chigi fu soprannominato “Il Magnifico”. Il suo prestigio raggiunse l’apice quando Giulio II, grande mecenate di Raffaello e Michelangelo, salì al soglio pontificio.

La villa, con la sua pianta a U e le eleganti logge aperte, era considerata un capolavoro architettonico. Chigi ne affidò la decorazione ad alcuni dei migliori artisti dell’epoca, tra cui lo stesso Raffaello. Nel 1579, la tenuta fu acquistata dal cardinale Alessandro Farnese il Giovane e ribattezzata Villa Farnesina per distinguerla dal più noto Palazzo Farnese, situato sull’altra sponda del Tevere.

Sala Pompeiana di Villa Farnesina
Villa Farnesina | Foto: Getty Images

Alla fine del XVII secolo, il soffitto a volta della loggia mostrava segni di degrado: l’intonaco, elemento fondamentale per la conservazione degli affreschi, si stava staccando. Fu così che Carlo Maratta ricevette l’incarico di intervenire per preservare le opere. Il restauro si rivelò particolarmente impegnativo. Maratta e il suo team ricorsero a una tecnica detta tratteggio, fissando l’intonaco con centinaia di chiodi a forma di T e di L. I dipinti furono poi ritoccati con pastelli legati con gomma arabica, in modo che potessero essere rimossi un giorno da un restauratore che Maratta stesso definì “più degno“.

La curatrice Virginia Lapenta ha dichiarato a tal proposito:

A quanto pare, il restauro di Amore e Psiche fu solo una parte del lavoro svolto da Maratta. Lui e il suo team realizzarono anche affreschi completamente nuovi sul soffitto della villa.

Nel 1735 Elisabetta Farnese lasciò in eredità la villa a Carlo IV, Re delle Due Sicilie, trasformandola nella residenza di una serie di ambasciatori napoletani. Nel 1861, fu concessa in affitto per 99 anni all’ambasciatore spagnolo di Napoli, Salvador Bermúdez de Castro, Duca di Ripalta.

Durante questo periodo, vennero apportate modifiche significative alla struttura originaria: fu rimossa la scala che conduceva al soggiorno di Chigi e fu costruita una nuova parete est, che trasformò l’ambiente in un corridoio. Il Duca decorò la zona secondo lo stile pompeiano, ispirandosi agli affreschi riportati alla luce negli scavi di Pompei. Fu lui a installare anche un controsoffitto che, inconsapevolmente, avrebbe nascosto per secoli gli affreschi di Maratta.

Nel 1927, sotto il regime fascista, lo Stato acquistò la villa dagli eredi del Duca e la destinò a sede della nuova Reale Accademia d’Italia. Poi negli anni Trenta, la Sala Pompeiana fu trasformata nel bagno privato di Guglielmo Marconi, presidente dell’Accademia e celebre inventore della radio. E gli affreschi di Maratta divennero solo un altro fantasma in soffitta.

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