La NBA si trova a un crocevia, e i Los Angeles Lakers, da sempre simbolo di eccellenza e contraddizioni, incarnano perfettamente le complessità del momento. Qualche giorno fa, l’allenatore dei Lakers, JJ Redick, ha affrontato con lucidità uno dei temi più spinosi che circondano il campionato: il calo degli ascolti televisivi. Una realtà preoccupante che, a novembre, ha visto un calo del 28% su ESPN rispetto all’anno precedente e una contrazione del 19% su tutte le reti. E tutto ciò a pochi mesi dalla firma di un contratto sui diritti televisivi da ben 76 miliardi di dollari.
Le cause? Una moltitudine di fattori: dall’ascesa dello streaming ai cambiamenti nel gioco stesso, passando per dibattiti su una presunta eccessiva “europeizzazione” del basket. Tuttavia, Redick è andato oltre, puntando il dito verso un problema meno tangibile ma cruciale: l’incapacità di celebrare il gioco e di raccontarne le storie. “Se ogni volta che accendo la TV mi dici che il prodotto è scadente, smetterò di guardarlo“, ha affermato. Secondo Redick, l’ecosistema della NBA, dominato da social media e polemiche virali, distoglie l’attenzione dalla bellezza intrinseca del gioco.
La critica di Redick al cosiddetto “ecosistema” della NBA è più ampia di quanto sembri. Include giornalisti, analisti, fan, e persino se stesso. Ex giocatore con 15 stagioni alle spalle, Redick ha utilizzato la sua piattaforma di podcaster e commentatore per approfondire gli aspetti tecnici del gioco, spesso con LeBron James come partner nel podcast Mind the Game. L’obiettivo? Riportare l’attenzione sulla “vera essenza del basket“. Ma il suo approccio diretto, talvolta polemico, rifletteva le stesse dinamiche che critica.
E quando, poche settimane dopo la messa in onda del podcast, Redick è stato nominato allenatore capo dei Lakers, le sopracciglia si sono sollevate. Il suo curriculum da allenatore era limitato, ma il suo intelletto e il rispetto di LeBron James lo rendevano una scelta non così scandalosa. Eppure, guidare una squadra come i Lakers, una delle franchigie più prestigiose e caotiche della lega, è un compito monumentale.

Qual è oggi l’identità dei Los Angeles Lakers? Questa è una domanda difficile, forse impossibile, da rispondere. Nonostante la vittoria del campionato nel 2020, la squadra è stata caratterizzata da stagioni altalenanti, mancanza di coesione e frequenti cambi di allenatore. Redick è il quarto coach in sei anni. Quest’anno, i Lakers hanno iniziato con un promettente record di 10-4, ma sono rapidamente caduti in una crisi, perdendo sette delle successive nove partite. La squadra sembrava smarrita: una difesa lenta, un attacco poco incisivo e una performance complessiva che mancava di spirito competitivo.
Anche la stella più luminosa, LeBron James, ha avuto momenti difficili. Nonostante momenti di brillantezza, i numeri raccontavano una storia diversa: il suo plus-minus lo collocava tra i peggiori della lega, e la squadra sembrava funzionare meglio con lui in panchina.
Il basket è molto più di un semplice sport. Per molti, rappresenta una narrazione epica fatta di rivalità, ascese e cadute. È un teatro di emozioni che si scontrano sul parquet. Eppure, per funzionare, questa narrazione deve essere coerente e significativa. L’inizio della stagione ha puntato i riflettori su Bronny James, figlio di LeBron, che ha fatto il suo debutto nella G League. Un momento emozionante, certo, ma isolato. La vera storia si sta svolgendo ora, sul campo, con un LeBron quasi quarantenne che cerca di mantenere la sua grandezza e una squadra che lotta per trovare un’identità.
E dopo un breve periodo di pausa e due partite saltate da LeBron per riprendersi fisicamente e mentalmente, i Lakers sembrano aver ritrovato un po’ di slancio. La difesa, una volta problematica, è migliorata significativamente, e la squadra ha vinto quattro delle ultime cinque partite. Ma resta da vedere se questa ripresa è un segnale di stabilità o solo un fuoco di paglia.
Perché guardiamo il basket? Ad alcuni appassionati piace concentrarsi sugli aspetti strategici, alla ricerca di una verità ineluttabile. Altri amano sentirsi intelligenti analizzando il gioco. C’è chi invece rifugge l’analisi e preferisce limitarsi a osservare ciò che accade sul campo, senza lasciarsi influenzare dai numeri o dalle statistiche. Alcune persone sviluppano legami parasociali con gli atleti, simili a quelli che si instaurano con le celebrità, attratte dal fascino del gossip che li circonda. Altri ancora trovano ispirazione nella bellezza del movimento dei corpi in azione. Infine, ci sono quelli, e forse sono la maggioranza, che sono affascinati dal dramma della competizione: vogliono sapere cosa accadrà dopo e, soprattutto, chi vincerà.
JJ Redick ha ragione: il basket deve essere celebrato per ciò che è. Ma per farlo, bisogna trovare il giusto equilibrio tra il clamore mediatico e la sostanza del gioco. E, forse, i Lakers, con la loro storia ricca e tumultuosa, sono il terreno perfetto per una rinascita del basket come esperienza collettiva e narrativa.







