Hajduk Spalato e Partizan Belgrado

La (vera) partita che segnò la fine della Jugoslavia

Il calcio è spesso considerato un terreno neutrale, talvolta magico, dove storia e mito si incontrano. Questo concetto è ormai consolidato, sostenuto da numerose pubblicazioni che hanno evidenziato quanto la narrazione sportiva possa essere dirompente e, in alcuni casi, persino “modellante” per la comprensione della realtà circostante. Lo sport, infatti, è una chiave interpretativa valida per raccontare il passato, arricchendo la memoria collettiva. In certi contesti, questa narrazione può essere anche abbellita con “forzature romantiche”, aggiungendo tocchi di magia anche dove non sarebbero necessari, creando ex novo memorie “spendibili” per la tradizione e generando veri e propri topoi culturali.

Esistono poi luoghi che sembrano essere appositamente creati per mantenere un alone di mistero, luoghi ideali per edificare leggende metropolitane e selezionare i ricordi in modo funzionale allo storytelling. Ma il pericolo di contraffare i ricordi, spacciandoli per verità storiche incontrovertibili, è sempre più incombente.

Uno dei luoghi che meglio si presta a questa operazione, per ragioni intrinseche, è costituito dai Balcani, in particolare dall’ex Jugoslavia. A trent’anni dalla sua dissoluzione, quest’area viene percepita quasi come una creatura mitologica o una fonte inesauribile di aneddoti per nostalgici. Termini come jugosfera e jugostalgia sono diventati veri e propri neologismi, utilizzati non solo dagli addetti ai lavori.

La storia dello Stato socialista meno convenzionale di tutti è affascinante in ogni sua sfaccettatura: dall’idealizzazione del progetto politico alla realizzazione quasi miracolosa del sogno panslavista, fino alla sua edificazione controversa, la “scomunica” internazionale e la tragica dissoluzione. Le vicende sociali, artistiche e sportive – con il calcio in prima linea – fanno parte di questo complesso intreccio.

Non è un segreto che lo sport, e in particolare il calcio, rappresentasse uno dei pilastri per la creazione dell’uomo nuovo socialista. Per le milizie partigiane guidate dal Maresciallo Tito, il calcio era molto più di un semplice passatempo. La nascita (o, in molti casi, la rinascita) delle prime squadre calcistiche rivestì un ruolo significativo nella trasmissione di nuove identità, legittimando ulteriormente la Jugoslavia di Tito – l’unico Paese a essersi liberato da solo, grazie ai propri partigiani, senza l’intervento di eserciti alleati. Nei decenni successivi, il calcio ha continuato a tradurre fedelmente le pulsioni politiche e sociali del Paese, con alcuni episodi diventati veri e propri simboli storici.

Hajduk Spalato e Partizan Belgrado

Il celebre calcio sferrato da un giovane Zvonimir Boban a un poliziotto durante la partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado è stato eccessivamente caricato di significati simbolici, al punto da trasformarlo in uno degli episodi fondanti della nascita dello Stato croato. Molti dettagli sono stati omessi o distorti, mentre altri sono stati esagerati, al fine di costruire un mito che ha alimentato le tensioni tra serbi e croati, con accuse reciproche su chi avesse deliberatamente sabotato quel match. Eppure, nonostante la portata simbolica di quella che forse è diventata la partita più famosa nell’Europa orientale degli ultimi trentacinque anni, il campionato proseguì e la pressoché fine immediata dello stesso (si era alla penultima giornata), pur non spegnendo gli echi di quella partita, faceva confidare nella nuova stagione un po’ di normalità. Niente di più errato.

Esiste infatti un altro match, molto meno noto ma altrettanto significativo nel processo di dissoluzione della Jugoslavia: Hajduk Spalato – Partizan Belgrado, giocato il 26 settembre 1990. In fin dei conti, tanto la Dinamo Zagabria quanto la Stella Rossa di Belgrado rappresentavano l’anima più nazionalista e sciovinista delle rispettive nazionalità. Basti pensare che la squadra dell’allora capitale jugoslava venne seguita da tantissimi serbi emigrati in Dalmazia e i propri tifosi si stavano già indirizzando verso un identitarismo cetnico che faceva da contraltare a quello ustascia di cui i Bad Blue Boys della Dinamo erano già diventati alfieri.                                                    

Ma la partita tra Hajduk e Partizan rappresentava un qualcosa di essenzialmente diverso per molteplici motivi.

Entrambe le squadre rappresentavano simboli potenti della Jugoslavia unita e socialista, nata dalla resistenza partigiana durante la Seconda guerra mondiale.

Il Partizan Belgrado, squadra dell’esercito jugoslavo, era un emblema di fratellanza e multiculturalismo. I suoi giocatori provenivano da tutte e sei le repubbliche della Jugoslavia, e per questo godeva di un ampio seguito in tutto il Paese. D’altra parte, l’Hajduk Spalato aveva avuto un ruolo simbolico importante durante l’occupazione nazi-fascista, rifiutando di partecipare ai tornei organizzati dagli occupanti italiani e giocando invece partite clandestine con le squadre alleate. Molti membri del club avevano combattuto nella resistenza, rendendo l’Hajduk un baluardo dell’identità dalmata e comunista, come testimoniava la stella impressa nel logo che – a dimostrazione di quanto fossero difficili quei tempi – dopo pressioni da parte dell’opinione pubblica croata, intruppata dal partito nazionalista e secessionista di Franjo Tudjman, venne sostituita con la scacchiera, simbolo della Croazia. 

Il match si svolse in uno stadio Poljud gremito, senza tifosi ospiti, con circa 20.000 spettatori. In campo, la partita si rivelò a senso unico, con il Partizan che dominava e andò in vantaggio grazie a una doppietta di Milian Djurdjevic. Ma il vero spettacolo avvenne sugli spalti. Al 73° minuto, centinaia di ultras della Torcida Spalato invasero il terreno di gioco, scandendo slogan ustascia e mostrando ritratti di Tudjman. La partita venne definitivamente sospesa dopo due precedenti interruzioni causate dal lancio di razzi dalla curva di casa. L’irruzione degli ultras sembrava organizzata e lasciava trasparire una pianificazione meticolosa, probabilmente orchestrata da attori esterni.

Il tentativo di mediazione del sindaco Onesin Cvitan, che parlò al pubblico attraverso un megafono, non sortì alcun effetto. I giocatori del Partizan riuscirono a rifugiarsi negli spogliatoi, mentre gli ultras croati, lasciati indisturbati dalle forze speciali di sicurezza, mirarono ai pennoni per bruciare la bandiera della Jugoslavia mentre cantavano A sad adio, colpendo a morte e cancellando in un solo colpo l’identità antifascista e jugoslava del club. Poi proseguirono la loro opera di scontri, devastazioni e saccheggi nel centro cittadino, per un pomeriggio che resta tuttora impresso nella memoria di tutto il popolo spalatino.

Il partito HDZ sfruttò l’evento, nonostante una condanna parziale dell’accaduto, per rilanciare l’idea di un campionato regionalizzato, come richiesto dai tifosi durante l’invasione di campo. Allo stesso tempo, per molti spettatori di Spalato, la giornata rappresentò una triplice umiliazione: l’incapacità dell’Hajduk di competere ai vertici del campionato, il vandalismo nel centro città, e soprattutto la perdita dell’identità socialista e jugoslava del loro club.

Sebbene il campionato si sia concluso con l’apice del calcio jugoslavo, la vittoria della Stella Rossa in Coppa dei Campioni a Bari nel 1991, questa partita può essere considerata il de profundis del calcio jugoslavo. Fu una chiara anticipazione della guerra civile che avrebbe portato alla dissoluzione definitiva della Jugoslavia entro sei mesi. Il calcio, in quel contesto, divenne uno strumento politico, strumentalizzato dai nascenti gruppi dirigenti per consolidare il proprio potere e per riscrivere la storia. Così facendo, non solo venne sacrificato il sogno di fratellanza che aveva reso la Jugoslavia un faro per i Paesi non allineati, ma si perse anche il ricordo di un calcio istrionico e creativo, che aveva creato una vera e propria scuola e che, purtroppo, non tornerà mai più.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,