Mentre in Siria scoppiava la guerra civile, Lafarge SA, allora il più grande conglomerato cementiero del mondo, strinse un accordo moralmente discutibile: pagare milioni di dollari allo Stato Islamico (IS), il gruppo terroristico più noto a livello globale. Questi pagamenti hanno garantito la benedizione dell’IS affinché la fabbrica siriana di Lafarge potesse continuare a produrre e vendere cemento, nonostante la devastazione che colpiva la regione.
La società è accusata di aver acquistato materie prime da fornitori approvati dall'IS, fornendo persino cemento al gruppo terroristico e pagando per eliminare la concorrenza, rappresentata dalle importazioni di cemento dalla Turchia.
I dirigenti di Lafarge in Siria erano ben consapevoli di cosa stessero facendo e hanno cercato con ogni mezzo di coprirne le tracce. In un caso, Bruno Pescheux, allora CEO di Lafarge Syria, riferendosi ai lasciapassare per i camion dell’azienda rilasciati dall’IS, ha scritto a un intermediario che il nome “Lafarge non deve mai comparire per ovvie ragioni in nessun documento di questa natura“.

Gli uffici centrali di Lafarge a Parigi erano complici dell’accordo con l’IS, come dimostrano numerose email e documenti interni. Sulla base di queste prove, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha presentato accuse penali contro la società francese. La fusione con Holcim, avvenuta nel 2015, non ha impedito che Lafarge fosse giudicata colpevole di cospirazione per aver fornito supporto materiale a gruppi terroristici, il primo caso di questo tipo negli Stati Uniti. Nell’autunno del 2022, il gruppo è stata multato per 778 milioni di dollari, con un pubblico ministero che ha descritto i loro atti come un “crimine sconcertante“. Questa condanna ha aperto le porte a ulteriori azioni legali. Un gruppo di oltre 800 yazidi, rappresentato da Amal Clooney e altri avvocati, ha intentato causa contro Lafarge per il suo supporto all’Isis, responsabile di migliaia di uccisioni, rapimenti e stupri di membri di questa minoranza religiosa nel nord dell’Iraq. Anche giornalisti, operatori umanitari e militari statunitensi hanno avviato azioni legali simili. Decine di ex dipendenti e organizzazioni non profit hanno accusato Lafarge di complicità in crimini contro l’umanità.
Le multinazionali sono obiettivi sfuggenti nel contesto dei crimini di guerra. Come sottolinea Clooney: “La loro condotta spesso avviene nell’ombra, quindi è difficile ottenere prove. A volte non è chiaro cosa sapesse l’azienda. Oppure non esiste un tribunale in cui le vittime possano far valere i propri diritti“. Questo quadro complesso si lega a quanto dichiarava nel XVIII secolo l’avvocato Edward Thurlow, che ricordava come le aziende “non hanno né corpi da punire, né anime da condannare“. Ma qual è l’equivalente aziendale della condanna all’ergastolo per un crimine di guerra? Ad oggi, non esiste una risposta univoca.
Negli ultimi venticinque anni, il numero di tentativi di perseguire le aziende per crimini di guerra o contro l’umanità è aumentato. Questo fenomeno è dovuto in parte alla ratifica dello Statuto di Roma, che ha istituito la Corte penale internazionale (CPI) nel 2002. Lo statuto ha integrato la legislazione della CPI nei codici penali dei singoli Paesi, permettendo così di perseguire tali crimini a livello nazionale, e non più esclusivamente nelle aule dell’Aia. Questo aumento delle azioni penali è anche un riflesso dell’influenza sempre più pervasiva delle aziende. Due terzi delle entità più ricche al mondo non sono nazioni, ma imprese multinazionali, il cui potere influenza governi e gruppi estremisti.
Il caso di Lafarge, avviato in Francia nel 2016, è emblematico. L’azienda è stata accusata di aver finanziato gruppi militanti in Siria durante la guerra civile, per garantire che la sua produzione di cemento potesse continuare senza interruzioni. La vicenda è stata portata all’attenzione del pubblico grazie alle inchieste dell’agenzia siriana Zaman Al Wasl e del quotidiano francese Le Monde. Il processo contro Lafarge si protrae tra appelli e controappelli, ma se un tribunale dovesse alla fine pronunciarsi contro l’azienda, potrebbe costituire un precedente storico, sancendo la responsabilità delle imprese nei crimini commessi per preservare i propri interessi.
Lafarge ha una lunga storia che risale al 1833, quando Auguste Pavin de Lafarge fondò l’azienda nel sud-est della Francia. Il loro primo grande progetto fu la fornitura di cemento per la costruzione del Canale di Suez. Durante la Seconda guerra mondiale, Lafarge vendette cemento anche ai nazisti per la costruzione del Muro Atlantico, una linea di fortificazioni lungo la costa francese.
Dopo la fusione del 2015 con Holcim, il CEO di Lafarge dichiarò che l’azienda avrebbe anche potuto fornire il cemento per costruire il muro al confine tra Stati Uniti e Messico, una dichiarazione che suscitò polemiche. “Lafarge dice di non fare politica“, commentò Jean-Marc Ayrault, allora ministro degli Esteri francese, “ma le aziende hanno anche responsabilità sociali e ambientali“. Oggi, il mercato del cemento è dominato dalla Cina, dove la domanda è sempre più in crescita. In Europa e Nord America, invece, il consumo di cemento è fermo da anni. Per questo motivo, nei primi anni 2000, Lafarge si rivolse ai mercati emergenti, acquistando nel 2008 la Orascom Cement, che operava in Medio Oriente, inclusa la Siria. Nel 2012, quando il conflitto siriano esplose, Lafarge evacuò i propri dipendenti stranieri dalla zona di Jalabiya. Tuttavia, l’azienda continuò a operare, pagando i gruppi militanti per garantire il passaggio sicuro dei suoi camion e proteggere la fabbrica. Questa decisione si rivelò tragica, con il rapimento di alcuni dipendenti e il pagamento di riscatti per il loro rilascio. In seguito a queste vicende, l’organizzazione Sherpa ha accusato Lafarge di aver messo in pericolo i propri lavoratori. Nel gennaio 2022, la corte suprema francese ha respinto quest’accusa, sostenendo che le leggi francesi sul lavoro non si applicano alle operazioni dell’azienda in Siria. Il caso continua a svilupparsi, ma rappresenta un’importante riflessione sul ruolo e le responsabilità delle multinazionali nei contesti di conflitto globale.
La cultura aziendale di Lafarge ha assunto, nel corso della sua storia, connotazioni fortemente neocoloniali. In Marocco, ad esempio, l’azienda costruì nel 1932 un complesso residenziale chiamato Cité Lafarge per i suoi operai, ma l’elettricità era razionata e l’acqua corrente assente fino agli anni Settanta. Poco più di un decennio fa, Lafarge ottenne il diritto di estrarre calcare da una foresta in India, trasportandolo con un nastro lungo 10 miglia oltre confine fino a una fabbrica in Bangladesh, nonostante le proteste delle comunità indigene per i costi ecologici del progetto. In Giordania ed Egitto, l’azienda è stata accusata di utilizzare subappaltatori sottopagati per svolgere i compiti più pericolosi (Lafarge ha sempre dichiarato di operare secondo gli standard di lavoro locali e internazionali).
Le email tra i dirigenti di Lafarge Syria nel 2013 e 2014 rivelano un intricato intreccio di interessi personali e sotterfugi. Tra i principali corrispondenti c’era Firas Tlass, figlio di un ex ministro della Difesa che si era dissociato da Assad. Pur vivendo all’estero dal 2011, Tlass rimase il principale mediatore per Lafarge, gestendo i pagamenti ai gruppi armati nella Siria settentrionale. Tlass inviava aggiornamenti regolari a Pescheux riguardo ai gruppi che ricevevano i fondi, rimborsati dall’azienda. E nel dicembre 2012, Pescheux suggerì che tutte le fatture fossero emesse da una nuova società con sede all’estero per evitare problemi con le autorità siriane.
Lafarge utilizzava intermediari per inviare pagamenti all’IS e ad altri gruppi, e trasferiva denaro da una sussidiaria in Egitto ai conti di Tlass in Libano e negli Emirati Arabi. In un’email del 2013, Pescheux espresse l’intento di eliminare ogni sospetto di collegamento tra Lafarge e Tlass. Gli autisti dei camion ricevevano lasciapassare per i posti di blocco, emessi a nome dello “Stato islamico dell’Iraq e di al-Sham“, con la richiesta di non menzionare mai il nome dell’azienda.
Dopo che l’IS catturò Raqqa nel gennaio 2014, Lafarge iniziò ad acquistare carburante e materie prime da venditori approvati dall’IS, aggiungendo anche un accordo di “condivisione delle entrate” per ogni tonnellata di cemento venduta. Nel maggio 2014, l’IS propose di interrompere l’importazione di cemento turco, e Pescheux delineò un piano per condividere i profitti, in un’email interna in cui affermava la disponibilità a condividere la “torta”. A quel tempo, la violenza perpetrata dall’ISIS era un argomento di discussione quotidiano nei media globali. All’inizio di quell’agosto, dopo che l’IS aveva lanciato il suo attacco ai villaggi yazidi in Iraq, Tlass e Frédéric Jolibois, nuovo CEO di Lafarge Syria, discussero di un accordo di condivisione delle entrate con l’IS. Jolibois si interrogava sui margini per Lafarge, ricordando però che “l’Isis è un movimento terroristico“.
Lafarge cercava di nascondere le proprie tracce, canalizzando fondi attraverso 54 conti bancari diversi e stilando contratti vaghi per servizi, in modo da mascherare i pagamenti destinati al gruppo terroristico. In più, i dirigenti comunicavano tramite indirizzi email personali, rendendo difficile la tracciabilità delle loro azioni. Solo l’11 settembre 2014, il giorno dopo l’annuncio di Obama sulla distruzione dell’IS, il legale di Lafarge suggerì di sospendere i pagamenti. Jolibois rifiutò di chiudere l’impianto, sottolineando l’incertezza sulla liberazione dell’area. E infatti i terroristi si impossessarono della fabbrica solo una settimana dopo.
A distanza di un decennio, la decisione di Lafarge di alimentare una crisi per vendere cemento appare ancora più sconcertante. Dopo la fusione, Holcim concluse che “regnava il caos” nelle operazioni di Lafarge, trascurando le implicazioni legali e reputazionali delle loro azioni. C’è da sottolineare, come nelle indagini sia emerso che tra il 2012 e il 2014, Jean-Claude Veillard, ex marine e direttore della sicurezza di Lafarge, incontrò i servizi segreti francesi almeno 33 volte, e nel 2015, Tlass affermò di aver ricevuto pagamenti in contante da funzionari dell’intelligence francese per informazioni sul regime di Assad.
Se un tribunale francese dovesse mai dichiarare Lafarge colpevole, le probabilità che ex dirigenti finiscano in prigione sarebbero basse. Alcuni dirigenti hanno perso il lavoro, ma hanno ricevuto pacchetti di uscita sostanziali e hanno continuato a occupare posizioni di prestigio in altre aziende.
Lafarge, ora ridotta a un’entità presente solo in Francia e in pochi altri Paesi, ha subito sanzioni finanziarie, ma le compensazioni per le vittime dei crimini rimangono limitate. L’IS ha venduto cemento e materiali rimanenti dalla fabbrica, guadagnando milioni di dollari. Gli impianti di cemento possono durare decenni, ma la fabbrica di Jalabiya fu bombardata dagli Stati Uniti per impedirne l’uso da parte di gruppi militanti, mentre la Turchia l’ha distrutta nel gennaio scorso. I video post-attacco mostrano solo resti di cemento e devastazione.






