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Illustrazione di Yifan Wu

Il silenzio del web cinese: come la censura sta cancellando la storia

I cinesi sanno che Internet nel loro Paese è diverso. Non ci sono Google, YouTube e Facebook, per citarne alcuni. Usano eufemismi per comunicare le cose che non dovrebbero menzionare. Quando i loro post e account vengono censurati, lo accettano con rassegnazione. Vivono in un universo online parallelo. Lo sanno e ci scherzano anche sopra.

Ora stanno scoprendo che, sotto una facciata piena di brevi video, live streaming ed e-commerce, Internet (e la loro memoria collettiva online) sta scomparendo.

Durante un’indagine sui risultati di ricerca relativi ad alcuni importanti leader cinesi, è emerso un controllo rigoroso delle informazioni, riflettendo una strategia volta a mantenere un cyberspazio politicamente allineato agli interessi del Partito Comunista Cinese. Questo fenomeno è visibile soprattutto nelle ricerche su Baidu, il principale motore di ricerca del Paese.

Un esempio emblematico riguarda Xi Jinping, attualmente leader nazionale. Nonostante Xi sia stato governatore di due importanti province prima di assumere la leadership del Paese, le ricerche sul suo passato sono sorprendentemente sterili. Non è stato possibile trovare alcun risultato significativo, il che solleva interrogativi su quanto sia stato alterato il flusso di informazioni per proteggere la sua immagine pubblica.

In un contesto così restrittivo, anche le ricerche di personaggi meno politici subiscono forti limitazioni. Ad esempio, non sono emersi risultati su Ma Yun, meglio conosciuto come Jack Ma, il fondatore di Alibaba, una delle figure più influenti del settore tecnologico cinese. Anche altre figure chiave del mondo economico, come Ma Huateng (fondatore di Tencent) e Liu Chuanzhi (fondatore di Lenovo), sono presenti con limitati risultati.

Un caso particolare ha riguardato il terremoto del Sichuan del 2008, una delle più gravi tragedie naturali nella storia recente della Cina, che ha causato oltre 69.000 vittime. Durante il periodo immediatamente successivo al disastro, la stampa cinese ha avuto una breve parentesi di libertà, producendo reportage di alta qualità. Tuttavia, oggi, la copertura di quell’evento sembra essere stata quasi interamente cancellata o confinata a poche fonti ufficiali. Un’indagine mirata sui risultati di ricerca relativi al terremoto ha rivelato che la maggior parte delle informazioni accessibili provengono da siti governativi o dall’emittente statale CCTV. “Non ho trovato nessuna delle eccezionali coperture giornalistiche o delle manifestazioni di dolore online che ricordavo,” ha ammesso Li Yuan, giornalista del NYT.

Nel 2023, il numero di siti web attivi in Cina è sceso a 3,9 milioni, rispetto ai 5,3 milioni del 2017. A livello globale, i contenuti in lingua cinese rappresentano ormai solo l’1,3% del totale, un calo drastico rispetto al 4,3% del 2013. Questo ridimensionamento riflette una tendenza preoccupante: non solo meno contenuti sono disponibili, ma quelli esistenti vengono sempre più spesso rimossi. Secondo l’analisi del Web Technology Surveys, il calo è del 70% in un decennio.

Le ragioni di questo declino sono principalmente due: difficoltà tecniche e, soprattutto, la censura politica. Mantenere contenuti vecchi online può essere costoso, ma la pressione politica esercitata dal Partito Comunista Cinese sulle piattaforme digitali è il fattore determinante. L’obiettivo è chiaro: mantenere un cyberspazio politicamente e culturalmente puro, in linea con la visione del partito.

Questo ha portato molte persone a vedere la loro esistenza online cancellata. Nanfu Wang, una documentarista cinese, ha scoperto recentemente che la pagina a lei dedicata su un sito simile a Wikipedia era sparita. Allo stesso modo, ricerche sui suoi film su Douban e WeChat non hanno prodotto alcun risultato. Per Wang, questa esperienza rappresenta qualcosa di più di una semplice censura: è un atto di cancellazione della sua identità storica.

Alcuni dei film che ho diretto sono stati cancellati e banditi dall’internet cinese. Ma questa volta, sento che io, come parte della storia, sono stata cancellata.

Nanfu Wang

Un altro caso significativo è quello di Zhang Ping, noto con lo pseudonimo Chang Ping. Giornalista di spicco negli anni 2000, Zhang ha visto la sua carriera spegnersi gradualmente quando, nel 2011, i suoi scritti hanno cominciato a essere sistematicamente censurati. Per lui, questa cancellazione non è solo professionale, ma personale: “La mia presenza nel dibattito pubblico è stata soffocata molto più severamente di quanto avessi previsto, e ciò rappresenta una perdita significativa della mia vita personale.”

L’impatto della censura non è solo su chi crea contenuti, ma anche su chi ne fruisce. Il potere della cancellazione digitale è diventato una minaccia tangibile anche per i semplici utenti. Nel marzo 2021, un utente di Weibo ha visto il suo account, con più di tre milioni di follower, cancellato senza preavviso. All’interno di quel profilo erano conservati anni di post, riflessioni e momenti personali.

Questa censura e la rimozione sistematica di contenuti digitali è in parte figlia di fenomeni come il Tomb digging, dove gruppi nazionalisti cinesi analizzano i vecchi post online di intellettuali, intrattenitori e influencer alla ricerca di eventuali dichiarazioni compromettenti. Questo ha creato un clima di paura e autocensura tra gli utenti, che cercano di cancellare preventivamente contenuti che potrebbero essere usati contro di loro in futuro.

Come osserva Ian Johnson, un corrispondente americano di lunga data in Cina, la perdita di siti e contenuti online equivale alla perdita di pezzi della storia. “Anche se tendiamo a pensare a Internet come a qualcosa di superficiale,” ha affermato Johnson, “senza molti di questi siti e cose, perdiamo parti della nostra memoria collettiva.Nel suo libro Sparks, Johnson documenta il lavoro clandestino di storici cinesi che cercano di preservare la memoria storica del Paese, consapevoli che prima o poi molte delle fonti che utilizzano scompariranno. Per Johnson, l’archiviazione online è una delle poche speranze rimaste per preservare frammenti di questa storia.

Alcuni progetti, come Greatfire.org e China Digital Times, stanno cercando di combattere la censura salvando e archiviando contenuti destinati a essere bloccati. Tuttavia, l’impresa è titanica e le forze in gioco sembrano essere troppo potenti. La cancellazione della memoria collettiva cinese continua, alimentata da un governo che utilizza la storia come strumento di legittimazione del proprio potere.

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